Intervista a Eugenio Vignali: mediatore e fotografo

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* di Nicola Giudice

– Tu sei mediatore e anche artista: raccontaci di cosa ti occupi…

Sono mediatore civile e commerciale dal 2010 e fotografo da quando mio padre mi regalò una macchina fotografica per la maturità, quasi quarant’anni fa. Nel 2006 ho iniziato a esporre i miei lavori in gallerie d’arte e mostre, in Italia e all’estero (New York, Chicago, Pechino) confrontandomi con una dimensione completamente nuova rispetto a quella amatoriale ed un mercato molto esigente e selettivo.
Mi piace pensare che si sia mediatori così come si è artisti, entrambe attività nelle quali il vero strumento è il professionista, con le proprie qualità, al di là della tecnica applicata nello svolgimento del compito.
Se come mediatore mi si richiede equilibrio e chiarezza per accompagnare le parti nel loro confronto, l’arte mi permette di essere più provocatorio e sfidante, creando nuovi spazi nei quali invito io l’osservatore ad entrare.
Dal punto di vista tecnico ho infatti maturato un linguaggio visuale di forme e colori, a volte astratto, altre volte surreale, che si concretizza in una autonoma composizione libera della necessità rappresentativa della fotografia.
Come mediatore sfrutto la sensibilità dell’artista per cogliere le sfumature di ciò che le persone esprimono, restituendolo amplificato proprio come nelle mie immagini, che dopo la ripresa sottopongo a una elaborazione digitale prima della stampa definitiva. Una forma di parafrasi visuale che valorizza certi aspetti della realtà.

– Picasso diceva che “Dipingere non è un’operazione estetica: è una forma di magia intesa a compiere un’opera di mediazione fra questo mondo estraneo ed ostile e noi.”. Cosa ne pensi?

Le parole di Picasso mi richiamano proprio il senso che io do al verbo mediare: riconciliare. Dunque l’arte come mezzo di riconciliazione dell’essere umano con un mondo estraneo ed ostile, ma che forse è percepito come tale solo in quanto, appunto, estraneo. Ecco allora che il mediatore/artista favorisce l’incontro e la conoscenza per ridurre la distanza e la percezione di minaccia. Più conosciamo il mondo, e l’altro, più lo comprendiamo e meno ne siamo spaventati. L’arte diventa un ponte interiore fatto a volte di significato, a volte di sensazioni, che ci ricorda l’imprescindibile connessione fra tutto ciò che esiste e di cui siamo una parte integrante, per quanto ci si sforzi di restare aggrappati alla nostra identità.
Ci ricorda che le nostre convinzioni e i nostri pensieri possono cambiare se ci apriamo a nuove visioni e nuove prospettive del mondo, partendo proprio dalla realtà che ci circonda, che è il soggetto delle mie immagini.

– Anche considerando la tua esperienza personale quali sono i conflitti che più frequentemente incontra un artista?

Immagino che se rispondo che sono soprattutto i conflitti interiori non rispetto il senso della tua domanda…
Battute a parte, l’artista che vuole uscire dal suo studio e confrontarsi con il mondo e il mercato si ritrova in una dimensione di relazioni e meccanismi formali di cui spesso non immagina nemmeno l’esistenza.
Mentre prima, come fotografo, si hanno rapporti solo con i laboratori di stampa e con qualche occasionale organizzatore di concorsi, per fare un salto di qualità servono i grafici e gli stampatori dei cataloghi delle tue opere, le case editrici che pubblicano i libri, le figure specialistiche del mondo dell’arte quali i critici, i curatori, i galleristi, gli organizzatori delle mostre e delle manifestazioni fieristiche, le case d’aste, poi i media, i giornalisti, i blogger e i social media. Alla fine arrivano anche i collezionisti, che sono i veri clienti che acquistano la tua opera, accompagnata ovviamente da una dichiarazione di autenticità.
Con ciascuna di queste figure vi è un rapporto formale, spesso regolato da un contratto, che costituisce il terreno per un potenziale conflitto, e le occasioni per una lite sono tante, a partire dai colori della stampa delle immagini (quante discussioni su questo punto!).

– I problemi tecnico giuridici non mancano nel settore artistico, ma pare di capire che il contesto sia molto più ampio e che la gestione delle emozioni, degli aspetti economici, dell’immagine, abbia un’importanza ancora maggiore.

Un artista ha un rapporto speciale con le proprie opere, che sono uniche e che considera “sue” anche dopo averle vendute. Anche a me capita quando vado in una casa e vedo appesa al muro un mia fotografia di dire che è, appunto, una “mia” opera. Ciò non significa però solo possesso, ma una vera e propria identificazione
che carica molto di emozioni ogni questione che può nascere su un aspetto tecnico-giuridico del rapporto fra l’astista e un altro dei soggetti sopra citati.
Per questo motivo se la premessa al confronto è il giudizio di qualità sull’opera, il confronto facilmente finisce lì.
In una mediazione la discussione, accesa, si è sviluppata per un certo tempo sul fatto che fosse l’artista a dare lustro alla rivista che aveva pubblicato le sue opere, piuttosto che il contrario. Da un lato la storia dell’editore e il numero di copie vendute, dall’altro le recensioni dell’artista e le quotazioni alle aste delle sue opere… È stato necessario spostare il piano del confronto su elementi più oggettivi, non potendo certo il mediatore aiutare le parti a stabilire chi delle due fosse più “illustre”.

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