ARTE & CONFLITTO : LA STORIA DELLA GIOCONDA

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*Di Alice Trioschi

Nell’anno del cinquecentenario dalla morte di Leonardo Da Vinci, i musei di tutto il mondo si stanno contendendo le sue opere per realizzare retrospettive che attirino milioni di visitatori. In Inghilterra, il Royal Collection Trust ha recentemente aperto la mostra “Leonardo Da Vinci: A Life in Drawing”. In Italia sono visitabili le Gallerie dell’Accademia con l’Uomo Vitruviano, il Palazzo Reale di Torino con la mostra “Leonardo da Vinci: Disegnare il Futuro” e Palazzo Strozzi con un’esibizione su Verrocchio, maestro di Leonardo. Negli USA, il museo di Arte e Scienza di Denver ospita “Leonardo da Vinci: 500 Years of Genius”, con una retrospettiva sulle invenzioni dell’artista. Infine, molto attesa è la mostra organizzata dal Louvre per il prossimo autunno: il museo sta infatti cercando di portare a Parigi il maggior numero di quadri attribuiti oggi a Leonardo.
In questo ambito recente è la polemica nata dalla decisione dell’attuale governo di negare il prestito delle opere leonardesche italiane al Louvre per settembre 2019, contrariamente a quanto stipulato dall’ex ministro dei beni culturali Dario Franceschini nel 2017. Lucia Bergonzoni, sottosegretario al ministero dei beni culturali, ha dichiarato che Leonardo è italiano, in Francia “ci è solo morto”. Prestare le opere leonardesche oltralpe, significherebbe dunque emarginare l’Italia da un grande evento culturale quale la morte dell’artista e mettere in second’ordine l’interesse nazionale.
Sembra dunque che qui l’arte sia oggetto di contesa e causa di tensione tra due Stati che si sentono entrambi patria di un grande genio quale Leonardo, diventando il mezzo attraverso il quale la politica esprime la propria supremazia e il proprio potere. Lo stesso Leonardo, con la Gioconda, è da secoli oggetto di tensioni tra Italia e Francia. Tutt’oggi la leggenda vuole che la Gioconda fu rubata all’Italia da Napoleone tra la fine del ‘700 e il primo ventennio del 1800 insieme ad altre opere di particolare pregio (Apollo del Belvedere, Gruppo del Laocoonte, Nozze di Cana del Veronese) e poi trasportata al Louvre (in realtà la Gioconda fu portata in Francia da Leonardo nel 1517 quando l’artista si recò al servizio di Francesco I).

Foto segnaletica Vincenzo Peruggia (1913)

Questa diceria, fu in passato ritenuta talmente veritiera da spingere l’italiano Vincenzo Peruggia a trafugare nel 1911 l’opera dal museo e trasportarla di nascosto in Italia per restituirla alla legittima patria. Il ladro, ex-impiegato del Louvre, si nascose nottetempo in uno sgabuzzino, uscendone la mattina e trafugando il quadro infilandolo sotto il cappotto. Riuscì a tornare in Italia, dove rimase in possesso della gioconda per due anni. Nel 1913, spinto dal proprio spirito patriottico, si recò a Firenze per vendere il quadro a modica cifra.

Luigi Cavenaghi, Corrado Ricci e Giovanni Poggi (Direttore degli Uffizi) osservano la Gioconda a Firenze (1913)

