Può l’educazione alla mediazione far evolvere la società verso un modello meno polarizzato e più sostenibile?

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di Georges Hanot* (traduzione di Roberta Regazzoni**)

Qualche motivazione personale alla mediazione

Ciò che mi ha portato alla mediazione è in fondo quello che ha motivato la mia intera carriera di imprenditore. Il cambiamento e la crescita sono stati i miei drivers professionali e la prevenzione dei conflitti in modo collaborativo mi ha consentito di migliorare in efficienza e in performance.
Accanto a ciò, il mio convincimento – sia in quanto imprenditore che come cittadino – circa il potenziale trasformativo della mediazione, come inizialmente descritto da Joseph and Robert A. Baruch Bush in “The Promise of Mediation: The Transformative Approach to Conflict” del 1994, mi ha stimolato ad andare oltre rispetto a quanto può offrire il mero approccio problem-solving.


Quando – poco più di 10 anni fa – ricevetti il primo training che condusse alla mia certificazione come mediatore secondo la legge belga, fui sorpreso del fatto che l’approccio trasformativo non fosse evidenziato e che anzi, fosse circondato da una sorta di tabù.
Ci hanno insegnato che occorre tenere a mente l’assioma della terza “verità” di Watzlawick riguardante la “punteggiatura” utilizzata nelle procedure comunicative tra le parti in dialogo, ma considerato che la verità non esiste, dovremmo diffidare di ragionamenti basati sul mero meccanismo causa-effetto, e della valutazione pedissequa della punteggiatura nelle comunicazioni. La mediazione dovrebbe essere curativa, punto.
Ho sempre ritenuto eccessivamente restrittiva l’interpretazione del terzo assioma di Watzlawick, “il passato non è importante, è il futuro che conta”.
Se si vuole trasformare il futuro (e utilizzare la mediazione in senso curativo), potrebbe essere utile disfarsi del tabù dello stare lontano dal passato. Quando si affrontano le cause del conflitto occorre andare indietro nel tempo – non seguendo un ragionamento lineare di causa-effetto (che potrebbe sfociare in uno scaribarile), bensì ricercare degli inneschi (c.d. trigger) – cause circolari potremmo dire – che hanno punteggiato e aumentato l’intensità del conflitto in un certo momento. Affrontarli significa dunque trasformarli (in meglio).
Lavorando curativamente e trasformativamente a valle del conflitto, si pongono le basi per prevenire e fissare a monte le migliori pratiche per il futuro della collaborazione.
L’occasione per fare questo lavoro nasce dal conflitto in se’. Il processo viene innescato e inizia proprio dal conflitto.
Tuttavia con il tempo mi sono convinto che esiste anche un ruolo preventivo, e non solo curativo, della mediazione, o almeno dei suoi principi base, evitando i conflitti prima che la contrapposizione abbia la possibilità di generarsi. I mediatori possono quindi fare mediazione e capacity building.

