Mediazione e Legal Design. Convergenze e divergenze.

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Il legal design è una disciplina che con il design condivide la ricerca della bellezza e la ricerca dei bisogni dell’utente finale – ma ha l’obbiettivo di semplificare e chiarire contenuti giuridici.
Nell’intervista che segue Marco Imperiale ci aiuta a conoscere più da vicino il legal design e a scoprirne i tratti comuni con la mediazione.

Marco, qual è il tuo background?

Sono un avvocato e lavoro come head of innovation presso lo studio LCA. Sono anche mediatore (civile e commerciale), e al contempo visiting researcher ad Harvard presso la Law School.

Come professionista, mi sono sempre dedicato all’intersezione tra diritto e aree innovative, che si tratti di tecnologia, sostenibilità, neuroscienza, o di strumenti come il design thinking e la mindfulness.

E quindi ciò ti ha portato ad occuparti di legal design.

Esatto.

Ma cos’è nella pratica il legal design?

Il legal design è una disciplina volta alla realizzazione di contenuti giuridici a partire dall’utente finale. Va detto che – proprio per il suo carattere innovativo – la definizione è variabile e manca uniformità di vedute tanto a livello accademico quanto di practitioner.

Per qualcuno è un mindset, per altri ancora una metodologia definita, per altri ancora un approccio. Se dovessi trovare un’analogia, direi di pensare a piattaforme come Uber, Amazon, Netflix – che partono dall’analisi dell’utente tipo e vanno indietro per creare uno scenario il più semplice possibile – e utilizzare lo stesso tipo di metodo con riguardo alle comunicazioni giuridiche.

Insomma uno scenario complesso …

Sì, ma certamente affascinante, se pensiamo al potenziale impatto, ossia un mondo dove clienti, consumatori, o cittadini – di ogni estrazione sociale – possono veramente comprendere quello che li riguarda. In quanti hanno trovato complesso il sistema delle autocertificazioni durante la pandemia? In quanti cliccano in maniera inconscia “I Agree” sulle piattaforme social senza leggere nulla di quanto scritto? In quanti trovano “inutili” i messaggi sui cookie dei vari siti web? Ecco, il legal design interviene a migliorare tutto questo.

Nota a latere, ma cruciale: il concetto di design va inteso nel senso anglofono, ossia come ingegnerizzazione dei documenti, e non già nel senso di disegno (posto che il graphic e il visual design possono essere parti integranti del legal design stesso).

Se ben ricordo hai scritto un libro sul tema.

Esatto, per Giuffré Francis Lefebvre. È uno dei primi al mondo e l’unico in Italia sul tema. Parte del merito comunque spetta alla coautrice, l’avv. De Muro, dello studio LCA, e a tutto il team che ci ha aiutato nell’elaborazione del progetto, incluso il gruppo di Mondora, con cui abbiamo creato Design Rights.

Dove noi portiamo il legal, loro portano design thinking, graphic design e analisi d’impatto. Crediamo infatti che le sinergie siano essenziali per un prodotto di eccellenza. E il lavoro con istituzioni e clienti (primariamente società quotate, ma anche istituzioni, piccole imprese), ce lo sta confermando).

Cosa ti ha portato ad occuparti di legal design?

Come ben sai, tutto quanto concerne il miglioramento del mondo circostante ha su di me un certo ascendente. Anche essere un avvocato che tende a pensare, come direbbero gli americani, out of the box, ha contribuito non poco. La verità è che tendo a mettermi nei panni degli altri.

Se fossi un cittadino, cosa vorrei? E come consumatore? Con gli strumenti a mia disposizione, i contatti, e i talenti che mi sono stati dati, provo a realizzare quel tipo di mondo. Non semplice, ma neanche impossibile, specialmente quando trovo strutture e istituzioni disposte a darmi una mano.

Credi che ci possano esser analogie con il mondo della mediazione?

Sia il legal design che la mediazione partono dagli stessi principi: approccio senza preconcetti, creatività nelle soluzioni, diversità di vedute come valore aggiunto. E ancora inclusione, ascolto attivo, immedesimazione nei panni dell’altro.
Credo che anche le finalità siano tendenzialmente similari: in entrambi i casi lavoriamo per ridurre il numero dei conflitti e migliorare il rapporto sia con le altre parti che con le società e le istituzioni. Sembra semplicistico, ma alla fine dei conti è quello che mi fa svegliare la mattina ed essere entusiasta con riguardo a un progetto.
Ciò premesso, va detto che sono discipline diverse: in un caso, quello della mediazione, ci impegniamo a far sì che le parti siano maggiormente coscienti delle loro posizioni e dei loro interessi (o – per parte della dottrina – per far sì che le parti possano trovare un accordo). Nel legal design invece miriamo alla costruzione di documenti “umanocentrici”.

Se volessimo declinare questi assunti nella pratica, e utilizzare il legal design per avere spunti pratici come mediatori, cosa suggeriresti?

Domanda da un milione di dollari. Probabilmente mi toccherebbe scrivere un articolo a riguardo (e non è escluso che lo faccia. Qualche tempo fa presentai un paper sul ruolo del mediatore nei contesti del legal design quindi potrei ribaltare lo scenario …)
Un primo approccio potrebbe essere quello della co-creazione. Il legal design, e il design thinking in generale, seguono una metodologia specifica, che trova la propria chiave di volta nel cd. percorso di convergenza e divergenza. Conoscere questa metodologia, o quantomeno le basi, potrebbe certamente essere utile nel nostro day-by-day come mediatori.
Un altro approccio potrebbe essere quello di lavorare in chiave “prototipale”, ossia non arrivare a soluzioni, ma a prototipi di soluzioni (nel gergo si parla anche di mvp, ossia di minimum viable product) da testare. Magari potremmo proporre potenziali accordi o clausole e vedere come reagiscono le parti alle varie soluzioni, oppure chiedere alle parti di arrivare con un accordo già scritto al tavolo della mediazione. Potremmo anche testare alcune clausole con specifici stakeholder coinvolti nel conflitto. Come reagirebbero la parte x o la parte y a un determinato scenario? Riusciamo ad avere dati che confermino le nostre assunzioni?
Credo comunque la vera chiave di volta sia nell’utilizzo di strumenti visuali. La ricerca effettuata nel campo del legal design ci insegna che la maniera in cui percepiamo messaggi scritti e visuali è totalmente differente. Se vogliamo che i nostri messaggi, e quelli da parte a parte, passino, dobbiamo tenere conto di questi elementi. Altrimenti i messaggi che facciamo pervenire alle parti e ai loro difensori come mediatori non avranno l’effetto sperato.

Altri consigli per i nostri lettori?

Ormai è sotto gli occhi di tutti come il mondo legale sia in costante cambiamento. Che si tratti di sostenibilità, inclusione, o nuove metodologie per la professione forense. Il lato positivo è che per ognuno di questi fattori, incluso il mondo delle tecnologie, si tratta di mettere l’essere umano al centro. Su quello, però, direi che siamo quantomeno sulla stessa lunghezza d’onda, o – per dirla in termini visuali e non sonori – vediamo il mondo nella stessa maniera. Mi sembra un ottimo punto di partenza.