Mediare coi lupi

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lupodi Giovanni Matteucci

“ Imparare a pensare come un lupo – Mentre si sviluppa una strategia per ridurre il rischio al tuo bestiame, un grande aiuto viene dal comprendere le cose dal punto di vista del lupo. I lupi sono cacciatori naturali ma sono anche saprofagi, cioè prederanno anche animali morti e l’odore di carcasse in decomposizione li attirerà.

… I lupi, spesso, focalizzano l’animale più debole in un branco e sono abili nell’ identificare animali feriti o in difficoltà. Quindi i metodi che aumentano la percezione del rischio da parte del lupo possono prevenire la predazione.
I lupi apprendono velocemente e possono superare la loro paura dei metodi per spa-ventare, come luci e suoni, specialmente se sono esposti ad essi ripetutamente. Gli allevatori possono aver bisogno di cambiare metodi frequentemente per evitare che i lupi si abituino e perdano la loro naturale diffidenza.(1)

Quale metodo usare per la protezione del bestiame dipende da molti fattori. I più importanti da considerare nello sviluppo delle soluzioni sono:
– che tipo di bestiame devi proteggere?
– dov’è il tuo pascolo?
– quanti capi necessitano di protezione?
– qual è la loro età?
– durante quale stagione ti occorre la protezione?
– quanto è accessibile il sito?
– di che dimensione è il pascolo?
– con che frequenza l’uomo supervisiona o controlla il bestiame?” .

Per cui:
– empatia ? mettersi nei panni (o nel pelo?) del lupo;
– focus on interests, not positions ? il lupo ha fame;
– sviluppare soluzioni alternative? preparare qualche bocconcino (non precotto) lontano dal gregge e controvento rispetto ad esso;
– soluzione di mutuo interesse? catturare il lupo e trasferirlo lontano, ma molto molto lontano, dal proprio gregge.

Se qualche formatore (casi pratici) alla mediazione necessitasse di un esempio diverso dal solito per le sue lezioni, l’esperienza che si sta maturando in provincia di Grosseto sarebbe di particolare interesse.
Da molti anni il lupo è un predatore protetto dalle leggi internazionali e il suo numero è aumentato non di poco anche in ambito appenninico. Con conseguenze non proprio gradite dagli allevatori di bestiame, che spesso subiscono danni, i cui risarcimenti (parziali e con ritardo) da parte dell’autorità non sono sufficienti a garantire la sopravvivenza delle aziende nel medio periodo. La prevenzione è importante: per il ricovero notturno recinti solidi, che partano da 35 cm sotto terra fino ad un livello che non permetta facili scavalcamenti ed una combinazione di filo spinato e cavi elettrici; di notte e di giorno i cani pastore; programmare i parti in un breve lassi di tempo; ecc. . Ma il problema è complesso, ed ha comportato anche l’uccisione –illegale- di lupi, le cui carcasse scuoiate sono state esposte lungo le strade.

A fine maggio a Grosseto il progetto Life Medwolf ha organizzato un incontro tra i rappresentanti dei diversi gruppi interessati (allevatori, cacciatori, animalisti e ambientalisti) per discutere su come gestire la situazione, con la partecipazione anche di tecnici dell’Università di Aberdeen e di Edimburgo. “Il conflitto che si è sviluppato in provincia di Grosseto – ha spiegato il professore Steve Redpath, esperto nella gestione dei conflitti con la fauna selvatica – ha una connotazione di tipo sociale, che va risolto attraverso il coinvolgimento delle diverse parti, e chiedendo a tutti di ascoltare gli altri prima di avere una risposta pronta”.

Il progetto MedWolf è realizzato in Portogallo, nei distretti di Castelo Blanco e Guarda, e in Italia, in provincia di Grosseto, con la finalità di ridurre il conflitto tra la presenza del lupo e le attività umane nelle aree interessate. Finanziato dai progetti europei LIFE+Natura e Biodiversità, cerca di coinvolgere i vari stakeholders al problema: popolazioni locali, associazioni di allevatori e agricoltori, associa-zioni ambientaliste, cacciatori, istituzioni e centri di ricerca. Per impostare in maniera adeguata la comunicazione del progetto, in Portogallo è stata effettuata un’indagine ex-ante sul livello di conoscenza e percezione della presenza del lupo. Sono state intervistate 359 persone: 150 abitanti delle zone, 20 giornalisti, 52 cacciatori, 72 guardie zoofile e 62 allevatori. Le risposte sono state poi sottoposte ad analisi di regressione multipla. Dopodiché individuazione dei problemi e delle possibili soluzioni, schema del conflitto, analisi di Batna e Watna, ecc. ecc. Ovvero, la tecnica di base per impostare un serio progetto è quella della mediazione.

Ma il problema della presenza del lupo non è esiste solo in Maremma. “Qui a Campo Imperatore (alle pendici del Gran Sasso, provincia de l’Aquila, Abruzzo – n.d.r.) ci viviamo fra i lupi. Io ho 2.000 pecore, eppure in due anni non ne ho persa neanche una. La salvezza nostra è l”arma bianca’, i cani pastori abruzzesi. Io ne ho 20″: Giulio Petronio, allevatore. “Dei 12 progetti finanziati dalla Ue – nel Parco nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga , spiega Federico Striglioni, responsabile scientifico dell’ente – sei riguardavano la coesistenza dell’uomo coi predatori, dalla costruzione degli stazzi elettrici all’addestramento di cani da guardiania. Abbiamo lavorato per stabilire un rapporto di fiducia con gli allevatori, abbiamo concordato con loro il regolamento per gli indennizzi. Se non si affronta il problema con chi lavora negli allevamenti, non si risolve nulla…… E’ più facile dire ‘togliamo i lupi’ che educare gli allevatori”; Ansa, “Gran Sasso, convivere (bene) coi lupi senza doppiette” 22.6.2017

Per cui, alla prossima procedura, colleghi mediatori, tenete a mente i lupi e … tanta pazienza !

76 COMMENTI

  1. http://www.camera.it/leg17/410?idSeduta=0744&tipo=stenografico
    Camera dei Deputati , XVII Legislatura, 17.2.2017
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    Resoconto stenografico dell’Assemblea – Seduta n. 744 di venerdì 17 febbraio 2017
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    INZIATIVE A TUTELA DEL LUPO “SPECIE PARTICOLARMENTE PROTETTA”
    (ai sensi dell’art. 2, L. 11.2.1992, n..157 – n. 2-01657)
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    PRESIDENTE – Passiamo all’interpellanza urgente Paolo Bernini ed altri n. 2-01657 (Vedi l’allegato A – Interpellanze urgenti).
    Chiedo al deputato Paolo Bernini se intenda illustrare la sua interpellanza o se si riservi di intervenire in sede di replica.
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    PAOLO BERNINI – Grazie Presidente. Onorevole Ministro, lei certamente saprà che l’Italia è già, anzi direi di nuovo, sotto procedura di infrazione per il mancato rispetto della «direttiva Habitat», proprio per la mancata designazione di zone speciali di conservazione e adozione di misure di conservazione degli habitat naturali, della flora e della fauna selvatica. La stessa direttiva che invece, secondo voi, potrebbe consentirvi di ricorrere agli abbattimenti selettivi dei lupi, come previsto all’articolo 16 della direttiva stessa e come previsto dal «Piano lupo 2017». Peccato che abbiate omesso questo dettaglio, invece rilevantissimo, di essere un Paese già sotto procedura di infrazione per non aver tutelato la biodiversità e che, per ottenere la deroga per abbattere i lupi, dovreste dimostrare di aver protetto la specie, di avere i dati scientifici pubblicati relativi al censimento nazionale della specie, che invece non ci sono, di avere messo in pratica tutti i dovuti sistemi di deterrenza per proteggere le greggi, cosa che non è stata fatta, e di aver determinato, in modo impeccabile, la natura di ogni episodio di predazione, siano essi lupi, cani o meticci ibridi. Anche questo non è un sistema applicato con serietà e con la dovuta formazione dei medici veterinari Asl. E vi sarebbe molto da dire su come non funzionano, come siano mal gestiti, i sistemi attuali di indennizzo.
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    Poi finiamola anche di usare termini fuorvianti che volutamente sottendono a scorrette, quanto errate, interpretazioni, perché lupi e cani, che si riproducono tra loro, visto che appartengono alla stessa specie, non sono ibridi, ma meticci e, come previsto dal Regolamento n. 338 del 1997 dell’Unione europea, non solo i lupi sono una specie particolarmente protetta, ma lo sono anche tutti quei soggetti che da essi derivano fino alla quarta generazione, ancorché derivati da un incrocio tra domestici, incrocio lupo-cane. Questo fenomeno, peraltro, nonostante il tentativo fuorviante del progetto Ibriwolf di creare un problema, che non esiste in termini di reale minaccia per la specie del lupo, è da chiarire, come dimostrano le ricerche pubblicate dal dottor Rosario Fico dell’Istituto zooprofilattico del Lazio e della Toscana. I risultati hanno mostrato che i cani e i lupi italiani sono geneticamente ben differenziati, suggerendo che l’introgressione dei geni domestici non ha inciso sul patrimonio genetico del lupo e che gli ibridi possono essere non identificabili in base a criteri di osservazione e la loro rimozione dalla popolazione selvatica è un obiettivo probabilmente impossibile. Suggeriamo che la gestione e gli sforzi di conservazione debbano essere concentrati sulle popolazioni di cani randagi che sono la fonte primaria di ibridazione del lupo. Per questo sarebbe più che opportuno che il Governo indagasse su tutti gli animali catturati e costretti in cattività anche da Ibriwolf. Come? Solo per citare un caso, quello dei sei cuccioli catturati in tana, strappati alla madre e al branco e messi in gabbia, presso il centro di recupero di Semproniano, perché ibridi o no, per il sopracitato Regolamento, ciò non potrebbe in alcun modo avvenire. Per di più ci chiediamo: a che titolo e se a spese dello Stato?