Considerazioni preliminari e porte aperte

Divergenze, contraddizioni e controversie esistono da sempre e sono essenziali nel processo evolutivo. Le divergenze sono l’origine di nuove strutture e soluzioni: “du choc des idées jaillit la lumiére”. Molti altri pensatori come Hegel, ci insegnano la stessa cosa: tesi e antitesi insieme producono la sintesi. Non esiste la realtà statica, ma un processo continuo dove le contraddizioni si susseguono e si superano l’un l’altra.
A prima vista interessi confliggenti – ma spesso complementari – indirizzano le nostre vite e le tensioni opposte si allineano. Senza giorno non c’è notte e la via all’in su e all’in giù è spesso la stessa – come insegna Eraclito.
Il compenso per un lavoro è l’equilibrio tra l’interesse di colui che paga per il lavoro e quello di colui che lo svolge, il prezzo del supermercato per una confezione di burro è l’equilibrio tra quello che siamo disposti a pagare e ciò per cui la catena produttiva è disposto a venderlo e così via.
Sul piano ideologico, il pensiero unico, tranne sfortunate eccezioni, è stato rigettato dalla maggior parte dell’umanità: ecco perché abbiamo partiti politici, sindacati, ecc..
Tuttavia, quando diventa chiaro che disaccordi costruttivi si trasformano in conflitti distruttivi, il bilancio è spesso negativo, dove e come troviamo il giusto equilibrio?
Troppo spesso i costi – diretti e indiretti – del conflitto sono molto più alti dei benefici che discendono dai disaccordi costruttivi; questo avviene sia a livello geopolitico che nella serie di microcosmi in cui le persone interagiscono tra di loro, come le famiglie, i gruppi di amici o le organizzazioni in cui lavorano.
Giusto per soffermarci su questi ultimi, vari studi (Watson & Hoffman, Stewart Levine, Phillips D.T, Dan Dana, CPP Inc., CIPD, Columbia University, Fortune 500 e molti altri) hanno indicato come i conflitti irrisolti o mal gestiti – interni o esterni – costituiscano il costo più facilmente riducibile delle aziende, e hanno rilevanti effetti negativi sul benessere psico-fisico dei soggetti – abbassando la produttività, innalzando i livelli di assenteismo, di perdita della motivazione (il costo del cosiddetto presenteismo è stimato essere tre volte più alto di quello dell’assenteismo), aumento del turnover del costo delle azioni legali, delle occasioni di partnership e di affari perdute, ecc..
A seconda dello spettro entro cui “conflitto” è definito nelle varie ricerche condotte, i manager sono impegnati nella gestione dei conflitti per una percentuale del loro tempo che varia dal 10 fino addirittura al 70%.
Anche circoscrivendo il concetto di conflitto alle controversie che hanno assunto la veste di procedure legali formali, recenti ricerche condotte dal settimanale americano Fortune 500, mostrano che il management delle aziende ha speso una percentuale media del 20% del proprio tempo sulle controversie e, contemporaneamente, hanno dimostrato che l’implementazione di sistemi di gestione collaborativa del conflitto ha comportato una riduzione di tempi e costi fino all’80%.
Dichiarare che l’adozione di sistemi collaborativi può migliorare significativamente il processo di gestione del conflitto in se’ e che genera alla fine una riduzione di tempi, costi, energie per tutti i soggetti coinvolti, è sfondare una porta aperta.
Inoltre la mediazione e i principi su cui essa si fonda, possono fornire un grande contributo allo sviluppo di una cultura che affronta costruttivamente il conflitto nelle sue fasi iniziali, producendo così un impatto positivo sulla società.

