Un mediatore per Taranto?

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di Stefano Pavletic*

Con drammatico clamore il caso dello stabilimento siderurgico Ilva di Taranto è ritornato alla ribalta dell’attenzione nazionale. La decisione di ArcelorMittal, colosso mondiale dell’acciaio, di ritirarsi dall’acquisizione e di restituire impianti e personale ai commissari straordinari scatena un nuovo processo negoziale che mette in luce profili delicati, direttamente connessi alle dinamiche del conflitto.
Stordisce innanzitutto il livello di complessità della controversia. Il numero degli stakeholder coinvolti, la vastità e l’impatto degli interessi in gioco (dal diritto alla salute della popolazione alla credibilità internazionale di un paese, dalle aspettative di profitto dell’impresa ai fragili equilibri politici nazionali) e la lunga storia alle spalle della crisi attuale mettono in luce la potenza e la virulenza di un formidabile conflitto multiparte con forti connotati ambientali, economici, giuridici, sociali. Un’enorme posta sul tavolo della trattativa alla mercé però di fragili strumenti negoziali. Si vedono nuovamente in campo gli strumenti del negoziato competitivo, con la difesa strenua delle posizioni acquisite e con la predisposizione di poderose tattiche e strategie tecnico-legali.
La natura stessa della controversia e l’importanza della posta in gioco richiederebbero una azione di mediazione, qualificata, articolata ed efficace. Si legge in questi giorni che la figura di mediatore sia attualmente svolta dal Presidente del Consiglio e ci si interroga quali connotati di terzietà e neutralità possa avere. In questo, come in altri scenari di crisi della vita nazionale, ci si rende conto quanto potrebbe essere idoneo l’intervento condiviso di un mediatore esperto, realmente percepito dalle parti come effettivamente neutrale ed indipendente. Soprattutto nel caso di delicate e drammatiche controversie, una diversa cultura della gestione del conflitto imporrebbe fin da subito una immediata e spontanea opzione di composizione collaborativa degli interessi. I risultati ottenibili? Accordi efficaci non viziati da pressioni ormai divenute soverchianti ed un uso finalmente efficiente della risorsa tempo in grado di dare una risposta credibile a problemi irrisolti da decenni.

*Dottore commercialista e consulente aziendale, mediatore e arbitro

8 COMMENTI

  1. tutto vero, ma vale forse la pena domandarsi se un solo mediatore sia “sufficiente” data la complessità della questione. Inoltre, come sperare che sia percepito come neutrale ed indipendente da tutte le parti in causa, comprese quelle meno consapevoli dei meccanismi della mediazione, (es. la popolazione locale ) ?

  2. Come spesso accade in caso di complesse ed incancrenite controversie ambientali, la co-mediazione può garantire adeguati strumenti di facilitazione e composizione degli interessi in gioco. Un pool di mediatori, eventualmente coadiuvati da tecnici a latere per fornire almeno spezzoni di verità oggettiva sulla materia, dovrebbero superare ogni accurato scrutinio di assoluta neutralità, indipendenza ed imparzialità. E’ indubbio. come correttamente rilevato, che forti profili anche emozionali da parte, ad esempio, della popolazione locale potrebbero pregiudicare la percezione di terzietà dei co-mediatori incaricati

  3. La soluzione potrebbe essere una “MEDIAZIONE GUIDATA” con CTM.
    IL Sole 24 Ore, 6.11.2019, pag. 19 – “Mediaset, ultimatum del giudice, entro il 22 l’accordo con Vivendi – Al via il tentativo di conciliazione sui punti stabiliti dal Tribunale – A questo punto Mediaset e Vivendi hanno tempo fino al 22 novembre per capire se si può trovare una quadra e mettere la parola fine alla battaglia giudiziaria, che si sta consumando attorno al destino di Mfe, il progetto di holding internazionale di Mediaset. / Ieri dal Tribunale di Milano è arrivato quello che a buon diritto può essere qualificato come colpo di scena. Il giudice Elena Riva Crugnola …. ha dato tempo fino al 22 novembre in un tentativo di conciliazione che, a quanto ricostruito dal Sole 24 Ore, era stato suggerito da Mediaset ma messo a punto, nei contenuti, dal giudice. …. “.

  4. Considerata l’oggettiva complessità della controversia, sarebbe necessaria una procedura di mediazione articolata, con il contributo di più figure professionali.
    Al tempo stesso, per massimizzare il beneficio della mediazione, bisognerebbe favorire un’attitudine al conflitto veramente meta-processuale, un’intervento veramente complementare alla giustizia ordinaria ma non percepito come mera appendice del processo civile. L’avvocato del popolo ha già annunciato la battaglia legale del secolo. Ora sarebbe il momento che il mediatore del popolo entrasse in scena.

  5. Come diceva il Prof. Mario Quinto: “Per trovare un accordo bisogna essere in due, ma per litigare basta una persona sola”. Prima di ipotizzare un percorso di mediazione bisognerebbe valutare la mediabilità delle parti.

  6. Analizzando il caso specifico direi che le ragioni che alimentano il conflitto almeno equivalgono alle esigenze di promuovere una soluzione negoziata. Purtroppo ad oggi prevalgono le posizioni competitive di scontro, che mascherano una sostanziale debolezza di entrambe le strategie negoziali delle parti. La magistratura e, da ieri, il Presidente della Repubblica offrono funzioni di sostegno e di supplenza alla vertenza. La valutazione dell’attitudine delle parti alla mediazione non può prescindere, a mio avviso, dall’analisi dell’attuale scenario di politica industriale. Intendiamo veramente risolvere con battaglie legali i circa 150 tavoli di crisi attualmente aperti al MISE?

  7. hanno sbagliato i conti ? poco credibile ..
    come diceva un noto personaggio, a pensar male si fa peccato ma ci si azzecca ; e difatti se leggiamo l’esposto dei commissari straordinari (v. sotto) il sospetto aumenta di molto ..:
    “..Poco importa se questo comportamento discenda da ripensamenti circa le
    valutazioni in precedenza effettuate, o dalla riscontrata incapacità di affrontare quelle
    problematiche che ArcelorMittal aveva invece sempre affermato di poter risolvere: la
    realtà è che – anche a voler credere alla articolazione puramente fattuale delle
    giustificazioni accampate – a base dell’odierna condotta stanno semplicemente
    inaccettabili considerazioni fondate sulla propria (non) convenienza a continuare a
    dare esecuzione agli obblighi in precedenza assunti e i comportamenti adottati per
    perseguire tale illegittimo intento sono stati in sé programmati in modo da recare il
    maggior possibile livello di devastante offensività (nessun preavviso della iniziativa di
    recesso, indisponibilità ad un esame congiunto della situazione per l’adozione di un piano
    condiviso, sostanziale mancanza di disponibilità a concordare iniziative conservative dei
    cespiti e dell’avviamento aziendali finalizzati a garantire la sicurezza del lavoro e degli
    impianti e la continuità dell’attività). …”

  8. Temo che esposti, ricorsi ed ordinanze non aiutino a ricostituire le condizioni necessarie per una negoziazione cooperativa. La speranza di fondo è che le (numerose) parti in gioco considerino necessaria ed imprescindibile una fase iniziale di duro consolidamento delle posizioni, soprattutto per salvaguardare la propria credibilità (leggi: salvare la faccia), per poi passare prima o poi ad uno scenario più costruttivo. Il fattore tempo, in tutto questo, continua a non essere rilevante.

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