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    Appare, inoltre, più che mai assurdo che, nonostante siano stati disattesi tutti i principi cardini del «Piano lupo 2002», voi abbiate il coraggio di rispondere oggi con l’arroganza e la protervia che contraddistinguono questo Governo nella gestione della biodiversità, proponendo, come soluzione ai problemi, e per racimolare qualche voto tra gli allevatori, gli abbattimenti dei lupi.
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    Il «Piano lupo» è stato redatto dall’Unione zoologica italiana Onlus e non dall’Ispra, come stabilito dall’articolo 7 del decreto del Presidente della Repubblica n. 357 del 1997, ed ora all’esame della Conferenza Stato-regioni prima della sua definitiva adozione. L’Unione zoologica italiana Onlus è presieduta dal professor Boitani, anche responsabile del progetto Ibriwolf , il quale ha dichiarato, che non sono previsti gli abbattimenti selettivi dei lupi, negando evidentemente quanto invece previsto e anche da lui indicato nel piano di conservazione e gestione del lupo del 22 dicembre 2015.
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    Lei, Ministro dell’ambiente, ha dichiarato in precedenza che nel «Piano lupo» non è previsto il ricorso agli abbattimenti selettivi come da deroga prevista dall’articolo 16 della «direttiva Habitat», mentre in altre circostanze ha sostenuto che l’abbattimento di un massimo del 5 per cento degli esemplari «non mette a rischio la presenza del lupo in Italia. Se non facciamo questo, il bracconaggio diventerà lo strumento di tutela degli agricoltori. E allora davvero la sopravvivenza del lupo sarà a rischio»; quindi, uccidiamo i lupi per proteggerli.
    In Italia non esiste un censimento dei lupi e il «Piano lupo 2017» per stessa ammissione dei redattori non può utilizzare dati scientifici pubblicati poiché non ce ne sono, come riportato a pagina 13 del Piano: «In mancanza di una stima formale basata su un programma nazionale di censimento del lupo, la popolazione appenninica è stata stimata attraverso un metodo deduttivo». Lo stesso nuovo piano ammette di fatto il fallimento totale del precedente «Piano lupo» del 2002 e il mancato rispetto della «direttiva Habitat» per quanto concerne la tutela dei lupi e del loro habitat, con il rischio dell’avvio di una procedura di infrazione.
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    Pertanto, chiediamo di sapere: quali siano i dati nazionali raccolti e pubblicati relativi all’uso dei deterrenti e dei sistemi dissuasivi in opera ad oggi su tutto il territorio italiano; in che modo siano valutati gli episodi di predazione sulle greggi e se questi siano verificati da esperti medici veterinari forensi; per quali motivazioni per la realizzazione del «Piano lupo» si sia deciso di avvalersi dell’Unione zoologica italiana, e se, a tale riguardo, la consulenza sia stata decisa con affidamento diretto, se sia a titolo oneroso e, in tal caso, con quale impegno economico a carico dei cittadini italiani; per quale motivo l’Ispra, organo tecnico-scientifico del Ministero, non sia stato ritenuto idoneo alla realizzazione del «Piano lupo»; se il Ministro non ritenga di dover tenere conto delle reazioni negative e delle perplessità espresse da alcune regioni, i cui presidenti hanno dichiarato di non voler approvare un piano che, tra le altre criticità, prevede gli abbattimenti; per quale ragione il documento non sia presente e consultabile sul sito del Ministero, ma sia reperibile unicamente sul sito di una Onlus; come siano garantiti l’affidabilità e il carattere scientifico del piano, dal momento che è stato realizzato senza alcun dato pubblicato e senza conoscere la consistenza dei lupi in Italia; con quale metodo si dovrebbe stabilire la quota del 5 per cento degli abbattimenti selettivi previsti dalla «direttiva Habitat», visto che il piano lupo non sembra dare indicazioni sufficienti in tal senso; se si intenda confermare la relazione tra il bracconaggio e l’esigenza di concedere la deroga agli abbattimenti selettivi; in che modo il Governo intenda procedere con la tutela del lupo, che appare invece ancora a rischio, tenendo conto che, ad esempio, secondo i dati pubblicati dal «progetto lupo Piemonte», su una popolazione di circa 80 lupi, 12 sono morti a causa di attività umane tra il 2011 e il 2012, mentre in Maremma nel 2014 almeno 13 lupi, su una popolazione di 30 individui, sono stati illegalmente uccisi; se il Ministro intenda fornire dati aggiornati sui sistemi di deterrenza messi in opera e quale sia attualmente il sistema più indicato per misurare il fenomeno della predazione; se le misure previste per i piani di monitoraggio, per la deterrenza e per garantire il riconoscimento degli indennizzi siano accompagnate da risorse congrue.
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    In che modo il Governo intenda tutelare una specie particolarmente protetta e favorirne la convivenza con le attività umane, garantendo e sostenendo economicamente l’applicazione e l’uso di tutti i deterrenti e, di conseguenza, la tutela degli habitat e, più in generale, della biodiversità.
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    PRESIDENTE . Il Ministro dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare, Gian Luca Galletti, ha facoltà di rispondere.
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    GIAN LUCA GALLETTI . Ministro dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare. Presidente, grazie all’onorevole interpellante. In via preliminare si segnala che la bozza di Piano cui fa riferimento l’onorevole interpellante non è quella in discussione in sede di Conferenza Stato-regioni; peraltro la bozza di Piano oggi in discussione supera gran parte delle criticità sollevate, proprio in ragione del costruttivo confronto tecnico fra le amministrazioni centrali e regionali, che ha portato alla chiusura tecnica del procedimento. Rispetto alla possibilità di rendere pubblico il Piano prima della sua approvazione da parte della Conferenza, si segnala che, di prassi, fino alla chiusura del procedimento, tali atti sono riservati e accessibili solo alle amministrazioni concertanti.
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    Riguardo ai dati nazionali richiesti, si evidenzia che il lupo in Italia è una fra le specie più studiate e meglio conosciute, con una popolazione minima stimata di 1.070 individui per la popolazione appenninica e di 100 individui per la popolazione alpina. La forte ripresa del lupo negli ultimi decenni ha portato a riconoscere la specie in uno stato di conservazione soddisfacente rispetto ai parametri proprio della direttiva «Habitat» (quella che citava lei, onorevole), e a migliorare la sua classificazione da «minacciata» a «vulnerabile» nella classificazione della Lista rossa IUCN, rappresentando gli esiti di un successo per il nostro Paese.
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    Per assicurare una maggiore e più coerente gestione e conservazione del lupo, a partire dal 2016 è stato avviato un lavoro per la redazione di un nuovo Piano di azione del lupo. Guardate, io potevo benissimo fare a meno di intraprendere questo percorso, perché il mio Ministero non ha competenze sulla gestione del lupo: la gestione del lupo spetta esclusivamente alle regioni. Ho solo preso atto di una situazione per me intollerabile: lo dico da Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, ma lo dico anche da cittadino di questo Paese. Avere chiuso gli occhi davanti a questo problema e avere lasciato alle regioni, che svolgono bene il loro compito in tanti settori, un tema così rilevante senza una cornice quadro di indirizzo, ha voluto dire per anni aprire la caccia al lupo: sì, oggi, se volete sapere, la caccia al lupo è aperta. Oggi, mentre parliamo, senza questo Piano, la caccia al lupo è aperta, e chi respinge questo Piano, di fatto, sta facendo in modo che la caccia al lupo in questo Paese resti aperta, perché il problema ce l’abbiamo tutto lì ! Il problema sono i 250-300 lupi che ogni anno in questo Paese vengono bracconati, perché non c’è nessuna azione che in qualche modo vada a prevedere la convivenza fra i cittadini, le attività economiche e la presenza del lupo. Manca questo oggi, non è che manchi chissà che cosa: mancano delle azioni che tendano a fare questo. E come ho agito io ? Come sono abituato a fare: ho chiesto alla scienza «che cosa intendete fare ?». Cioè, «quali sono le proposte che ci fate ?». E ritengo che questo sia il percorso nelle materie ambientali che riguardano anche situazioni così complesse, perché stiamo parlando di una situazione complessa, e sia il miglior modo di agire.
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    E siamo andati, per intenderci, dai maggiori esperti che ci sono in Europa, non è che l’ho fatto con due tecnici pur bravi del mio Ministero. Abbiamo messo al tavolo 70 scienziati, coordinati dal presidente Boitani, la cui statura scientifica è conosciuta in tutta Europa e stimata in tutta Europa, e abbiamo redatto un elenco di azioni. Questo elenco di azioni, che sono 22, le abbiamo poi sottoposte agli stakeholder da una parte, che sono sia le associazioni agricole, sia le associazioni ambientaliste, alle regioni dall’altra, con le quali abbiamo avuto una valutazione tecnica positiva; dopodiché questo Piano dovrà andare prossimamente alla Conferenza Stato-regioni per la definitiva approvazione. Ma è un percorso del tutto trasparente !
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    Poi si può dire che piace, non piace, per l’amor di Dio: ognuno è giusto che abbia le proprie idee. Io posso dire semplicemente che questo Piano ha una valenza scientifica forte, che io la situazione così com’è adesso non la lascio, perché non mi sento moralmente di poter lasciare una situazione indecorosa come quella che stiamo vivendo oggi: voglio almeno mettere a disposizione delle buone pratiche che possano aiutare ad evitare il bracconaggio. Ma guardate, parliamo di cose che sono anche abbastanza alla portata di tutti. Il Piano prevede 22 azioni di conservazione: misure per la prevenzione dei danni da predazione; nucleo anti-bracconaggio composto dai carabinieri forestali e dalle polizie locali. Sarà giusto fare un nucleo anti-bracconaggio specializzato proprio per il lupo, che oggi non esiste ? È un male fare questo ? L’addestramento di cani al rilevamento di bocconi avvelenati. Oggi non esistono, oggi i lupi vengono uccisi prevalentemente con i bocconi avvelenati. È giusto fare un addestramento dei cani affinché questa pratica finisca ? Io credo che sia giusto, davvero ! Le vaccinazioni dei cani randagi per ridurre l’ibridazione con i lupi, che sono quelli più pericolosi; oltre ad una più stretta regolamentazione dello strumento delle deroghe al divieto di rimozione generale, già previsto dalla legislazione vigente.