La notizia della possibile presenza del dipinto in città, spinse l’allora direttore degli Uffizi Giovanni Poggi ad accettare l’invito del ladro e recarsi nella sua abitazione per visionarlo. Riconoscendo la Gioconda come autentica, Poggi chiese a Peruggia di poterne “verificare l’autenticità” e se ne impossessò, chiamando la polizia. Il ladro fu arrestato e imprigionato per pochi mesi, avendo il suo patriottismo suscitato una certa simpatia pure tra i giudici che decisero le sue sorti. Qui è interessante notare come, nonostante il quadro fosse stato rubato da un italiano al popolo francese creando innumerevoli tensioni, per la prima volta nella sua storia la Gioconda fu il mezzo per migliorare le relazioni istituzionali tra i due Paesi. Dopo il ritrovamento, infatti, il dipinto non tornò subito in Francia: venne organizzato un tour in Italia per permettere alla popolazione di assaporarne la bellezza. Il quadro fu esposto agli Uffizi (fino a gennaio 1914, insieme ai due capolavori leonardeschi “Annunciazione” e “Adorazione dei Magi”), all’ambasciata francese di Roma (palazzo Farnese) e a Galleria Borghese. Al termine del “viaggio”, la Gioconda fu riportata al Louvre tramite un vagone speciale delle ferrovie dello stato e accolta da tutto il governo francese, compreso l’allora presidente della Repubblica Raymond Poncaré.

Jackie Kennedy e la Gioconda (1963)

Nella storia della Gioconda troviamo anche un secondo, meno noto, uso del quadro stesso come mezzo di risoluzione di controversie. Si parla dell’unico viaggio negli Stati Uniti mai compiuto dal dipinto, su richiesta di Jackie Kennedy. Nel 1961, in clima di guerra fredda, i rapporti tra Stati Uniti e Russia erano tesi e conflittuali. Entrambi cercavano alleati per mantenere saldo il proprio potere. L’allora presidente degli USA, John F.Kennedy, aveva provato ad attirare il favore della Francia di De Gaulle, senza tuttavia riuscirci. Fu Jackie, durante una cena alla Casa Bianca, a trovare un modo per ottenere dei nuovi alleati. La first lady chiese infatti a André Malraux, ministro francese degli affari culturali, di avere la Monna Lisa in prestito per permettere al popolo americano di ammirarla. Il prestito fu concesso, nonostante in Francia la protesta per la partenza del dipinto si diffuse, scatenando rivolte nelle strade di Parigi. La gioconda fu inviata a New York via nave, in pieno inverno, coperta da un’assicurazione da 100 milioni di dollari (che, se convertita al tasso attuale, sarebbe l’assicurazione più cara di sempre). Fu poi portata con un furgone nella capitale, dove fu esposta l’8 gennaio 1963 alla National Gallery of Washington, in concomitanza con l’apertura dell’88mo Congresso. In tale occasione si venne a sapere che l’opera era stata prestata direttamente a Jackie Kennedy: la mostra era diventata una questione di Stato per la presidenza. John F. Kennedy, nell’accogliere il dipinto, dichiarò: “Questo dipinto è la seconda signora che il popolo della Francia ha inviato negli Stati Uniti e anche se non resterà con noi come la Statua della Libertà, il nostro apprezzamento è altrettanto grande”. Nel giro di un mese, la Monna Lisa registrò visite record al museo, con circa 518.525 persone. Prima del ritorno in Francia, fu trasferita al Metropolitan Museum di New York, dove venne ammirata da quasi 2 milioni di visitatori.
Perché dunque, visti i risultati, non spostare la prospettiva ad un utilizzo dell’arte come oggetto di risoluzione della controversia? L’arte come strumento per stabilire relazioni profonde e amichevoli tra persone e istituzioni? L’arte per attirare l’attenzione su quello che è la guerra, e cercarne una soluzione? L’arte appartiene effettivamente alla cultura di una singola nazione o è patrimonio comune? Non solo a inizio ‘900 o durante la guerra fredda, ma anche oggi, l’arte può essere un mezzo per ripensare il conflitto e, chissà, forse evitarlo.
Rimane dunque aperta la domanda: come usare oggi l’arte per risolvere un conflitto? Guardando alla storia della Gioconda forse troveremo una risposta.

*Funzionario del servizio di mediazione e responsabile del progetto di ADR arte presso la Camera Arbitrale di Milano

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