Quello che la mediazione non avrà mai

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Photo by gerti gjuzi on Unsplash

di Carlo Giordano*

Alla mediazione manca qualcosa.
Manca qualcosa che si trova in Tribunale, in Arbitrato e in tutti i luoghi dove si esprime una autorità. Non si trova un’immagine di potere, che l’impotente contendente cerca intorno.
Per esempio manca l’immagine di una possente spada, manca quella sensazione di inesorabilità, di taglio e di sfogo violento. Anzi il paradosso è che nella mediazione lo sfogo violento poi c’è quasi sempre: ricordo poche mediazioni dove nessuno è sbottato con veemenza. Mentre in tribunale si è tutti repressi e l’unica soddisfazione è la deflagrazione silenziosa della sentenza.

Ma si sa, l’immagine conta molto e tra la spada e il tavolo, al momento della lite si cerca la spada, dato che dare in testa un tavolo a qualcuno è più difficile. Può darsi che la mediazione sconti ancora un’immagine poco popolare perché poco fisica, poco personale, in qualche modo anche poco muscolare? Qual è l’immagine della mediazione? La stretta di mano? Il cerchio di persone? Quelli sono risultati. La spada è “ora”, “durante, quello che il litigante vorrebbe agitare e immagina di veder brandire da chi giudica.

Ora, è difficile fare concorrenza ad un brand millenario con radici nell’Olimpo e l’immagine di Themis… il cui significato tra l’altro è “irremovibile” che descrive benissimo lo stato d’animo del contendente. Se cerchiamo justice, mediation e agreement troviamo immagini emozionanti e potenti per la prima e per le seconde immagini noiose o melense o infantili.

Mi sono chiesto quale possa essere una cifra della mediazione da tradurre in immagine e mi è venuto in mente l’ascolto, il riconoscimento, chi pensa di aver ragione cerca e pretende questo… e in mediazione lo ottiene… ma l’idea di vedere una figura tipo mickey mouse, sorridente e a braccia aperte su tutti i siti che parlano di mediazione mi ha fatto rabbrividire più delle strette di mano.

La mediazione non è ancora riuscita ad affermare e a rendere socialmente attraente un’immagine che faccia da ponte – appoggiandosi sulla rabbia iniziale – verso lo spazio con il mediatore.

L’arbitrato conserva l’immagine della tradizionale bilancia col martello anche se poi è di fatto una delle prime forme di mediazione obbligatoria: una procedura fondata su una clausola che prevede una ingente perdita di liquidità proporzionale al tempo impiegato a trovare un accordo.
Perché non usare la stessa bilancia per tutti?

E se una delle cose che manca alla mediazione fosse la visibilità della violenza che comunque c’è e viene espressa?
Se in tribunale la violenza legittimata si vede (e si pregusta) come coercizione e vendetta, in mediazione il vulcano emotivo concretamente erutta, ha modo di esprimersi, consumarsi e trasformarsi, ma tutto questo non arriva al grande pubblico.

Forse nella nostra educazione manca il rispetto per l’avversario: il nostro antagonista è spersonalizzato o giudicato inferiore, è per quello che cerchiamo una spada per finire la misera esistenza di un essere che a nostro modo di vedere si contorce senza senso contro di noi creando pericolo o fastidio, o entrambi.

Allora qui possono emergere altri elementi della mediazione: da subito può essere uno scudo, una sala operativa, un bunker, un’identità segreta, attraverso la quale prendere informazioni per studiare la mossa migliore… allora l’immagine può cambiare, chi va al tavolo della mediazione non è chi ha rinunciato alla guerra, al contrario è 007, è nell’intelligence, è chi tirerà fuori il massimo dalla situazione con eleganza, il che gli frutterà guadagno e reputazione, e pensando proprio a James Bond mettiamoci pure sesso e potere, così chiudiamo il cerchio del ragionamento che era partito dalla presunta carenza di potere.

Quello che rovina tutto nella mediazione è che in qualsiasi momento una delle parti può ritirarsi dal gioco e quindi il nostro litigante che si sente l’agente speciale che risolve un delicatissimo caso internazionale viene catapultato davanti ad un tribunale, passando in un secondo da 007 a Fantozzi.
Ma questo vuol solo dire che, in ambito giustizia, la mediazione è uno di quei luoghi dove possiamo esprimere al meglio la nostra parte più elegante e potente.

 

*Mediatore, negoziatore, specializzato nello sviluppo e nell’innovazione dei sistemi ADR. Referente del Servizio OCC- Sovraindebitamento di Camera Arbitrale di Milano

 

2 COMMENTI

  1. Bell’articolo, Carlo. Aggiungerei un paio di considerazioni. Il presupposto principale della mediazione è (o, dovrebbe essere,) la razionalità, che non è una delle caratteristiche prevalenti nell’essere umano. Per quest’ultimo uno dei principi dominanti è “A morì e pagà c’è sempre tempo”; e solo se si trova di fronte ad un ostacolo cerca soluzioni alternative. Guarda caso in Italia, negli ultimi anni, la mediazione ha mantenuto le posizioni grazie ai magistrati (l’ostacolo !). Ma anche questo è un argomento senza “immagine”.

  2. A parte “sesso” – vero e proprio hápax legómenon nell’intero corpus di BlogMediazione – i termini che colpiscono di più nell’intrigante e teatrale articolo di Carlo sono “potere” ed “eleganza”. Certo il taglio stesso del testo spinge a raschiare sul fondo con tenacia tutto l’ottimismo che possiamo ancora mantenere sul futuro della mediazione. Per puro spirito di bandiera mi verrebbe da dire che il potere è quello delle parti che si confrontano, trattano e tengono il controllo del loro destino senza delegarlo. E’ solo in mediazione poi che si può assaporare l’eleganza e la raffinatezza di una soluzione evoluta di composizione dei conflitti, dove tutti gli aspetti di una controversia possono essere analizzati. Troppo facile applicare uno o più articoli di un codice magari con una spruzzatina di equità qua e là. Ma poi sarebbe così politicamente scorretto sostenere che i destinatari della mediazione forse non possiedono gli strumenti per apprezzare un servizio tanto raffinato?

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