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    Io su questo voglio essere molto chiaro. Prima di tutto: compatibilità con la normativa europea. Chiaramente siamo tranquilli: questo è compatibile con la normativa europea. Sono ancora più tranquillo, vi dirò, perché prima di portare alla concertazione il Piano del lupo, chiaramente abbiamo fatto una verifica preventiva con l’Europa: noi su questo piano abbiamo un assenso, ancora ufficioso, da parte della Commissione, da parte degli apparati europei, che ritengono che così il Piano vada bene. D’altra parte non è che ci inventiamo niente di nuovo: la rimozione dei lupi è prevista in gran parte, se non quasi nella totalità dei Paesi europei; quindi oggi siamo l’eccezione noi rispetto agli altri; non è che siamo noi che per primi ci buttiamo in questa cosa. Oggi, se penso alla Francia, alla Germania, ma quasi – ripeto – a gran parte dei Paesi europei, nella loro legislazione interna, in conformità alla direttiva «habitat», prevedono la rimozione dei lupi.
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    Lo dico con molto dispiacere, perché, quando si travisano le cose (non lo dico in questo caso agli onorevoli interpellanti: lo dico rispetto a un dibattito sui giornali che ho letto negli ultimi mesi), quando si dicono delle falsità, si rischia poi di ottenere l’effetto contrario. E quella di dire «apriamo la caccia al lupo» è davvero una falsità, perché se io dico a mio figlio «apriamo la caccia al lupo», lui pensa che dal giorno dopo chiunque possa prendere un fucile e andare a sparare a un lupo. Io sfido chiunque a dire che con questo Piano domani un qualsiasi cittadino può prendere il fucile e andare a sparare al lupo. Non è così ! Il lupo con questo Piano è più tutelato di prima, non meno, è più tutelato di prima, molto più tutelato. Allora si può dire «avete aperto la caccia al lupo», perché fa bene elettoralmente, perché ad alcune associazioni ambientaliste fa bene per avere più soci e per dare più disponibilità su coloro che credono in loro, ma questa è una bugia; e io sfido chiunque a venire a un confronto con me e sostenere che da domani con questo Piano è aperta la caccia lupo, così come si intende, dicendo «è aperta la caccia al lupo», si prende il fucile e si va a sparare. Chi dice questo è un bugiardo. Punto ! Non dico altro, perché è così.
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    Quand’è che si può prelevare il lupo, per intenderci ? Quand’è che si può arrivare a prelevare un lupo ? È una procedura molto complicata, molto tutelante. Intanto prima di tutto deve essere attivata dalla regione: non è che il Ministero d’imperio può partire e dire «preleviamo quel singolo esemplare di lupo». No: il Ministero, perché non ha nessuna competenza sulla gestione del lupo, non può agire in nessun modo sul prelievo dei lupi; deve essere la regione che si attiva e chiede al Ministero di avere l’autorizzazione a prelevare un lupo.
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    Non mi voglio nascondere dietro alle parole, perché altrimenti dopo mi dicono: dici «prelevare» perché non vuoi dire la parola. «Prelevare», che sia chiaro, vuole dire prendere quel lupo e sopprimerlo, non è che mi nascondo dietro a questo. Stiamo allora parlando di questo. Quand’è che ciò può avvenire ? La regione lo chiede al Ministero. Il Ministero dice: hai fatto tutto quello che il piano prevede, tutto ? Il che vuole dire: hai fatto il piano anti lupo ? Hai messo le recinzioni ai pascoli in maniera che il lupo non possa predare gli agricoltori ? Hai dato, perché spetta a loro, tutti i rimborsi per i danni provocati ? Hai istituito il nucleo antibracconaggio ? Hai addestrato i cani ? Vi è una serie di condizioni, previste dal piano: solo se sono state messe in atto tutte quelle condizioni, tutte quelle condizioni, allora il Ministero chiede all’ISPRA un parere tecnico-scientifico, quindi se quel lupo, il singolo lupo individuato, non un lupo preso a caso, cioè, se quel singolo lupo presenta un carattere aggressivo tale da poter essere pericoloso per le condizioni antropiche di quella zona. Solo in questo caso, stiamo parlando solo in questo caso. Allora, voi ditemi se avete il coraggio di dire che, con queste regole, abbiamo aperto la caccia al lupo. Qui noi stiamo parlando, per intenderci, di decine, decine e decine di aziende agricole e di persone che stanno perdendo il lavoro, anche perché noi non le stiamo tutelando; oggi il lupo è libero di fare quello che vuole e non ci sono azioni di prevenzione di nessun genere.
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    Abbiamo abbandonato gli agricoltori, abbiamo abbandonato delle zone intere. Allora, io dico che questo equilibrio, difficilissimo da trovare, fra la presenza del lupo, le attività economiche e la presenza dell’uomo, anche, va assolutamente regolato. Se noi su questo aspetto facciamo una mera strumentalizzazione politica, davvero non rendiamo un servizio a questo Paese. Non facciamo un servizio al lupo in primis, perché lasciamo il bracconaggio libero, non lo facciamo alle attività economiche di questo Paese e non lo facciamo ai paesi montani.
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    PRESIDENTE . Il deputato Busto ha facoltà di dichiarare se sia soddisfatto per la risposta all’interpellanza Paolo Bernini ed altri n. 2-01657, di cui è cofirmatario.
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    MIRKO BUSTO . Ministro, no, non sono soddisfatto. Non sono soddisfatto perché, ancora una volta, ci ripropone una strategia, una narrazione che è curiosa. È un ossimoro tutelare eliminando. Non riesco a capacitarmi che questa possa essere una configurazione sensata. Lei ha detto e ripetuto anche adesso che, per fermare il bracconaggio, visto che c’è un problema di coesistenza, noi li uccidiamo direttamente. Quindi questo uno…
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    GIAN LUCA GALLETTI . Ministro dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare. Ma sono 22 azioni !
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    MIRKO BUSTO . Sì, lei ha detto anche che c’è tutto un percorso prima, ma questo percorso prima è lo stesso che c’era nel piano lupi del 2002 e nei piani precedenti, e invece non si è fatto nulla. Però, le dico una cosa che è stata fatta: è stato soppresso il Corpo forestale dello Stato. Quello sì, quello è stato soppresso, e poteva avere una funzione anche per andare incontro a questo tipo di problemi, e, invece, abbiamo anche una proposta della riforma della legge sui parchi, adesso, in discussione, che prevede di aprire i parchi alla caccia.
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    Quindi, non capisco la ratio che sta dietro questo tipo di intervento, però voglio dirle una cosa: l’altro giorno, leggendo le sue dichiarazioni, mi è venuta in mente una cosa. Era il 2003: George Bush – si ricorderà, lei era assessore, mi pare, a Bologna – negli Stati Uniti flagellati da incendi, propone di tagliare otto milioni di ettari per fermare gli incendi. Ecco, mi sembra che la logica sia la stessa: tagliamo gli alberi per fermare gli incendi, distruggiamo le foreste per fermare gli incendi. Lei ci dice, invece, che abbiamo una popolazione che non abbiamo stimato, anzi, abbiamo stimato, cioè non abbiamo censito, non c’è un censimento.
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    Quindi, questo già è un primo grande inadempimento del piano lupi precedente; quindi, non abbiamo utilizzato una metodologia scientifica chiara e trasparente per capire quanti ce ne sono. Quindi, non sappiamo quanti ce ne sono, decidiamo che, alla fine di un processo lungo, che però in Italia, purtroppo, per come anche state gestendo questo Paese, finirà senza nessun esito, molto probabilmente, quindi, alla fine di questo lungo percorso, cosa succede ? Noi possiamo ucciderne il 5 per cento. Lei ha detto un lupo: questo lupo, io voglio sapere, come facciamo a capire che sopra ha il numero minore di 5 per cento, voglio capire come facciamo, se non abbiamo un censimento; come facciamo a sapere che quel lupo lì è sotto il 5 per cento.
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    E poi ci sono tanti altri problemi. È stato ricordato prima dal collega Bernini: non abbiamo stimato il numero di lupi presenti, non abbiamo censito il numero preciso di lupi presenti. Non abbiamo aiutato gli agricoltori e gli allevatori, lei lo ha detto, abbiamo abbandonato gli agricoltori. Ma chi li ha abbandonati ? Voi avete abbandonato gli agricoltori, avete abbandonato quel terremoto, li avete abbandonati con la gestione del lupo, cioè non è che siamo noi. Se non siete capaci a governare, ci sono tanti altri lavori da fare in questo Paese, non c’è soltanto il Ministero e il Governo, mi sembra, no ? Quindi, non abbiamo aiutato gli allevatori. I dati gridano vendetta, perché li ha ricordati prima: il progetto Life Medwolf dice che, sui danni da predazione da cani nel 2014, il 98 di questi proviene da allevamenti e pascoli non vigilati da pastori, il 57 per cento non ha cani da pastore e guardiania e solo il 41 ha due cani ogni 500 pecore, l’85 per cento non ha recinzioni per prevenire l’attacco da parte di predatori.
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    Cioè, noi li abbiamo lasciati fare come se i lupi non ci fossero e dopo dieci anni si dice che creano qualche problema. Non si è fatto nulla, poi si crea qualche problema; la stessa cosa che succede per l’orso, la stessa cosa che succede per tutti gli animali, la fauna selvatica. Non si fa nulla, dopodiché si dice: ok, c’è un problema, e adesso chi lo risolve ? I cacciatori, facciamo sparare i cacciatori, in altri casi, come, per esempio, le ricordavo la riforma della legge n. 394. Ora, voglio andare avanti: c’è un problema anche, dicevo prima, di danno. Non abbiamo aiutato gli agricoltori, li abbiamo lasciati da soli: significa anche che noi queste persone non le abbiamo compensate del danno, perché, mi perdoni, quando noi risarciamo un capo abbattuto, non risarciamo il danno totale che ha subito, risarciamo solo una minima parte.
