Ottava edizione della MAV (Mediazioni a Verona): una profonda lezione di dialogo

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A cura di Emanuele Merli, avvocato e mediatore civile e commerciale

A Verona, il 24 e 25 settembre, si è svolta l’ottava edizione della MAV (Mediazioni a Verona), competizione nella quale studenti universitari e neolaureati provenienti da diverse Università italiane si misurano con il ruolo, tutt’altro che semplice, di mediatori.

L’evento, organizzato dalla Camera Arbitrale di Milano, dall’Università degli Studi di Verona e dall’associazione Neg2Med, e ospitato dalla Camera di Commercio di Verona, è stato reso possibile dalla passione e dall’impegno del comitato organizzatore, composto da Caterina Marchetto, Carlo Vettore, Nicola Giudice e Mario Dotti.

Lo svolgimento della competizione

Alla competizione hanno partecipato 40 studenti e neolaureati, suddivisi in 20 squadre, chiamati ad affrontare quattro diverse simulazioni di mediazione.

In ciascuna di esse, i partecipanti hanno dovuto confrontarsi non soltanto con la complessità delle controversie proposte, ma soprattutto con quella componente imprevedibile e mutevole che caratterizza ogni conflitto: le persone.

Dedizione, coinvolgimento emotivo e capacità di mantenere la lucidità anche nei momenti di maggiore tensione hanno caratterizzato le prove, nelle quali gli studenti si sono misurati con situazioni di impasse, cercando di aiutare le parti a superare le rispettive posizioni per individuare possibili spazi di dialogo.

Il 26 settembre, presso il Polo Santa Marta dell’Università degli Studi di Verona, si è tenuta la discussione finale, cui è seguita la proclamazione dei vincitori.

Il primo posto è stato conquistato da Rugiada Dall’Ora ed Emma Risaliti dell’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna. Al secondo posto si sono classificate Lisa Milaneschi e Alessia Morale, anch’esse dell’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna. Il terzo posto è stato assegnato a Elisa Andreassi e Andrea Angelo Costanzo della LUISS Guido Carli.

Da una prospettiva personale

Questa edizione della MAV ha rappresentato la mia prima esperienza come valutatore.

Conoscevo già la competizione veronese, avendone sentito parlare in occasione della mia partecipazione, sempre in veste di valutatore, alla 14ª edizione della CIM, svoltasi il 10 luglio presso l’Università Cattolica di Milano.

Ciò che mi aveva particolarmente incuriosito della MAV era proprio la sua formula: a differenza della CIM, dove gli studenti si confrontano con il ruolo delle parti, nella competizione veronese sono chiamati a vestire i panni del mediatore, mentre ai valutatori spetta il compito di interpretare le parti.

Quando mi è stata proposta la partecipazione alla MAV, ho quindi cercato di organizzarmi per poter cogliere questa opportunità, ritagliandomi anche il tempo necessario per studiare con attenzione le tracce delle controversie e il regolamento della competizione.

L’esperienza si è rivelata impegnativa, ma allo stesso tempo particolarmente arricchente.

Osservare il mediatore da una prospettiva diversa da quella che abitualmente occupo mi ha consentito di interrogarmi sul modo in cui alcune dinamiche della mediazione vengono percepite da chi si trova dall’altra parte del tavolo.

Facendo il mediatore nella vita professionale, posso dire che questi studenti, con la loro freschezza e con il coraggio di mettersi in gioco in una prova così complessa, mi hanno restituito molto più di quanto mi aspettassi.

In fondo, anche chi valuta una mediazione finisce inevitabilmente per essere coinvolto nella dinamica che sta osservando.

Particolarmente interessante ho trovato, inoltre, la modalità di valutazione adottata in questa edizione. Non semplici voti numerici, ma una scala graduale attraverso la quale esprimere il proprio grado di “accordo” o “disaccordo” rispetto al modo in cui il mediatore affrontava i diversi passaggi della procedura: dalla fase iniziale alla comunicazione, dalla dimensione negoziale a quella emotivo-relazionale.

Ho apprezzato molto questa impostazione perché sposta il baricentro della valutazione.

Non si tratta, infatti, di stabilire se una persona sia stata semplicemente un “buon” o un “cattivo” mediatore, ma di interrogarsi sulle proprie risonanze rispetto a ciò che sta accadendo nella stanza e sul modo in cui la conduzione del mediatore viene percepita dalle parti.

È una differenza tutt’altro che formale: significa passare dal giudizio sulla persona all’osservazione del processo.

Una lezione che va oltre la competizione

Ed è forse proprio questo uno degli aspetti che più mi ha colpito della MAV.

Una competizione di mediazione potrebbe sembrare, almeno a prima vista, un esercizio nel quale qualcuno vince e qualcun altro perde. Ma la logica della mediazione, per sua natura, sembra sfuggire a questa contrapposizione.

Nel corso delle simulazioni ho visto studenti confrontarsi con il conflitto, attraversare momenti di difficoltà, provare strade diverse e, soprattutto, cercare di creare le condizioni perché le parti potessero tornare a parlarsi.

È questo, a mio avviso, il vero valore di un’esperienza come la MAV: non tanto imparare a “gestire” il conflitto, quanto imparare a starci dentro senza lasciarsene dominare.

E, in questo senso, mi sembra particolarmente appropriato il richiamo a San Francesco d’Assisi, di cui ricorrono in questi giorni gli 800 anni dalla morte. Nella Preghiera semplice si legge: “Dove c’è discordia, io porti l’unione”.

Al di là della dimensione spirituale della frase, trovo che essa restituisca con immediatezza qualcosa di essenziale della mediazione: non eliminare necessariamente la discordia, né pretendere di avere ragione al posto degli altri, ma provare a creare uno spazio nel quale ciò che divide possa finalmente essere espresso e, quando possibile, trasformato.

È ciò che ho visto accadere, in misura diversa, durante queste giornate.

Per questo, alla fine della competizione, la graduatoria mi è sembrata quasi la parte meno interessante dell’esperienza. Certamente premiare chi ha ottenuto i risultati migliori è parte integrante della competizione. Ma ciò che rimane, almeno dal mio punto di vista, è il percorso compiuto da tutti i partecipanti: il coraggio di esporsi, la capacità di ascoltare, gli errori dai quali imparare e il tentativo, ogni volta, di trasformare una situazione di contrapposizione in una possibilità di dialogo.

Ed è forse proprio qui che una competizione come la MAV riesce a superare la dimensione della gara: si può vincere una competizione, ma imparare a costruire dialogo è una competenza che vale molto più di una classifica.