Verso una maggiore responsabilità collettiva e individuale

Ognuno da solo è responsabile di tutti.
Questa è una citazione da “Pilote de guerre”, dove Antoine de Saint-Exupéry racconta la sua esperienza nell’aviazione francese in occasione della campagna di Francia, nei giorni bui che si stavano trasformando nella seconda guerra mondiale nel 1940.
Attraverso le sue opere da “Vol de nuit” a “Terre des hommes”, dal “Petit prince” all’incompiuto “la Citadelle”, l’autore enfatizza il concetto cardine di “responsabilità” quale essenza della dignità umana e lo fa nel contesto di una civiltà che gradualmente scivola verso il nichilismo.
Chacun est responsable de tous. Chacun est seul responsable. Chacun est seul responsable de tous. Ognuno è responsabile di tutti. Ognuno da solo è responsabile di tutti. Ognuno è l’unico responsabile di tutti.
Prima di Saint-Exupéry, fu Dostoevskij a sottolinearlo. Il concetto può coprire molti ambiti, ma implica un’idea centrale di responsabilità collettiva e di cittadinanza, che mirano a un mondo migliore.
Una comparazione tra quei giorni bui – in cui una società polarizzata tentava di salvarsi attraverso l’individualismo – e l’oggi sarebbe pessimistica, ma negare un certo parallelismo (in cui non intendo qui addentrarmi) sarebbe d’altra parte ingenuo.
Qualche anno fa l’economista belga Geert Noels, in un curioso – ma interessante – parallelo, così descrisse i propri pensieri: “Il modo in cui le persone si organizzano in comunità è anche ciò che rende attraente la fede ai miei occhi: entrambi risolvono molti problemi”.
Poi, liberandosi esplicitamente dell’etichetta di “credente” in senso classico, Noels prosegue: “quando la Chiesa soccombe, nulla la rimpiazza. Oggi viviamo tutti separatamente”.
Si deve ammettere che – almeno nella nostra parte di Europa – la Chiesa fu forse il sistema più ramificato in cui le persone si organizzavano eticamente. In quanto mediatori, siamo convinti che un qualche sistema organizzato intorno ad un codice in cui ciascuno si occupa non solo di se stesso o se stessa, cercando soddisfazione per un ventaglio più ampio di interessi, abbia i suoi meriti. Verosimilmente, nessuno dubiterà – indipendentemente dalla propria fede o convinzioni morali – che tale codice se globalizzato possa portare a una società migliore, più armonica.
Nonostante l’ovvietà di questo assunto, ciò non avviene.
La raccomandazione materna per cui ci si debba comportare bene con gli altri bambini non si traspone automaticamente dal parco giochi al bar, al posto di lavoro, al mercato e alla società in cui gli adulti interagiscono con i loro pari.
Per questo occorre supportare questo meccanismo.
Ciò nonostante tutto ha un senso: l’uomo è per natura una creatura egoista, e un olistico meta-sguardo dal “cosa ci guadagno io” al “cosa ci guadagna l’altro/gli altri” non è innato. Si veda ad esempio Michael Tomasello e al. nel loro articolo del 2005 “Understanding and sharing intentions. The origins of cultural cognition put forward: shared intentionality, i.e. the ability to participate with others in collaborative activities with shared goals and intentions” secondo cui appunto, tale spostamento prospettico necessita di avanzate capacità di ragionamento.
Per promuovere tale comportamento, spesso si creano incentivi: da quelli non impegnativi e possibilmente che prevedano una ricompensa a quelli più moralizzatori o direttivi ed infine repressivi.
Dalle linee guida sulla responsabilità sociale dell’impresa dell’OECD, alla certificazione ISO 260000, al protocollo di Kyoto, agli accordi di Parigi fino alla menzione dell’eguaglianza di genere, si cerca di stimolare una consapevolezza necessaria, ma non spontanea, essenzialmente sanzionando la non conformità con norme di educazione civica e sociale – cercando nel frattempo di assimilarla alle normative in vigore. Senso civico e responsabilità sociale hanno sfortunatamente provato di non essere generatio spontanea o perpetuum mobile.
In pratica il caveat del Mahatma Gandhi “se vuoi cambiare il mondo inizia col cambiare te stesso” è ancora lontano dall’aver raggiunto lo status di idea universalmente accettata e praticata.
Comunque, il mondo è anche pieno di pionieri che mostrano il cammino andando oltre ciò che è stato loro detto o imposto tramite gli incentivi di cui sopra. Imprenditori illuminati, cittadini, politici, funzionari, ecc., danno l’esempio ed affrontano il loro ambiente e i propri stakeholders con ciò che possono fare da soli con la propria iniziativa. E ciò spesso nulla ha a che vedere con la beneficenza, bensì con la convinzione che in fine anche loro ne trarranno un beneficio.
Abbiamo molti esempi di leaders dell’industria che si pongono alla testa di nuove strategie di sostenibilità, anche se ancora non costituiscono la maggioranza. Essi si impegnano perché hanno compreso che nell’era in cui viviamo sostenibilità e profitto vanno per mano ed ogni altra strategia porrebbe in pericolo la sopravvivenza del business sul lungo periodo.
Il venditore che non si impegna in un ruolo o azioni a “sfondo sociale” nella comunità dei propri clienti può alla fine constatare che proprio quei clienti lo abbandonano per scegliere un competitor che invece tenga al proprio ruolo sociale. Come l’imprenditore così anche l’impiegato, il governo locale, l’artista… persone, il pianeta…: sta diventando sempre più chiaro che questa è anche l’unica via per il profitto.
Che cosa è necessario ancora per stimolare questa trasformazione?
Una risposta più che semplificata potrebbe essere: un cambio nella mentalità! Ma semplicemente gridandolo non concluderemmo molto. Gli Sforzi per saldare l’anello mancante tra sogno e fatto includono innumerevoli (e molto appaganti) iniziative, tra assistenti sociali e associazioni impegnate nel peacebuilding. L’introduzione della mediazione e dei suoi principi base può giocare un ruolo catalizzatore, un ruolo nel vero e proprio cuore della questione.