    Infatti, c’è tutta una serie di danni indiretti, lo stress sul gregge, la riduzione, la perdita di produzione del latte, gli aborti, le ferite, l’aumento di spese per le cure, tutta una serie di spese che, secondo alcune stime, può far salire il danno fino a diciotto volte. E, quindi, è ovvio che generiamo una certa rabbia, insofferenza, negli allevatori, perché non li stiamo compensando. Peraltro, c’è un altro grande problema, come veniva ricordato prima, cioè il fatto che molto spesso il problema non sono neanche i lupi, il problema è il randagismo, il problema sono i meticci oppure gli ibridi, come veniva detto.
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    Quindi, non viene fatto un accertamento da una perizia medico-legale, che deve essere fatta da un medico veterinario con comprovata esperienza, e quindi, giustamente, non si riesce a capire se è stato un cane, semplificando, o è stato un lupo, e quindi tutta la rabbia viene riversata sul lupo, quando quello che manca, in realtà, che cos’è ? C’è la negligenza dei proprietari, certamente, ma, soprattutto, il livello istituzionale è quello che è mancato, il mancato rispetto dei doveri previsti dalla normativa vigente che tutela gli animali da affezione, quindi la legge n. 281 del 1991, la tutela degli animali d’affezione e prevenzione del randagismo. Su questo non si è fatto nulla, si lascia andare tutto, si lascia correre, e dopo si interviene dicendo: sì, alla fine, forse, qualcuno potrà sparare. Non ha senso, non ha senso. Noi stiamo veramente lasciando correre, con questo piano, con questo concetto, noi lasciamo una porta aperta, un piede nella porta di un sistema che non va da nessuna parte.
    Lasciare nelle mani dell’abbattimento è, come viene proposto nella legge parchi, far risolvere il problema ai cacciatori, che sono quelli che spesso lo hanno creato con i ripopolamenti. Come pure un altro, per esempio, elemento di aumento del numero di lupi è il grande esubero di ungulati, anche lì portato spesso dai ripopolamenti favoriti dai cacciatori. Quindi, c’è un problema che va affrontato con un po’ più, secondo noi, credo, di rigidità. Rigidità vuol dire mettere dei paletti seri, dire: c’è un problema di Direttiva Habitat, di possibile infrazione sulla Direttiva Habitat ? Quindi, noi dobbiamo difendere la popolazione del lupo, poiché abbiamo investito tante risorse, tanto tempo, per far riprendere; dobbiamo fare un censimento serio per sapere quanta ce n’è, perché, altrimenti, ci basiamo su numeri un po’ così, riduttivi, sistemi deduttivi, numeri un po’ a caso, e quindi non sappiamo neanche qual è il reale stato di rischio sulla popolazione del lupo.
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    E dopo facciamo queste di vulnerabilità, certo, perché è vulnerabile. Poi facciamo queste aperture, queste aperture che purtroppo, stante lo stato attuale dei fatti e la mancata gestione, anzi non solo la mancata gestione ma la volontaria e colpevole distruzione degli organi di tutela del patrimonio dello Stato, del patrimonio faunistico dello Stato, del patrimonio di biodiversità dello Stato, la caccia e l’abbattimento diventano la soluzione ultima e la soluzione unica, alla fine.
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    Quindi, noi le chiediamo del Piano. Lei l’ha detto: ci sono tanti impegni. Sono buoni impegni e vanno messi in pratica. Mettiamoli in pratica, ma togliamo questa finestra verso l’abbattimento, perché il lavoro va fatto e lei lascia un punto di scappatoia. Pensi a un recipiente in pressione: se si lascia un buchino, la pressione non sarà mai abbastanza per creare un cambiamento. Se lei lascia una scappatoia, il sistema si evolverà verso quella scappatoia. Bisogna avere una rigidità che ci consenta di risolvere il problema, dando alle persone, agli allevatori e agli agricoltori, le giuste compensazioni, invogliandoli e incentivandoli, aiutandoli a mettere in atto tutte le misure di prevenzione – tutte ! – e poi, con un censimento, con un’analisi seria di quello che sta succedendo, valutare se il problema c’è ancora. Io credo che il problema non ci sarà più, non ci sarà più ! Questo le chiediamo. Faccia perché glielo stanno chiedendo, almeno ad oggi. Io non so, perché l’ultima versione non l’abbiamo potuta vedere, ma ad oggi sappiamo che 11 presidenti di regione le hanno chiesto di rimuovere questa parte e noi ci uniamo al loro grido, ci uniamo al grido di tanti cittadini italiani.

  2. https://www.ilgiunco.net/2017/05/13/tiromancino-lupo-vegetariano-non-sbrana-pecore-il-paradosso-delle-predazioni-delle-greggi/
    Il Giunco, 13.5.2017
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    LUPO VEGETARIANO NON SBRANA PECORE. IL PARADOSSO DELLE PREDAZIONI A GROSSETO
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    La natura vuole il suo sfogo, recita l’adagio popolare. Normale, quindi, che un lupo sbrani una pecora se gli capita a tiro. Se gli capita a tiro, però. Visto che la cosa non è poi così frequente come si dice. D’altra parte, bisogna tener conto anche delle esigenze di pastori e produttori di cacio, che in provincia di Grosseto rappresentano un comparto produttivo niente male. Il fenomeno delle predazioni di pecore e agnelli, da questo punto di vista, sembra mettere in discussione la convivenza pacifica tra lupo appenninico e filiera lattiero-casearia a trazione pecoreccia. Ennesima variante dell’inesausta diatriba tra sviluppo e tutela ambientale. Anche se nel cono d’ombra mediatico degli attacchi alle greggi si celano molte verità mai esplicitate. Che merita raccontare, al netto degl’isterismi animalisti e dell’idiozia di quelli che uccidono un lupo e lo appendono ai cartelli stradali.
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    Vale la pena iniziare dalla filiera lattiero casearia. Realtà che in provincia di Grosseto si regge sulle fatiche di 220.000 ovini (quasi uno per ogni abitante residente) che l’anno scorso hanno prodotto 19,8 milioni di litri di latte (58% della produzione Toscana), 13,9 dei quali (69% del totale regionale) sono stati lavorati a Pecorino toscano Dop. Formaggio prelibato che nel 2016 ha raggiunto una produzione di 2,5 milioni di chili (69% di quella regionale), per un fatturato di 14,7 milioni di euro (58%), 2,3 dei quali da export. E che ha alimentato un indotto economico con 2.000 addetti totali (67%), 9 caseifici produttori di Pecorino Dop (53%) e 498 allevamenti (57%) sotto il controllo dell’organismo di certificazione DQA Certificazioni. Insomma, un piccolo ma florido comparto produttivo, che dà lavoro, produce ricchezza, e per il quale viene spontaneo provare simpatia – tutti amiamo il Pecorino Dop – di fronte agli attacchi ferini alle greggi. Solidarizzando con pastori immortalati dai media come ostaggio del lupo cattivo. Che perde il pelo, ma non il vizio.
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    Oltre la cortina fumogena dei luoghi comuni, però, c’è dell’altro di cui prendere atto. Senza che ciò significhi vestire i panni del tifo per l’uno o l’altro lato della barricata. In questo caso iniziamo dalla fine, per poi ripercorrere il ragionamento dall’inizio: la soluzione non è sparare ai lupi. Nemmeno a quel 5% del totale che pure la direttiva comunitaria Habitat, a certe condizioni, potrebbe consentire in deroga di uccidere. Non tanto perché abbattere lupi sarebbe un atto di barbarie – in tempi in cui si teorizza lo sparo nella schiena ai ladri, poi – ma più semplicemente perché sarebbe del tutto inutile.
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    Ab origine. All’inizio del secolo scorso i cosiddetti “lupai”, retribuiti lautamente dai Comuni, sterminarono a dovizia i lupi per garantire la ‘libera circolazione’ delle greggi. Da allora in Maremma i pastori hanno fatto, si fa per dire, la bella vita. Potendosi permettere di liberare le greggi nei campi per tutto il giorno, spesso anche di notte, senza avere l’assillo delle predazioni. Bengodi durato fino agli anni recenti, quando, in seguito al progetto “San Francesco” (fine anni ’70) per il reinsediamento del lupo appenninico a rischio estinzione, il vorace animale ha iniziato a riappropriarsi di vaste porzioni di territorio. Da bravo predatore, un lupo può percorrere fino a 40/50 km alla ricerca di prede.
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    Da qualche anno è riemerso così il tema delle predazioni delle greggi, con un’eco mediatica sovradimensionata rispetto alla consistenza effettiva del fenomeno. Secondo i dati del Registro delle predazioni (pubblico) istituito dalla Regione Toscana nell’ottobre 2014, infatti, in provincia di Grosseto nel 2015 sono stati registrati 479 predazioni, 1.030 ovicaprini adulti e 180 agnelli morti, 204 capi feriti e 182 dispersi. Mentre nel 2016 ci sono stati rispettivamente 281 predazioni, 565 ovicaprini adulti e 75 agnelli morti, 101 capi feriti e 117 dispersi. Dal 2015 al 2016 nel nostro territorio la diminuzione del fenomeno è stata del 40%. Tenuto conto che i capi ovicaprini in provincia sono 220.000, è evidente che il fenomeno delle predazioni, pur non ininfluente, incide per una percentuale irrisoria: 0,7-1%.
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    Uccidere i lupi, peraltro, non serve. Veterinari ed etologi spiegano perché, e la scienza per propria natura non è ‘democratica’. Al dibattito partecipa chi conosce e le suggestioni non valgono. Come tutti i predatori specializzati, il lupo ha un sistema selettivo interiorizzato della specie molto efficiente. Dei cinque/sei cuccioli che ogni femmina può partorire, il branco ne seleziona mediamente uno solo. Perché questo è coerente con le strategie di caccia dei lupi e con l’equilibrio ecologico nell’areale di pertinenza di ogni branco. Insomma, tot numero di lupi ogni tot numero di prede potenziali. La natura si autoregolamenta, e i lupi, fra l’altro, tengono sotto controllo specie molto dannose come caprioli, daini e cinghiali. Uccidere qualche lupo in più, in questo senso, non fa che modificare il meccanismo di auto-selezione della specie. Per cui della cucciolata tipo di 5/6 esemplari, ne sopravvivono due, tre o quattro, a seconda delle esigenze del branco. Anche chi abbatte lupi illegalmente, così, non ne trae alcun vantaggio. Ergo, a meno di non voler sterminarli tutti – cosa impossibile per legge – la strada da percorrere è un’altra. Ed è una strada che, purtroppo, comporta per gli allevatori qualche sacrificio in più, ma soprattutto un cambio di paradigma rispetto ad abitudini inveterate.
