Competere nella mediazione: il valore della 14ª CIM

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il valore della 14ª CIM

“Non dobbiamo mai negoziare per paura, ma non dobbiamo mai aver paura di negoziare.” John F. Kennedy

Le parole di John F. Kennedy risuonano con un’urgenza e una lucidità particolari nel complesso momento storico che stiamo vivendo. In un’epoca in cui le cronache globali sono tristemente dominate da venti di guerra, divisioni profonde e polarizzazioni sempre più aspre, promuovere una solida cultura del dialogo non è solo un esercizio accademico, ma una necessità civile. Il conflitto è una componente inevitabile delle relazioni umane e internazionali; la vera sfida consiste nell’imparare a gestirlo non come una battaglia in cui annientare l’avversario, ma come un’opportunità per costruire ponti. È proprio su questo principio fondante che si basa il successo e il valore della Competizione Italiana di Mediazione (CIM).

Dal 9 all’11 luglio 2026, Milano ha ospitato la quattordicesima edizione della manifestazione, organizzata dalla Camera Arbitrale di Milano insieme all’Università degli Studi di Milano, all’Università Cattolica del Sacro Cuore e all’Università degli Studi di Milano-Bicocca.

Sessanta studenti, in rappresentanza di dieci università italiane, si sono confrontati in una gara che, anno dopo anno, dimostra come sia possibile imparare a gestire i conflitti in modo diverso: smettendo di cercare a tutti i costi la prevalenza sull’altro, per provare invece a comprenderne interessi, esigenze e preoccupazioni.

La Classifica Finale
La vittoria è andata alla squadra dell’Università degli Studi di Bergamo (composta da Eleonora Gualdi, Ilaria Zanchi, Laura Bigoni, Vittoria Lucrezia Rovetta, Arturo Bernardini e Sofia Brena). Bergamo conferma così il successo ottenuto nell’edizione 2025 e torna a iscrivere il proprio nome nell’albo d’oro della manifestazione dopo la vittoria del 2017.

Ecco la classifica delle prime posizioni:

Università degli Studi di Bergamo (Prima classificata)

Università degli Studi di Catania (Seconda classificata)

Università degli Studi di Milano-Bicocca (Terza classificata)

Università Luiss Guido Carli (Squadra n. 2) e Università degli Studi di Torino (Quarte classificate ex aequo)

Al di là della graduatoria, tuttavia, la CIM ha confermato ancora una volta che la mediazione è una disciplina nella quale il risultato non può essere misurato soltanto attraverso la vittoria finale.

Una competizione in cui non basta avere ragione
Durante le simulazioni, gli studenti hanno assunto alternativamente il ruolo della parte e quello dell’avvocato, affrontando controversie molto diverse tra loro:

Il disaccordo tra due comproprietari sulla vendita di un appartamento.

Il conflitto tra due influencer sul futuro della loro collaborazione professionale.

La lite tra il presidente di una piccola società sportiva e il suo principale sponsor.

Si tratta di situazioni apparentemente semplici, ma costruite appositamente per mettere alla prova competenze che raramente trovano spazio nella sola formazione teorica.

Nella mediazione non è sufficiente conoscere bene il caso o sostenere con efficacia la propria posizione. Occorre saper ascoltare, formulare domande utili, individuare gli interessi celati dietro le richieste esplicite e costruire un rapporto di fiducia con la controparte. È inoltre necessario un forte lavoro di squadra, coordinando il ruolo del cliente con quello dell’avvocato e gestendo le informazioni senza mai perdere di vista gli obiettivi negoziali.

La CIM mette gli studenti di fronte a una verità fondamentale: una controversia non è fatta soltanto di norme, diritti e argomentazioni, ma si nutre di relazioni, emozioni, aspettative e differenti percezioni della realtà.

Le menzioni speciali: oltre il punteggio
Proprio per valorizzare la pluralità delle competenze necessarie in mediazione, la quattordicesima edizione ha previsto numerose menzioni speciali. Questi riconoscimenti non sono premi “di consolazione”, ma descrivono con precisione le diverse dimensioni della mediazione:

Fair play tra avvocati: Alma Mater Studiorum – Università di Bologna (patrocinata dallo Studio Legale Colombo).

Migliore presentazione: Università Luiss Guido Carli (Squadra n. 1).