Capacity building

E’ ormai assodato che gli individui, come le comunità, imparano “a sopportarsi” attraverso la volontà di ascolto e comprensione reciproca delle personali preoccupazioni e paure.
Se tali strumenti, formalizzati in un processo, vengono spesso utilizzati in zone di conflitto, sono invece molto meno comuni in quei luoghi privilegiati, come i nostri, dove si vive in pace. Ciò potrebbe costituire un’occasione persa. Tra comunità palestinesi e ebraiche in Israele, o tra minoranze etniche in Sierra Leone, o tra bande criminali e i residenti di Los Angeles – molti luoghi nel mondo dove i conflitti spesso culminano in scoppi violenti, sono stati istituiti meccanismi di comunicazione orientata alla prevenzione, spesso utilizzando i principi della mediazione come base per una coesistenza pacifica e sostenibile.
Mediators beyond borders per esempio – Partnering for Peace and Reconciliation – è una organizzazione umanitaria no profit creata per collaborare con le comunità interessate a disegnare e implementare abilità per la risoluzione dei conflitti, per prevenire, risolvere e guarire dal conflitto. Fondata da Kenneth Cloke nel 2006, l’organizzazione conta sul coinvolgimento a livello mondiale di numerosi mediatori professionisti che investono il proprio tempo e le proprie energie in ciò che viene definito un mondo più capace di “pace”.
Il mio appello alla prevenzione della crisi prima che si trasformi in conflitto violento può concretizzarsi ed essere sviluppata in varie aree. Tuttavia oggi mi focalizzo su un ambito essenziale in cui l’educazione alla gestione collaborativa del conflitto può contribuire in maniera significativa al futuro della società: la scuola.

Mediazione come progetto educativo

La filosofa ebrea Hannah Arendt, nel suo articolo del ’54 “The crisis in education” (La crisi dell’istruzione) , riconobbe il potenziale insito in una migliore introduzione dei nostri figli in questo mondo, e il ruolo principe dell’educazione in questo processo.
“Let us transfer the world to the child, so that it learns to love it, will want to take responsibility for it, and enrich it. Through the transfer of basic mindsets, children are carriers of the opportunity chance for a better future society”.
Ciò implica una sfida speciale, e una favolosa opportunità per gli educatori che noi mediatori possiamo essere, come Arendt sostiene, possiamo aiutare i bambini a prepararsi per il loro compito: la trasformazione in un mondo migliore e più condiviso.
La scuola è per eccellenza il luogo della socializzazione. E’ anche, dopo la famiglia, il luogo in cui si determina il comportamento di un soggetto. L’educazione implica anche l’elemento chiave del mettere in relazione le persone.
L’opportunità è ben maggiore rispetto al puro e semplice inserimento dell’insegnamento dei principi della gestione collaborativa delle controversie nei programmi delle facoltà di legge. Qui tutti i cittadini sono coinvolti e possono essere incoraggiati fin dalla più tenera età.
Gli esperimenti sulla mediazione condotti nelle scuole ci consentono – anche se in alcuni casi sono durati per un periodo limitato – di arrivare alla chiara conclusione che essi non hanno solo limitato gli episodi di violenza o prevenuto il conflitto nell’ambiente scolastico, ma hanno avuto inoltre un impatto positivo sul comportamento responsabile e il senso civico degli individui coinvolti, al di là ed oltre l’esperimento. Coloro che sono stati coinvolti in tali programmi hanno aiutato ad diffondere il seme nel mondo adulto anche attraverso le proprie famiglie.
In molti paesi sono emerse iniziative che hanno unanimemente prodotto buoni risultati.
Negli Stati Uniti le statistiche sui programmi di peer mediation svoltisi a partire dagli anni ’90 hanno mostrato una riduzione dei comportamenti violenti nelle scuole coinvolte dell’80% oltre a evidenziare un gap con le scuole che non hanno attivato tali programmi nel numero degli abbandoni scolastici. Incidentalmente: il costo per la società dell’abbandono scolastico (composto da una varietà di parametri tra cui disoccupazione, tossicodipendenza e criminalità) negli stati Uniti è stimato intorno a 2 milioni di Dollari.
Anche in Canada, strumenti quali la “preventive mediation”, “peace education” e anche “parent training” informati ai concetti base di “Getting to Yes” (1981) sono stati istituzionalizzati.
Più vicino a noi in Europa abbiamo iniziative quali il progetto ideato da Mrs Ida Naprous sei anni fa in Francia, ispirato da quello da lei stessa organizzato alla scuola superiore Anne Frank di Parigi o quelle della Pax Christi Flanders in molti istituti belgi di lingua fiamminga solo per citarne alcune.

