Il mediatore non è uno “scodellatore” di verbali negativi

137

A cura di Giovanni Matteucci, mediatore

Ho letto recentemente su LinkedIn una definizione che mi ha colpito: il mediatore non è uno “scodellatore di verbali negativi”.
L’espressione è efficace perché coglie bene un equivoco ancora diffuso. Il mediatore non è un semplice certificatore dell’impossibilità di accordo, ma un professionista che, attraverso tecniche specifiche, lavora per riaprire il dialogo tra parti in contrasto e accompagnarle verso una possibile soluzione condivisa.
Il valore di questo lavoro emerge in modo particolare quando il conflitto è complesso, stratificato e alimentato da dinamiche personali o relazionali che vanno ben oltre la dimensione giuridica della controversia.
Le tecniche della mediazione, peraltro, non sono utili solo nella procedura di mediazione in senso stretto: spesso si rivelano preziose anche in altri contesti professionali in cui la gestione del conflitto è centrale.
Alcuni casi concreti possono aiutare a comprendere meglio questa dimensione.
________________________________________
A. Una complessa controversia successoria tra fratelli
La vicenda riguarda due fratelli in contrasto per la divisione di un patrimonio immobiliare di rilevante consistenza.
In vita, il padre aveva attribuito a uno dei due una parte importante del patrimonio tramite atto notarile. La qualificazione giuridica di tale atto non era però chiara: non risultava facilmente riconducibile né a una donazione né a un vitalizio alimentare.
La mediazione viene avviata e si susseguono numerosi incontri. Nel frattempo, però, viene depositato anche un ricorso in tribunale.
Il percorso giudiziario prosegue e attraversa diversi gradi di giudizio, mentre parallelamente continuano gli incontri di mediazione.
Durante questo lungo periodo mutano anche alcuni interessi sostanziali di una delle parti.
A un certo punto accade qualcosa di significativo: uno dei fratelli prende il telefono e chiama l’altro.
“Possiamo incontrarci, senza avvocati?”
È un passaggio tipico dei conflitti familiari maturi: dopo anni di tensione, le parti trovano uno spazio diretto di confronto.
Qual è l’esito di quel colloquio?
E soprattutto: come vengono gestiti i costi e le conseguenze del lungo contenzioso?
Domande che mostrano quanto il percorso di mediazione possa incidere nel tempo, anche quando non produce immediatamente un accordo formale.
________________________________________
B. Il conflitto condominiale che non riguarda solo le delibere
Secondo caso: un condominio alle prese con la nomina dell’amministratore.
Due gruppi di condomini sostengono candidati diversi:
• il gruppo A propone un nominativo;
• il gruppo B un altro.
Il clima è già teso, anche per motivi personali: alcuni membri del gruppo A sono in forte attrito con una condomina del gruppo B.
Alla fine viene nominato l’amministratore proposto dal gruppo A. Il professionista convoca una prima assemblea e le delibere vengono approvate. Tuttavia la convocazione presenta un problema: mancano alcune indicazioni obbligatorie previste dalla legge.
La condomina già in contrasto con altri vicini impugna la delibera.
La controversia arriva in mediazione e sembra emergere una possibile soluzione: correggere gli errori formali e rimettere in ordine la situazione assembleare.
Nel frattempo, però, il clima nel condominio resta molto teso. L’amministratore, prevedendo ulteriori difficoltà, convoca una nuova assemblea inserendo all’ordine del giorno anche le proprie dimissioni.
La prima riunione va deserta per mancanza di quorum.
Alla seconda convocazione, invece, i presenti sono sufficienti: le dimissioni vengono accettate e viene nominato un nuovo amministratore.
C’è però un ulteriore sviluppo. Cinque giorni prima di quell’assemblea, la condomina aveva già depositato una citazione in giudizio contro il condominio per chiedere l’annullamento della nomina dell’amministratore.
Dopo alcuni mesi l’assemblea deve decidere se:
• costituirsi in giudizio per una controversia ormai priva di reale utilità pratica;
• oppure cercare una soluzione conciliativa con la condomina, riconoscendo anche le spese sostenute.
Il clima in assemblea si surriscalda rapidamente e l’amministratore pro tempore deve ricorrere a tutte le proprie capacità di gestione del conflitto per arrivare almeno a una soluzione provvisoria.
________________________________________
C. Quando il conflitto contrattuale diventa crisi d’impresa
Il terzo caso riguarda un gruppo di imprese guidato da un imprenditore di lunga esperienza e di indiscusso successo.
Una delle società del gruppo subisce un mancato incasso molto rilevante. L’importo è pari a circa il 25% del fatturato complessivo del gruppo, con conseguenti tensioni finanziarie.
Dopo alcuni mesi la situazione si complica ulteriormente e tre società del gruppo avviano la composizione negoziata della crisi.
Parallelamente emerge il nodo originario: il pagamento mancato da parte di un importante cliente.
Si apre quindi la possibilità di attivare una mediazione tra le parti. Le cause del conflitto, tuttavia, non sono del tutto chiare e potrebbero essere molteplici:
• una diversa interpretazione di alcune clausole contrattuali;
• reali difficoltà finanziarie del debitore;
• oppure un contrasto tra le personalità degli imprenditori coinvolti.
In situazioni come questa la mediazione non è solo uno strumento per risolvere una controversia giuridica, ma può diventare uno spazio utile per comprendere la reale natura del problema e valutare soluzioni che tengano conto degli interessi economici di entrambe le parti.
________________________________________
Oltre il verbale: il lavoro invisibile della mediazione
Questi esempi mostrano come il lavoro del mediatore raramente si esaurisca nella redazione di un verbale di mancato accordo.
Anche quando la procedura non produce immediatamente un’intesa, il percorso di mediazione può:
• modificare la percezione del conflitto;
• far emergere interessi sottostanti;
• creare canali di comunicazione che prima non esistevano;
• preparare il terreno per accordi successivi.
Per questo motivo ridurre il ruolo del mediatore a quello di “scodellatore di verbali negativi” non è solo ingeneroso: significa non cogliere la complessità e il valore di una professione che opera, spesso silenziosamente, nelle pieghe più difficili del conflitto.