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    Negli ultimi anni la Asl ha effettuato più di un centinaio di controlli negli allevamenti ovicaprini, verificando sul campo che dove i pastori adottano le strategie di protezione delle greggi previste dal progetto MedWoolf – cani da pastore e da guardiania, recinti, reti alte due metri a maglia elettrosaldata in cima rivolta all’esterno, ovili protetti – i fenomeni di predazione da parte dei lupi sono quasi scomparsi. Coi lupi tornati alla più faticosa caccia a caprioli, daini e cinghiali. Il problema principale, in definitiva, sta nella resistenza di una parte dei pastori a modificare le tecniche di allevamento e protezione delle greggi. Allevatori che, a onor del vero, hanno un problema serio che li esaspera: il prezzo troppo basso che viene loro riconosciuto dalla filiera per ogni litro di latte prodotto, destinato alla trasformazione. Problema che qualcuno potrebbe aver la tentazione di risolvere con gl’indennizzi per i capi predati, fino a 700 euro a pecora per un massimo di 15.000 euro in tre anni.
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    Fermo restando che l’ultimo a “ballare con i lupi” è stato Kevin Kostner, e che prima di lui solo San Francesco era riuscito a interloquire con questa specie riottosa. Forse è il caso che si cominci a ragionare di convivenza tra lupo e pastorizia in termini scientifici. E che certa politica – che s’è inventata gli “assessori alle predazioni” (Attila?) – farebbe meglio a calmare gli animi invece che soffiare sul fuoco per accattare qualche voto in più. L’approccio antiscientifico e irrazionale, rimane uno dei mali del nostro tempo. Sulle predazioni, se si continua così, l’unica soluzione coerente sarà quella di convincere i lupi a diventare vegetariani. E a godere dei piaceri del Pecorino toscano Dop.

  3. https://iris.sissa.it/retrieve/handle/20.500.11767/69613/63787/Romano_tesi.pdf
    Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati
    Master in comunicazione della scienza
    Tesi di laurea di Anna Romano, Relatrice Samuela Caliari
    Anno accademico 2016 – 2017
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    “LUPI IN CITTÀ!”: DIALOGO E COMUNICAZIONE SU UN TEMA NATURALISTICO TRATTATO CON IL LINGUAGGIO ARTISTICO
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    Riassunto
    Introduzione
    1. Il lupo in Italia: una vittoria ecologica che causa conflitti
    .. 1.1 “Al lupo!”: le ragioni del conflitto
    .. 1.2 Il Piano di conservazione e gestione del lupo in Italia
    2. Il progetto LIFE WolfAlps per la conservazione del lupo sulle Alpi e l’importanza della comunicazione sul tema
    .. 2.1 Il programma LIFE in generale
    .. 2.2 Il progetto LIFE WolfAlps e la strategia di comunicazione
    .. 2.3 La partecipazione del MUSE
    3. Arte nelle comunicazione scientifica e naturalistica
    .. 3.1 Un po’ di storia
    .. 3.2 L’arte per i temi naturalistici e faunistici
    .. 3.3 Comunicazione e dialogo nella mostra “Lupi in città!”
    Obiettivo
    Metodologia di ricerca
    Gli intervistati
    Le domande
    Le interviste pre-residenza
    Le interviste post-residenza
    Risultati
    Discussione
    Bibliografia
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    Riassunto
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    Questa tesi analizza la costruzione della mostra “Lupi in città!” organizzata dal MUSE-Museo delle Scienze di Trento e incentrata sul tema del ritorno naturale del lupo sulle Alpi, trattato attraverso il linguaggio dell’arte contemporanea. La mostra ha previsto un periodo di residenza a Trento per gli artisti chiamati a esporre le loro opere e che, in quei giorni, hanno potuto confrontarsi non solo con gli organizzatori, ma anche con i ricercatori del MUSE. Scopo di questo confronto è stato stimolare la commistione tra arte e scienza nell’opera.
    L’obiettivo di questa tesi è duplice: analizzare la scelta del linguaggio artistico per trattare un tema naturalistico e indagare come, nella creazione di “Lupi in città!”, si sia creato dialogo tra gli organizzatori, gli scienziati che hanno partecipato alla residenza e gli artisti selezionati per esporre le loro opere. Ciò viene indagato attraverso interviste semi-strutturate alle figure sopra citate, interviste mirate a comprendere sia come leggono la comunicazione del tema naturalistico attraverso l’arte, sia cosa si aspettano dal dialogo e che valore vi riconoscono.
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    Introduzione
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    1. Il lupo in Italia: una vittoria ecologica che causa conflitti
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    In questa tesi verrà analizzata la costruzione della mostra “Lupi in città!” organizzata da MUSE-Museo delle Scienze di Trento. Prima di soffermarsi sulla mostra e i suoi attori bisogna quindi spiegare il problema di base: perché è necessario fare comunicazione sul lupo?
    La “questione del lupo” rientra in una categoria più ampia, la “questione dei grandi carnivori”: lupi, orsi, linci e ghiottoni che, dopo anni di declino, hanno ricominciato (in modo naturale o con l’aiuto dell’uomo) a ripopolare diversi Paesi europei. Ma il loro ritorno e la loro conservazione non sono semplici, perché si devono interfacciare e a volte scontrare con questioni socioeconomiche, politiche e anche emotive, legate alla paura che gli abitanti delle aree interessate dalla ricolonizzazione provano nei confronti di questi animali (Chapron G et al, 2014).
    Guardiamo più nel dettaglio la storia del lupo. Dal Medioevo, la caccia a questo animale è stata così feroce da determinarne la sparizione in diverse zone dell’Asia, dell’America e dell’Europa. In Italia, in particolare, alla fine della Seconda Guerra Mondiale la specie era prossima all’estinzione. Si contavano meno di cento individui, che abitavano aree isolate degli Appennini (Galaverni M et al, 2016).
    Le ragioni dello sterminio della specie sono in gran parte legate al fatto che il lupo era considerato un animale nocivo e come tale poteva liberamente essere cacciato o ucciso con l’utilizzo di esche avvelenate. Si trattava di una caccia non solo legale, ma spesso anche incentivata. Le ragioni di ciò si trovano nella natura stessa del lupo: è un predatore, come tale può attaccare il bestiame d’allevamento e mettersi, in alcuni casi, in conflitto con l’uomo per la caccia ad altri animali, principalmente ungulati.
    L’uomo è responsabile della tragica riduzione della popolazione del lupo italiano anche sotto un altro aspetto: le attività antropiche hanno causato, nel corso degli anni, una perdita di habitat per il lupo, che ha anche determinato una scomparsa delle sue prede naturali (Bocedi R e Bracchi PG, 2004).
    In Italia, le politiche di salvaguardia della specie iniziano nel 1971, quando viene promulgato il Decreto Natali, che vieta la caccia al lupo o la sua uccisione tramite bocconi avvelenati. Negli anni successivi viene definitivamente riconosciuta la necessità di salvaguardia del lupo. In particolare, a livello comunitario, l’allegato IV della direttiva europea Habitat (92/43/CEE), “Conservazione degli habitat naturali e seminaturali e della flora e della fauna selvatiche”, indica il lupo tra le specie per le quali è necessario adottare misure di rigorosa tutela; la direttiva è stata recepita in Italia con il regolamento DPR 8 settembre 1997, integrato poi nel 2003 (Repertorio della fauna italiana protetta, Ministero dell’Ambiente).
    Le leggi di protezione hanno funzionato, almeno in termini di ripresa della popolazione. Le politiche di conservazione, unite a fattori sociali e ambientali quali lo spostamento degli abitanti dei monti verso le città e la creazione di parchi e aree protette, il tutto unito alla notevole plasticità biologica del lupo, hanno permesso un deciso riprendersi della popolazione della specie in Italia. Negli ultimi quarant’anni, il numero di lupi è andato costantemente aumentando. Non è facile indicare numeri precisi, perché in Italia non è mai stata applicata una strategia di monitoraggio su tutto il territorio nazionale; inoltre, i lupi sono animali elusivi, che si muovono su areali ampi e spesso di difficile accesso, per cui i metodi di monitoraggio risultano impegnativi sia dal punto di vista umano che da quello economico (Galaverni et al, 2016). Indicativamente, comunque, in Italia si contano tra i 1.600 e i 1.900 individui (Mattioli L et al, 2014), per la maggior parte concentrati sugli Appennini, dove il lupo non è mai del tutto svanito, mentre un numero minore ha cominciato a ripopolare le Alpi.
    Quindi vittoria, ecologicamente parlando. Eppure non tutti ne sembrano felici; per chi si era disabituato alla presenza del lupo sui nostri monti, il suo ritorno sembra una fiaba dal finale sbagliato. E allora lo correggono: le cronache degli ultimi anni riportano un numero impressionante di articoli riguardo a lupi uccisi nei modi più vari, impiccati, decapitati, scuoiati, lasciati in bella vista come monito. Uno dei casi forse più spettacolari è quello di Scansano, in Toscana, dove accanto a una testa mozzata di lupo è stato esposto un cartello dei cantieri edili che annuncia l’inizio dei lavori per “l’eliminazione dei predatori”, firmato Cappuccetto Rosso (da La Repubblica Firenze, 13/2/2014). Non mancano esempi più recenti, come i lupi impiccati in provincia di Siena e appesi al cartello d’ingresso del paese (da La Stampa, 14/10/2017). Questo solo per citare i casi “che fanno notizia”, i più brutali. I bracconieri sfruttano soprattutto strumenti di uccisione meno appariscenti, come le trappole o i bocconi avvelenati, particolarmente infidi e pericolosi perché rischiano di danneggiare anche altre specie selvatiche. Il punto è che il bracconaggio contro i lupi è ancora terribilmente attivo: secondo il WWF Italia, circa 150 lupi vengono uccisi ogni anno dai bracconieri. Certo, questa non è l’unica minaccia al predatore nel nostro Paese, perché anche incidenti stradali, scarsa qualità dell’habitat e, soprattutto, l’ibridazione con il cane rappresentano fattori importanti nel limitare la sopravvivenza della specie sul lungo periodo (Bocedi R e Bracchi PG, 2004). Tuttavia, i casi di bracconaggio -cruento o meno- restano una delle prime cause di morte del lupo in Italia e rappresentano un sintomo inquietante della situazione attuale.
