L’esperienza insegna: provare per credere

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Photo by Samuel C. on Unsplash

di Nicola Giudice

Fino a poche settimane fa conoscevo la città di Napoli in modo superficiale. Mi era capitato varie volte di soggiornarvi per lavoro o di trascorrervi qualche ora di passaggio, ma nulla più. Mai avevo avuto occasione di visitare la città come mi è invece accaduto di recente, con cura, avendo il tempo necessario per guardarne gli aspetti forse meno noti, gli angoli meno turistici e più veri. La mia esperienza è stata davvero felice: un luogo entusiasmante, pieno di vita, colore, tradizione e bellezza. E, insieme, con difficoltà e disagi. E sorrisi, litigate, traffico, ordine, caos, pulizia e mercati rionali pieni di voci, suoni e musica. Una città bella, complicata, passionale e vera, una visita che consiglio a tutti. Potrei tentare di descrivere minuziosamente cosa ho visto e quali emozioni mi abbia suscitato, ma so che sarebbe fatica inutile. Quanti avevano fatto lo stesso con me, cercando di spiegarmi la bellezza della luce, la complessità dei problemi, pregandomi di valutare di persona la realtà delle cose, delle persone e dei luoghi? Tutti avevano inevitabilmente fallito. Come molti, anch’io soffrivo di un certo grado di pregiudizio, anche alimentato dalle cronache che evidenziano molto spesso gli episodi drammatici legati a questa città, facendo inevitabilmente passare in secondo piano le qualità e le cose meravigliose che essa offre. L’esperienza personale mi ha dato una visione diretta e concreta delle cose e mi ha consentito di andare oltre i miei pre-giudizi, dandomi l’occasione di maturare una mia opinione.
Ho avuto occasione di parlarne con un collega mediatore che, a sua volta, ha osservato come lo stesso accada per la mediazione. L’idea di mediare è lontana dalle nostre abitudini; siamo per tradizione avvezzi alla trattativa e ad un certo tipo di negoziato, spesso molto competitivo e “distributivo”. Proprio per questo, l’idea che un terzo neutrale possa esserci di aiuto può risultare, a prima vista, qualcosa di poco comprensibile, in certi casi una vera e propria perdita di tempo.
Poi ci si trova dentro una mediazione e improvvisamente tutto acquista una propria logica, si vedono gli angoli inesplorati, si percepiscono le sfumature, si colgono le occasioni. Solo allora viene spontaneo pensare: “Adesso davvero capisco cosa intendevano dirmi!”.
La mediazione è arte eminentemente pratica, ricca di saper fare più che di sapere, di competenza più che di conoscenza. Vale in questo campo quanti dicevano i classici: experientia docet. Quello su cui forse non sempre si riflette a sufficienza è che questo principio vale per i mediatori, ma vale ancora di più per le parti e gli avvocati. Solo vivendo determinate emozioni e compiendo specifiche attività si ha un quadro effettivamente completo di ciò che davvero accade in una mediazione.
Questa constatazione mette in evidenza quanto sia davvero complicato promuovere l’utilizzo della mediazione. Descrizioni, presentazioni e simulazioni possono offrire un quadro solo parziale, talvolta fuorviante di cosa accade quando ci si trova seduti al tavolo insieme al mediatore. Un po’ come accade con una cartolina che, per quanto suggestiva, non può sostituire l’esperienza personale. Poiché da diversi anni mi occupo proprio di questo tipo di promozione, mi rendo conto di come anche le mie più brillanti presentazioni non ottengano, in termini di efficacia, le medesime reazioni che, invece, vivono coloro che hanno preso parte ad un incontro di mediazione.
Una testimonianza analoga l’ho raccolta da un esperto avvocato milanese che, ad un convegno di qualche tempo fa, ebbe occasione di riportare quanto gli era accaduto. Nei confronti della mediazione aveva sempre cercato di mantenere un atteggiamento privo di pregiudizi. Aveva cercato di documentarsi al meglio, partecipando a momenti formativi, seminari e convegni. Chiamato ad assistere il proprio cliente, un’importante società, davanti ad un mediatore, prese parte all’incontro con un misto di sospetto e curiosità, domandandosi cosa mai potesse fare quella signora simpatica e sorridente che si era accomodata al tavolo con parti e avvocati. La vicenda si trascinava da mesi e tutti avevano provato a trovare una soluzione, senza successo.
Dopo quella vicenda, l’avvocato si trovò in mediazione in altre occasioni; in tutte queste vicende affermò non avrebbe scommesso nemmeno un centesimo sulla possibilità di trovare un accordo.
Invece, in tre casi venne raggiunto un accordo e nel quarto, pur senza arrivare ad un’intesa, le parti si dichiararono soddisfatte del lavoro svolto in mediazione, che aveva fornito loro nuove motivazioni per proseguire in ogni caso la collaborazione professionale che era entrata in crisi.
Lo stesso avvocato confessò di non aver davvero compreso cosa fosse la mediazione prima di viverla sulla propria pelle. E, per quanto fossero bravi i mediatori, la differenza riteneva consistesse soprattutto nel metodo, nel modo con cui le parti si trovano ad interagire tra loro; insomma, ancora una volta, nell’esperienza della mediazione.

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