Un primo bilancio

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interrogativoDopo tante (forse troppe) parole, arrivano dati concreti relativi all’esperienza “D.Lgs.28”. Il Ministero della Giustizia ha infatti reso pubblici i numeri che descrivono l’attività degli organismi di mediazione dal 21 marzo al 30 settembre 2011.

I primi sei mesi di sperimentazione iniziano a dire qualcosa di interessante.

Scopriamo che 7 volte su 10 le parti invitate in mediazione decidono di non partecipare ad un incontro (o, per chi vuol vedere la parte piena del bicchiere, che 3 su 10 aderiscono). Inoltre emerge che se l’incontro si svolge, le parti raggiungono l’accordo in poco oltre il 50% dei casi.

Questo significa che di 100 pratiche depositate, in 15 casi si arriva ad un accordo.

Qualche prima considerazione. Valutare la mediazione solo in base al suo esito finale, rischia di essere per certi aspetti fuorviante. Capita che il mediatore debba arrestarsi di fronte all’evidenza che un (buon) accordo non potrà essere raggiunto. Inoltre un’intesa a qualunque costo potrebbe rappresentare un rimedio ben peggiore del male. Per contro, bisogna evidenziare che in più occasione la parti non raggiungono un accordo al termine della mediazione ma lo concretizzano successivamente, grazie al lavoro svolto in mediazione. Di più, in certi casi le parti, di fronte alla prospettiva di un incontro di mediazione, trovano le ragioni per avviare in proprio un tentativo negoziale che le spinge ad un accordo prima della mediazione stessa. Insomma, esiste un valore aggiunto che la mediazione porta e che è senz’altro superiore rispetto a quello della mera percentuale di accordi.

Posto che l’effetto deflattivo non dovrebbe essere, almeno a mio modesto avviso, il metro di misura del successo della mediazione, bisogna interrogarsi per comprendere quale sia il peso reale di questo valore aggiunto e quanto questo possa incidere in termini di deflazione del contenzioso.