    Perché tanta ostilità nei confronti del lupo? Qual è il problema? Il lupo, oltre a mantenere la biodiversità, ha effetti positivi sull’ecosistema, grazie al suo ruolo di principale predatore europeo, in grado di operare una selezione sui grandi erbivori. Può limitare la presenza di cinghiali, che causano ingenti danni alle culture. E rappresenta un valore turistico per le aree in cui vive. Ma gli aspetti positivi non sembrano essere sufficienti per sopire un conflitto con l’uomo che dura da secoli.
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    1.1 “Al lupo!”: le ragioni del conflitto
    La gran parte di questo conflitto ha ragioni materiali ed economiche. In primis, la predazione del bestiame da parte dei lupi. Una breve ricerca su Google usando come parole chiave “lupo attacco allevamenti” dà come risultato svariati articoli su lupi che hanno ucciso capi di bestiame, “pecore sbranate” e conseguenti “allevatori esasperati”. Non tutte queste notizie sono accertate, perché non si può sempre far risalire l’uccisione del bestiame a un lupo; ad esempio, anche i cani randagi possono essere responsabili di atti di predazione (Bocedi R e Bracchi PG, 2004). Per gli allevatori che si erano disabituati alla presenza del lupo, comunque, il suo ritorno determina la necessità di prendere precauzioni costose sia in termini di denaro che in termini di tempo, come l’acquisto di recinti elettrificati e cani da guardia addestrati. In Italia manca una politica nazionale di tutela; a volte gli indennizzi per i capi persi sono su base assicurativa, per non parlare dei dubbi che possono sorgere sui danni indiretti causati dalla presenza del lupo, come nel caso degli animali fuggiti o della perdita di produttività.
    Un altro gruppo di stakeholders che affronta con ostilità la crescita della popolazione del lupo in Italia è rappresentato dai cacciatori, che percepiscono una competizione per la caccia di alcune specie di animali (Linell JDC e Boitani L, 2011).
    Alle ragioni economiche si aggiungono poi quelle legate all’emotività, rappresentate dalla paura degli abitanti delle zone interessate dal ritorno del predatore. Anche in questo caso, i media hanno spesso incentivato i timori con articoli sensazionalistici, che sembrano ancora risuonare dell’allerta “Al lupo, al lupo!”. In realtà, come riporta il documento “The fear of wolves: a review of wolf attacks on human” redatto a cura del Large Carnivores Initiative for Europe (2002), dalla fine della Seconda Guerra Mondiale a oggi non sono stati segnalati casi di attacco all’uomo da parte del lupo, che da parte sua percepisce l’uomo come una minaccia, non come una preda (Linnell JDC et al, 2002). La paura, o quantomeno la diffidenza, permane però nell’immaginario comune: non è certo un caso che il lupo sia l’antagonista d’eccellenza delle fiabe, dove mangia nonne e attacca porcellini indifesi. Sradicare l’immaginario nato in antichità e che ancora oggi circonda questo animale non è certo semplice. Tutti insieme, questi elementi contribuiscono a rendere difficile la conservazione a lungo termine del lupo e sfociano a volte, come si è visto, in gravi atti di bracconaggio.
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    1.2 Il Piano di conservazione e gestione del lupo in Italia
    I conflitti tra uomo e lupo hanno avuto particolare attenzione da parte dei media nel corso degli ultimi due anni a causa del Piano di conservazione e gestione del lupo in Italia, redatto per conto del Ministero dell’Ambiente dall’Unione Zoologica Italiana. Il documento, ancora in fase di discussione, propone diverse misure per salvaguardare il lupo sul territorio nazionale, dal monitoraggio al controllo dell’ibridazione col cane. Può quindi sembrare strano che contro un piano del genere si siano scagliate le maggiori associazioni ambientaliste e animaliste, quali WWF Italia e LAV. Il perché è presto detto: come extrema ratio nei confronti di esemplari particolarmente dannosi per le comunità umane, nel Piano è prevista la deroga al divieto di rimozione dei lupi dall’ambiente naturale; in altre parole, una certa quota di animali (indicata come al massimo il 5 per cento, ma ricordiamo che è difficile stabilire la percentuale in mancanza di cifre certe sulla popolazione di lupi in Italia) potrebbe essere legalmente uccisa. Nulla di nuovo, in realtà, perché le deroghe di rimozione sono già previste dalla già citata direttiva Habitat e dovrebbero comunque rispondere a criteri severi. Tuttavia questa misura è stata oggetto di infiniti dibattiti, tanto che l’approvazione del Piano, che sarebbe dovuta avvenire nel febbraio 2017, è stata rinviata ed è ancora in fase di discussione.
    Anche questo è sintomatico delle difficoltà nella gestione del lupo nel nostro Paese. L’esempio del Piano per la conservazione è particolarmente indicativo anche di quanto la “questione lupo” sia polarizzata: il lupo non appare mai come un animale neutro, come lo vorrebbe la scienza, con le sue caratteristiche etologiche. Appare piuttosto un animale da sterminare oppure difendere anche al di là delle necessità di protezione di alcune categorie di lavoratori. Da qui, la necessità di curare una comunicazione sul tema, comunicazione che permetta una convivenza stabile tra il lupo e le popolazioni dei territori interessati dalla sua ricolonizzazione.
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    2. Il progetto LIFE WolfAlps per la conservazione del lupo sulle Alpi e l’importanza della comunicazione sul tema
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    2.1 Il programma LIFE in generale
    Il programma LIFE è stato istituito nel 1992 per sostenere, grazie all’erogazione di finanziamenti da parte dell’Unione, progetti di salvaguardia dell’ambiente e della natura nell’UE e in alcuni Paesi candidati e limitrofi. L’obiettivo finale è arrestare la perdita di biodiversità (dal sito della Commissione europea). Il programma ha avuto quattro fasi, l’ultima delle quali, LIFE+ (2007-2013), suddivisa in due ambiti d’intervento: “Azione clima” e “Ambiente”. È in quest’ultima, e in particolare nella sua sessione tematica “Natura e biodiversità”, che rientra il progetto LIFE WolfAlps. Il progetto è affiancato e in continuità con altri progetti dedicati alla conservazione del predatore. Tra questi, sono attivi in Italia il LIFE Ibriwolf, finalizzato a contrastare la perdita del patrimonio genetico del lupo, e il LIFE WOLFnet, che mira a sviluppare misure coordinate di protezione per il lupo sugli Appennini.
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    2.2 Il progetto LIFE WolfAlps e la strategia di comunicazione
    Il titolo completo del progetto è “Il lupo nelle Alpi: azioni coordinate per la conservazione del lupo nelle Alpi e sull’intero arco alpino” e vede uniti dieci partner italiani, due sloveni e vari enti sostenitori. LIFE WolfAlps è vicino alla sua conclusione: la conferenza finale del progetto è prevista per marzo 2018; a questa seguiranno alcuni mesi di lavoro per completarne chiusura.
    L’obiettivo finale del progetto LIFE WolfAlps è quello di “individuare strategie funzionali ad assicurare una convivenza stabile tra il lupo e le attività economiche tradizionali, sia nei territori in cui il lupo è già presente da tempo (alcuni branchi nelle Alpi Occidentali), sia nelle zone in cui il processo di ricolonizzazione è attualmente in corso (Alpi Centrali e Orientali)” (dal sito LIFE WolfAlps). Come si può intuire, ciò richiede di agire in modo diverso e su diversi fronti: nel progetto sono previste attività di monitoraggio della specie, misure di prevenzione contro gli attacchi sugli animali domestici, controllo dell’ibridazione con il cane, prevenzione e controllo del bracconaggio. A tutte queste misure si affianca l’attività di comunicazione, cui è data grande rilevanza, definita “necessaria per diffondere la conoscenza della specie, sfatare falsi miti e credenze e incentivare la tolleranza nei confronti del lupo”. L’obiettivo della strategia di comunicazione messa a punto dal LIFE WolfAlps è massimizzare gli effetti positivi delle azioni di conservazione sulla coesistenza uomo- lupo nell’arco alpino. È concepita per garantire l’informazione sul progetto, dare una divulgazione ottimale dei suoi risultati e sostenere con azioni di informazione, divulgazione e didattica le sue azioni. Come si può intuire da quest’ultimo obiettivo, la comunicazione vuole essere a 360 gradi e coinvolgere diversi destinatari, da stakeholders quali allevatori, cacciatori e abitanti delle aree interessate a bambini, operatori turistici e abitanti delle aree urbane. L’approccio di questa strategia è pertanto definito “cooperativo” per il suo impegno al dialogo con i vari stakeholders, e “differenziato” per i diversi strumenti e modalità indirizzati alle categorie di destinatari (Strategia di comunicazione del progetto LIFE WolfAlps).
    All’obiettivo generale del progetto, la strategia di comunicazione aggiunge obiettivi specifici, individuati come comunicazione di:
    • conoscenze sulla biologia e l’etologia del lupo,
    • una cultura del selvatico,
    • conoscenze sui conflitti tra uomo e lupo e sulle soluzioni concrete applicabili,
    • l’idea che l’approccio al tema vuole essere aperto e condiviso,
    • obiettivi e risultati del progetto,
    • l’importanza della conservazione e della protezione ambientale.
    L’attuazione della strategia di comunicazione deve tenere in conto anche un altro aspetto, ossia la profonda diversità tra territori in cui il lupo è presente già da molti anni e quelli in cui è tornato solo in tempi recenti. Il conflitto è infatti più sentito laddove ci si era disabituati alla presenza del predatore (Linnell JDC e Boitani L, 2011); tale differenza va affrontata quindi con metodi diversi.
