Formare studenti universitari alla mediazione: incontro con Luigi Cominelli

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Photo by Nicolas Ladino Silva on Unsplash

La promozione della cultura delle ADR deve passare anche dalle università, luoghi istituzionalmente deputati alla creazione e diffusione del sapere e alla formazione delle professionalità di domani. E’ questa la principale ragione che ha spinto alla creazione di iniziative come la Competizione Italiana di Mediazione. Abbiamo rivolto qualche domanda al Prof. Luigi Cominelli, dell’Università degli Studi di Milano, tra i primi in Italia a promuovere l’impiego di queste metodologie, componente del Comitato Organizzatore della CIM e docente di riferimento dei team della “Statale” milanese.

Come reagiscono gli studenti alla proposta di approfondire in università un tema come la mediazione?
​Gli studenti sono in genere molto incuriositi, e quando iniziano a capirne di più, sono anche stupiti che questo metodo non venga insegnato organicamente e pubblicizzato meglio. Molti arrivano con un po’ di confusione in testa tra arbitrato e mediazione, perché ne hanno magari sentito parlare insieme a proposito di ADR, e dunquebisogna in primo luogo chiarire la differenza. Anche la visione che della mediazione hanno i docenti degli altri corsi non è particolarmente aggiornata, e spesso è ricca di pregiudizi. Una volta superato lo scoglio iniziale, molti studenti ​si appassionano, e cercano poi di capire come diventare mediatori, e se questa può essere una strada professionale che è possibile intraprendere una volta terminati gli studi. Tuttavia non possiamo ancora aspettarci che in tempi relativamente brevi i curriculum universitari regalino grande spazio alla mediazione. La preparazione classica da avvocato litigator è ancora ben radicata nell’immaginario delle professioni forensi. E’ più facile, secondo me, che la mediazione prima si affermi ancora più saldamente nella prassi professionale, e che solo successivamente l’università ne faccia il proprio patrimonio.

La Competizione è un approccio decisamente nuovo per l’universitario italiano. Al di là dell’aspetto ludico, quali sono i risultati concreti per chi partecipa dal punto di vista del miglioramento della propria preparazione?

​Trovarsi a lavorare in un gruppo di persone è uno degli elementi più importanti nella preparazione per la CIM, e troppo poco spesso, purtroppo, viene esercitato e messo in pratica durante la carriera universitaria. Fortunatamente oggi ci sono molte opportunità di frequentare corsi interattivi e nei quali questo tipo di lavori viene richiesto, ma tutto è ancora rimesso alla volontà e alle inclinazioni del singolo studente. Quello che posso dire, dopo avere visto il percorso personale di ormai più di 50 mooters nazionali e internazionali, è che dopo la CIM gli studenti sembrano più maturi e “professionali”. Un’esperienza intensa ed emotiva come la CIM, o come qualsiasi altro moot, rende emotivamente solidi e direi anche più equilibrati. ​Una delle cose più difficili da capire per i ragazzi è ottenere un risultato “negativo”in classifica, o non così positivo come ci si aspetterebbe. In questo, credo che faccia anche parte del processo di maturazione capire che le valutazioni umane sono per loro natura difformi e imprevedibili, e se questo vale per i giudici veri, a maggiore ragione può valere per i negoziatori o i mediatori professionisti che li valutano. La cosa più importante non è tanto il gradino del podio sul quale si sale, ma la strada che si è fatta e i passaggi che si sono compiuti dal momento in cui si è selezionati per partecipare, alla proclamazione del vincitore della CIM. Sono convinto che siano molto rari i casi in cui questi progressi non sono stati significativi.

Quali altri esempi di competizione ci sono di questo genere?

​A livello internazionale, ci sono ormai almeno 2 competizioni internazionali di mediazione molto conosciute e popolari. Nelle facoltà di legge si stanno affermando prepotentemente le moot court competitions (arbitrato, corte di giustizia internazionale e corte penale internazionale)​. Si tratta sempre di simulazioni il più realistiche possibile, che alla componente di imitazione della realtà aggiungono la pressione emotiva di lavorare con persone mai conosciute prima, magari anche di diverse culture. Questo mix riproduce bene le condizioni emotive nelle quali ci si trova poi a confrontarsi nelle situazioni reali, e quindi in un certo modo ti prepara ad affrontarle, anche se non può trattarsi come è ovvio della stessa cosa. Si stanno affermando in questo ultimo periodo anche le competizioni di negoziato puro, alle quali abbiamo iniziato a partecipare con ottimi risultati.

E’ difficile seguire una squadra di studenti di mediazione?

​E’ sicuramente uno sforzo organizzativo notevole e una sfida pedagogica alla quale noi docenti universitari non siamo abituati. Più che infarcire la testa di nozioni, qui si tratta di plasmare e fare evolvere atteggiamenti ed abitudini comportamentali. Sono quello competenze trasversali o soft skill di cui si parla sempre di più, ma che nei fatti pochi sono in grado di insegnare. i appoggiamo regolarmente su mediatori professionisti, che svolgono in prima persona la funzione di coach, e che hanno un’esperienza pratica solitamente molto maggiore rispetto agli accademici. Si tratta però di una collaborazione che a mio modo di vedere porta buoni risultati, perché integra perfettamente l’aspetto teorico e quello pratico. Attenzione quindi a pensare che si tratti di puro istinto affinato dell’esperienza! Anche le teorie vengono prodotte dalla ricerca empirica, e non esiste niente di più pratico di una buona teoria.

2 COMMENTI

  1. Non avrei saputo dirlo in modo migliore. Grazie Giovanni!
    A quanto scritto da Luigi, posso aggiungere che l’occasione di crescita non è solo per i ragazzi ma anche per noi coach, mediatori e giudici!

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