Che cosa stiamo aspettando?

Piuttosto in linea con i principi della mediazione, la maggior parte di queste iniziative sono completamente volontarie, spesso non hanno goduto di un sostegno stabile e quando i fautori di tali progetti si sono spostati su altri fronti, sono arrivate al capolinea.
Tuttavia gli innegabili risultati ottenuti sono lo specchio di ciò che la società potrebbe diventare se progetti di questo tipo fossero messi a regime e generalizzati… che cosa stiamo aspettando ad integrarli nei nostri sistemi?
Da qui ecco il mio appello per un movimento di supporto e rilancio. Tutte le iniziative che possono contribuire alla prevenzione del conflitto hanno bisogno di una maggiore consapevolezza, promozione e visibilità e i mediatori possono contribuire a ciò.

Un perfetto impegno CSR (corporate social responsibility) per i mediatori

Quando alcuni anni fa facevo parte del gruppo di lavoro per la preparazione di quella che diventò l’attuale legge belga sulla “promozione di forme alternative di risoluzione delle controversie” (L. 18/06/2019), ottenni l’integrazione tra i requisiti per la formazione continua dei mediatori, della devoluzione obbligatoria di almeno 1 ora all’anno alla presentazione dei principi della risoluzione collaborativa delle controversie nelle scuole. Con mio grande disappunto, la proposta non sopravvisse alle successive stesure della legge in questione: un altro segnale del fatto che senso civico e responsabilità sociale possono essere considerati un peso.
Questo però non deve trattenere quei mediatori motivati dal diffondere la conoscenza della collaborazione e della gestione del conflitto e dal creare competenze. I programmi didattici spesso offrono insegnamenti di educazione civica ed etica e i principi della mediazione possono facilmente essere integrati – gli istituti scolastici accoglieranno a braccia aperte un mediatore che voglia contribuire in maniera volontaria oltre al fatto che programmi di peer-mediation potrebbero essere coordinati dagli stessi mediatori volontari.
Un passo successivo (anche più efficace) potrebbe essere quello che i decisori politici includano sistematicamente tali moduli nelle politiche dell’istruzione e noi mediatori potremmo ispirarli in questo!
Anche più delle terapie sintomatiche come l’inclusione della clausola di mediazione nei contratti, l’empowerment delle future generazioni sulla gestione preventiva e costruttiva dei contrasti produrrà sul lungo periodo una drastica riduzione dei conflitti.
L’inclusione della conoscenza base ed educazione alla mediazione nei primi anni scolastici, può quindi condurre a una rivoluzione culturale, costituendo il perno dello spesso (solamente) predicato cambio di mentalità, ottenendo che quei risultati positivi che derivano dal conflitto possano prevalere sugli aspetti distruttivi dello stesso.

*Georges Hanot: Mediatore, fondatore di Con-Sent ADR, Mediatore internazionale di CAM, Presidente della Belgian Supply Chain Initiative, Ghent, Belgio.

**Roberta Regazzoni: funzionario presso Camera Arbitrale di Milano

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