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    2.3 La partecipazione del MUSE
    Una comunicazione da svolgersi su così tanti temi e fronti, con destinatari e quindi canali diversi e specifici, necessita ovviamente di un ente di coordinamento. Questo è rappresentato dal MUSE-Museo delle Scienze di Trento. L’attuazione della strategia è poi divisa tra il MUSE e il Parco Naturale delle Alpi Marittime, per rispondere all’esigenza citata precedentemente di differenziare le azioni di comunicazione tra luoghi già abituati alla presenza del lupo e luoghi in cui è in atto la ricolonizzazione. Il MUSE è un ente beneficiario associato del progetto LIFE WolfAlps, di cui è entrato a far parte nel 2013. Nell’ambito del progetto, il museo ha proposto innumerevoli attività di comunicazione. Tra queste la mostra “Tempo di lupi”, che presenta il lupo sia dal punto di vista zoologico ed etologico sia dal punto di vista della storia del suo rapporto con l’uomo. La mostra, che è partita al MUSE ma è poi stata esposta in diverse altre sedi, unisce elementi interattivi a pannelli e tassidermie per parlare del predatore in modo scientificamente accurato. Alla mostra si sono affiancate innumerevoli altre azioni di comunicazione: conferenze, incontri con gli stakeholders (cacciatori, allevatori, ambientalisti, cittadini…), corsi di formazione. Tra questi ultimi, ad esempio, vi sono stati corsi di formazione per insegnanti di scuole di tutti gli ordini e gradi; i corsi prevedevano sia una parte teorica che una parte pratica, in modo che a loro volta gli insegnanti potessero coinvolgere gli studenti sul tema del lupo e sul progetto LIFE WolfAlps. E per gli studenti stessi, è stato portato nelle aule un gioco di ruolo che facesse riflettere proprio sulle tematiche connesse alla presenza del predatore.
    A queste attività, non sempre a contenuto prettamente scientifico (c’è stata, ad esempio, una conferenza tenuta non da un ricercatore o amministratore, ma da un semplice appassionato di fotografia e natura), si sono affiancate iniziative in cui la comunicazione sulla specie è, in modi diversi, affiancata all’arte. In un certo senso, si possono far rientrare in quest’ambito due concorsi di disegno per bambini. Il primo, organizzato agli esordi del progetto, che chiedeva ai partecipanti di esprimere la loro idea di lupo attraverso un disegno. Nel secondo, conclusosi a maggio 2017, ai bambini era chiesto di presentare disegni affiancati da storie, come racconti o fumetti. Vedremo tra poco (prf 3.2) altre iniziative in cui il connubio tra arte e scienza si stringe.
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    3. L’arte nella comunicazione scientifica e naturalistica
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    3.1 Un po’ di storia
    Sebbene la storia dei rapporti tra arte e scienza non sia il punto centrale di questa tesi, vale la pena ed è doveroso ricordare che si tratta di un legame di lunga data. Come molti rapporti che durano nel tempo, ha vissuto fasi alterne. L’origine delle due discipline è comune: la capacità di formulare un pensiero astratto e costruirvi una rappresentazione sintetica del mondo (Drioli A e Ramani D, 2008). Nel Rinascimento le figure di artista e scienziato tendevano a sovrapporsi; ne è esempio arcinoto Leonardo da Vinci, che nei suoi dipinti e disegni studia l’anatomia e il mondo animale, e dai progetti ingegneristici e dagli studi architettonici crea piccole opere d’arte. Nel tempo si assiste a un progressivo allontanamento tra le due discipline, dovuto alla sempre maggior specializzazione, che sembrava averle scisse in due mondi separati. Soprattutto nell’espressione il divario è profondo: oggettività per la scienza, soggettività per l’arte.
    Il legame tra arte e biologia è forse quello che si conserva di più nonostante l’avanzare della specializzazione, probabilmente perché lo studio del mondo naturale è da sempre legato alla sua rappresentazione grafica. Il disegno naturalistico rappresenta un filone ricchissimo, spesso legato alla funzione didattica (si pensi ai bestiari medievali, agli atlanti di tassonomia illustrati), che resta vivo e attivo nel corso dei secoli, dai disegni di Leonardo da Vinci e i dipinti di Albechrt Dürer fino alle fotografie di National Geographic. C’è da stupirsi, dunque, se si è pensato all’arte per parlare del ritorno del lupo?
    Arte e scienza si riallacciano soprattutto in un periodo storico in cui la scienza deve rispondere all’affermarsi di un orizzonte dubitativo nei suoi confronti. Man mano che la scienza esce dai laboratori (dalla sua “torre d’avorio”) per entrare sempre di più nel dibattito pubblico, nella politica, nella religione a volte, e si riconosce quindi la necessità di diffondere la cultura scientifica per coinvolgere attivamente in pubblico (Drioli A e Ramani D, 2008), l’arte ne diventa un’alleata preziosa. La contaminazione tra i due generi rientra tra le proposte che i musei scientifici sperimentano per andare incontro al movimento scienza e società: corrente di pensiero e azioni culturali per promuovere il dialogo tra il mondo scientifico e la società per permettere ai cittadini di assumere scelte consapevoli sulla scienza e sulla sostenibilità delle sue azioni. Ed è questo l’approccio che sta alla base della visione culturale del MUSE (Lanzinger M, 2007).
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    3.2 L’arte per i temi naturalistici e faunistici
    Riportare in un’opera artistica la bellezza del mondo naturale è un modo forte per far riflettere sulla sua importanza e su quanto unica e preziosa sia la sua fauna. Per questo è piuttosto facile trovare artisti che hanno dedicato il loro lavoro alla creazione di opere che rappresentino l’ambiente naturale e gli animali che lo abitano per sostenere e finanziare la loro conservazione. La maggior parte di queste iniziative riguarda la salvaguardia delle specie a rischio e ha coinvolto anche artisti del calibro di Andy Warhol che, all’inizio degli anni Ottanta, ha dedicato una serie di stampe agli animali minacciati di estinzione. Digitando su Google le parole chiave “art for animal conservation”, uno dei primi risultati ad apparire è la pagina del gruppo Artists for Conservation, un’organizzazione no-profit canadese che organizza diversi generi di eventi (mostre, festival, iniziative online, spedizioni che coinvolgono scienziati e artisti) proprio per promuovere l’educazione ambientale e sostenere la conservazione della fauna e degli habitat selvatici. Segue il progetto Art saving wildlife, una collaborazione di artisti e organizzazione no profit a sostegno degli animali a rischio di estinzione.
    Neanche in Italia mancano esempi di artisti e mostre a tema naturalistico/faunistico. Tra le più recenti, la mostra “Artists for whales”, del collettivo Artists4Rhino, finalizzata a raccogliere fondi e a sensibilizzare il pubblico sul tema dei cetacei nel Mar Mediterraneo. Il tema naturalistico è soggetto e base su cui si fonda l’intera rassegna di Arte Sella, la manifestazione di arte contemporanea nata nel 1986, che presenta l’esposizione di opere lungo un sentiero del Monte Armentera (Val di Sella, in provincia di Trento). Per inciso, questo percorso presenta anche un’opera raffigurante dei lupi, realizzata dall’artista Sally Matthews.
    Come si può capire da quanto detto finora, la maggior parte dei lavori artistici a tema naturalistico riguarda la tutela degli animali a rischio di estinzione, dalle balene ai rinoceronti. Questo non è il problema del lupo italiano, la cui popolazione, come detto, è in ripresa. Per questo carnivoro, i problemi sono più strettamente legati al trovare un sistema di coesistenza con l’uomo che non danneggi nessuno dei due. Il caso della mostra “Lupi in città!” organizzata dal MUSE risulta quindi diversa per il tema trattato. Ma non solo: è anche una delle poche iniziative artistiche promossa da un ente scientifico e che prevede una collaborazione sinergica tra i suoi principali partecipanti: il museo, inteso sia come staff organizzativo che come ricercatori, e gli artisti. Non è la prima iniziativa di questo tipo promossa dal museo, che aveva già organizzato, oltre ai concorsi indirizzati ai bambini (in cui l’arte, seppure in un certo senso presente, non ha certo forma professionale), un concorso fotografico e uno spettacolo teatrale. Quest’ultima iniziativa è caratterizzata da un elemento che si riscontra anche nella mostra “Lupi in città!” analizzata in questa tesi, ossia il periodo trascorso insieme dai diversi partecipanti alla creazione dello spettacolo, intitolato “Rendez-vous 2200”. Prima della stesura della sceneggiatura, la drammaturga incaricata è stata invitata a parlare con tutti gli stakeholder coinvolti sul tema, a confrontarsi con gli scienziati, a visitare il Centro faunistico Uomini e Lupi del Parco delle Alpi Marittime, in cui si possono vedere i lupi dal vivo. In questo modo è stato possibile creare uno spettacolo che, pur essendo volto soprattutto a stimolare le emozioni dello spettatore, presenta anche una grande ricchezza di spunti di riflessione e informazioni scientificamente accurate.
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    3.3 Comunicazione e dialogo nella mostra “Lupi in città!”
    La mostra di arte contemporanea “Lupi in città!” ha, ovviamente, uno scopo preciso: rappresentare il ritorno del lupo sulle Alpi dopo oltre cento anni di assenza e avvicinare il pubblico al contenuto scientifico del progetto LIFE WolfAlps, rafforzando allo stesso tempo la funzione sociale delle istituzioni scientifiche. Il tutto a fronte della necessità di confronto fra l’uomo e il predatore di cui si è parlato in precedenza (prf. 1). La mostra, il cui debutto è avvenuto a Trento il primo dicembre, è stata pensata per poter poi itinerare presso altre sedi. “Lupi in città” era già stata prevista in fase di progettazione del piano di comunicazione. La sua ideatrice, Samuela Caliari, racconta che la scelta di trattare la tematica del lupo con il linguaggio artistico viene da una lunga esperienza maturata nel corso degli anni sul valore che ha il portare l’arte in un museo scientifico, e dal desiderio di lavorare con team eterogenei per produrre risultati originali ed evoluti. In altre parole, di allargare gli orizzonti, allo scopo di catturare quello che si può definire il “non-pubblico”: le persone disinteressate al tema, distratte, che non visitano abitualmente il museo. Ed è per questo scopo che, innanzitutto, la mostra non è esposta nel museo, ma in città; e, per di più, in un contesto tanto avulso normalmente dall’opera artistica quanto sempre molto frequentato, ossia i mercatini natalizi di Trento. La scelta dell’arte permette di catturare, naturalmente, anche chi all’arte è già interessato per sua natura, ma che potrebbe essere per il resto del tutto disinteressato al tema del ritorno del lupo.