Migliore perseguimento dei propri interessi: Università degli Studi di Milano.

Migliore lavoro tra cliente e avvocato: Università degli Studi di Perugia.

Migliore esplorazione: Università Luiss Guido Carli (Squadra n. 2).

Migliore sviluppo della relazione: Università degli Studi di Ferrara e Università Cattolica del Sacro Cuore (ex aequo).

Migliore sviluppo di opzioni di interesse reciproco: Università degli Studi di Torino.

Migliore utilizzo degli strumenti dell’ascolto attivo: Università Cattolica del Sacro Cuore.

Questi aspetti – presentare il caso, collaborare, esplorare i bisogni, sviluppare opzioni di vantaggio reciproco – sono distinti ma strettamente interconnessi. La menzione dedicata al fair play ricorda, in particolare, che il confronto negoziale può essere fermo e rigoroso senza mai rinunciare alla correttezza e al rispetto.

Il valore dell’ascolto
Uno degli aspetti più affascinanti della competizione è osservare il delicato passaggio dalle posizioni agli interessi. Affermazioni rigide come “voglio vendere l’appartamento” o “voglio interrompere il rapporto con lo sponsor” non spiegano cosa una persona stia realmente cercando. Dietro una posizione possono nascondersi esigenze economiche, timori reputazionali, il bisogno di essere riconosciuti o la paura di perdere il controllo sul proprio futuro.

Il compito del mediatore e delle parti è far emergere questi elementi senza trasformare il tavolo negoziale in un interrogatorio. La capacità di ascolto non consiste nel semplice “lasciar parlare” l’interlocutore, ma nel dimostrare di averne compreso il punto di vista per orientare il confronto verso questioni realmente rilevanti. Non è una semplice “tecnica”, ma una competenza professionale essenziale.

Una diversa formazione per i professionisti del diritto
Nata nel 2013, in quattordici edizioni la CIM ha coinvolto generazioni di studenti, crescendo costantemente in numeri e consapevolezza. Questo percorso dimostra l’urgenza di integrare la formazione giuridica tradizionale con esperienze pratiche di gestione del conflitto.

Nelle aule universitarie si impara a ricostruire i fatti, interpretare le norme e formulare argomentazioni giuridiche. Tutto ciò è indispensabile, ma nella vita professionale occorre anche saper dialogare con un cliente, comprendere le sue priorità e valutare soluzioni creative che una sentenza giudiziale non potrebbe mai offrire. La mediazione non sostituisce il processo, ma offre uno spazio in cui le persone possono tornare a governare il proprio conflitto, anziché delegarlo passivamente a un terzo.

Il ruolo cruciale del feedback
La CIM vive anche grazie all’impegno di mediatori, avvocati, valutatori e supervisori professionisti. Il loro feedback a fine simulazione è forse la parte più formativa dell’esperienza: gli studenti non ricevono un freddo punteggio, ma osservazioni puntuali sui comportamenti che hanno favorito o, al contrario, irrigidito la negoziazione. Sotto questo profilo, la CIM si conferma non una semplice gara, ma un vero e proprio laboratorio clinico sul funzionamento del conflitto.

Conclusione: investire sui giovani per un futuro di dialogo
Mediare non significa essere arrendevoli o cercare un compromesso al ribasso. Significa perseguire i propri interessi con strumenti più intelligenti della contrapposizione automatica. Le squadre migliori sono quelle capaci di restare ferme sugli obiettivi, mantenendosi però aperte nell’esplorazione delle soluzioni: si può negoziare con grande determinazione senza mai trasformare l’altra parte in un nemico da sconfiggere.

Riprendendo la riflessione iniziale, è evidente come educare le nuove generazioni a questo approccio sia oggi l’antidoto più potente contro le logiche dello scontro, della polarizzazione e della guerra. Investire sui giovani, dotandoli degli strumenti per mediare, ascoltare e collaborare, significa gettare le basi per una società più equilibrata e pacifica.

Il risultato più importante della 14ª edizione non risiede dunque nell’albo d’oro, ma nella semina di una cultura in cui responsabilità, empatia e capacità di costruire soluzioni diventino il patrimonio inestimabile non solo dei professionisti di domani, ma dei futuri cittadini del mondo.