    La scelta di comunicare con un tipo ben preciso di arte, quella contemporanea, trova le sue ragioni nella natura stessa di questo genere artistico: la capacità di scatenare inevitabilmente una reazione nello spettatore, sia essa positiva o negativa; il suo essere provocante e provocatoria (“un po’ sexy”, la definisce Samuela Caliari).
    Il concorso di idee per la selezione dei progetti è stato pubblicato nel giugno 2017 e si è chiuso a settembre. In questo periodo, gli artisti che rispondevano alle condizioni di partecipazione (età inferiore ai quarant’anni e nazionalità italiana, singoli o in collettivo) hanno potuto inviare una presentazione del loro progetto.
    La selezione delle opere è avvenuta nella giornata del 15 settembre 2017. La giuria era composta da … .
    La selezione ha valutato i progetti inviati al concorso di idee presentandoli e andando ad analizzarne innanzitutto le caratteristiche di originalità, incisività, pertinenza con gli obiettivi del progetto LIFE WolfAlps, nonché la fattibilità tecnica e adattabilità. Quest’ultimo punto risulta importante per poter rendere, eventualmente, la mostra itinerante. Questi i criteri principali di valutazione; tuttavia, nello scegliere i progetti, la giuria ha anche cercato di variegare le proposte artistiche, in modo da ottenere una mostra che presentasse opere di diversa natura. I progetti vincitori del concorso d’idee sono infatti di vario genere: vi sono opere di street art, basate sull’illustrazione, ma anche installazioni, incluse installazioni audio e video.
    Altre considerazioni che hanno portato alla selezione finale dei progetti hanno riguardato i loro autori: ad esempio, si è cercato di capire, guardando i loro portfoli e curricula, se avessero competenze sufficienti a permettere effettivamente loro di creare le opere che avevano proposto.
    Il risultato finale di questa giornata di consultazione, confronto e analisi ha portato alla selezione di otto progetti, che illustreremo brevemente, per facilitare la comprensione della mostra che abbiamo analizzato.
    – “Homo homini lupus” è il progetto presentato da Enrico Morsiani. Si tratta di un’installazione audio basata sul suono dell’ululato: gli abitanti di Trento sono chiamati a ululare per “esprimere le proprie paure e i propri desideri” e la registrazione dell’ululato può essere proposta in ambienti aperti o chiusi ed essere associata a brevi didascalie biografiche dell'”ululante” (es. “Adelina, 91 anni, pensionata”)
    – “FalseFriend [Joseph]”, di Francesco Fossati, è l’installazione di una targa che richiama le targhe commemorative che si trovano normalmente esposte in ogni città. In questi progetto, però, l’avvenimento che vi è riportato non è mai accaduto, ma rappresenta solo un sistema per creare nello spettatore un’immagine mentale di quanto narrato e portarlo a un’analisi del reale. Nello specifico, il testo pensato dall’artista è riferito a Joseph Beuys, artista tedesco che nella sua performance “I like America and America likes me” (1974, New York, Renè Block Gallery) ha convissuto per tre giorni con un parente del lupo, il coyote. La targa proposta da Francesco Fossati recita: “Qui la notte del 6 dicembre 1973 JOSEPH BEUYS ebbe un incontro ravvicinato con un lupo”
    – “LOOP/O”, di Giada Fucelli; si tratta di un corto d’animazione con illustrazioni dell’autrice che si ripete in loop rappresentando il lupo nella sua vita quotidiana: cammina da solo, in branco, è in coppia, ulula, annusa qualcosa… Il video è pensato per essere proiettato in un luogo di passaggio, in modo che chi passa proietti sul video la propria ombra “inserendosi” nella scena
    – “Who is afraid of?” è il progetto di Luca Bertoldi, artista che vive e lavora tra Milano e Trento. L’autore si propone di eseguire una ricerca sull’iconologia del lupo nel mondo occidentale e stamparne i risultati (tra quelli proposti a titolo esemplificativo c’è, per intenderci, la lupa di Roma) su manifesti. Questi ultimi possono poi essere affissi in spazi urbani
    – “They are among us”, di Laura Scottini, è un progetto molto simile al precedente nella sua forma espositiva. Anche qui, infatti, l’artista propone di affiggere nella città di Trento manifesti in cui viene rappresentato il lupo. In questo caso, però, le immagini sono illustrazioni originali dell’artista, caratterizzate dal suo stile cartoon, che riprendono i “lupi famosi” dell’immaginario popolare. A titolo esemplificativo sono proposti il lupo mannaro, l’Ezechiele che la Disney ha realizzato come lupo della favola dei tre porcellini, il lupo di Cappuccetto Rosso e così via
    – “Licantrophia” è il progetto proposto dal friulano Mattia Campo dall’Orto, antropologo e street artist. Si tratta di un intervento di arte urbana, il disegno di una creatura metà uomo e metà lupo, che può essere realizzata sia direttamente su un muro sia su un supporto mobile
    – “Au”, di Marco Ranieri, un’istallazione di tronchi d’albero, con la base coperta di foglia d’oro, cui si giunge seguendo delle orme applicate sul terreno. All’interno di questo “bosco” è installato un sensore di movimento con messaggi vocali che fa partire l’ululato del lupo
    – “Drifters”, dell’artista trentina Valentina Miorandi, è un’opera che si esplicita in una domanda: “come ti disponi verso l’ignoto?”. Questa frase viene realizzata come vetrofania da applicare su superfici trasparenti (vetrine, vetrate etc), circondata dalla finestra del motore di ricerca Google e le sue opzioni (Google Search e Mi sento fortunato)
    Gli artisti sopra citati hanno ricevuto un contributo economico per la realizzazione delle loro opere, e sono stati chiamati a partecipare a due residenze a Trento. La seconda, finalizzata alla realizzazione e all’inaugurazione delle opere, non è di stretto interesse per questa tesi, che si è piuttosto focalizzata sulla prima.
    Durante la prima residenza (tenutasi tra il 7 e il 9 ottobre), infatti, gli artisti hanno avuto modo di confrontarsi con tutor e partner del progetto, ma anche con scienziati interni al MUSE, così da “facilitare e concretizzare la commistione tra arte e scienza”, come si legge nel bando di concorso. Per Samuela Caliari, questo è un obiettivo che agisce in profondità sul risultato finale della mostra: la residenza deve rappresentare la possibilità di creare qualcosa di nuovo, non solo un’opera artistica con elementi scientifici, ma una vera e propria forma ibrida tra arte e scienza.
    È durante la prima residenza che gli attori entrano in contatto l’uno con l’altro. E non si tratta di un contatto breve ma di più giornate passate in stretta vicinanza e in dialogo continuo.
    La prima residenza rappresenta quindi il punto che fa da snodo per questa tesi: il tipo di comunicazione che si vuole impiegare e l’idea di dialogo di organizzatori, artisti e scienziati cambia dopo questo incontro? L’opera d’arte può modificarsi entrando a contatto con lo scienziato? E lo scienziato cosa si aspettava dall’opera, e cosa vi ha trovato vedendo il progetto?
    La prima residenza è soprattutto il momento del dialogo. Un termine che sembra essere la parola d’ordine del momento: ricorre spesso nei progetti del MUSE, così come nei bandi per i finanziamenti europei, nelle presentazioni dei progetti, nei discorsi di politici e scienziati. Il dialogo serve per permettere una comunicazione efficace (Rodari P, 2008), e l’arte, scrive Pietro Greco (Drioli A e Ramani D, 2008) è uno strumento efficace per stabilire un dialogo. Lo riferisce al pubblico, ma che dire del dialogo alla base, quello tra i creatori di una mostra? Che dialogo si può instaurare tra i diversi attori di “Lupi in città!”? E con che conseguenze sulla comunicazione della scienza?
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    Obiettivo
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    La prima domanda da cui parte questa tesi è: perché comunicare un tema naturalistico con il linguaggio artistico?
    Per rispondere, abbiamo indagato la costruzione della mostra d’arte contemporanea “Lupi in città!”, organizzata dal MUSE-Museo delle Scienze di Trento, in partnership con numerosi enti. Il soggetto della mostra è il lupo e più precisamente la conservazione della specie sulle Alpi. Qui, infatti, il carnivoro ha ricominciato colonizzare il territorio dopo oltre cent’anno di assenza; il suo ritorno ha portato alla luce problematiche di convivenza con l’uomo e con le sue attività economiche, in particolare con l’allevamento.
    L’organizzazione della mostra, che è stata inaugurata il primo dicembre 2017, ha previsto la selezione di otto opere artistiche tra quelle proposte nel concorso di idee, pubblicato a giugno e chiusosi a settembre 2017. Per i vincitori del bando sono stati previsti due periodi di residenza a Trento. Durante il primo di questi, gli artisti hanno avuto la possibilità di confrontarsi direttamente non solo con gli organizzatori del MUSE, ma anche con i ricercatori del museo. Scopo di questo confronto è, come si legge nel bando del concorso d’idee, “facilitare la commistione tra arte e scienza all’interno delle opere”.
    Per indagare la scelta del linguaggio artistico nel trattare tematiche naturalistiche/faunistiche, abbiamo sottoposto i principali partecipanti alla mostra, ossia organizzatori/promotori, artisti e scienziati (il pubblico è rimasto escluso per ragioni di tempo) a interviste semi-strutturate, nelle quali vengono analizzate le motivazioni che li hanno portati a partecipare a “Lupi in città!” (quindi con quali premesse mentali si avviano a un tema faunistico trattato dall’arte), la loro percezione del rapporto tra arte e scienza e degli scopi dell’unione tra le due discipline nel contesto di questa particolare mostra.
    La prima residenza artistica, che rappresenta il momento di dialogo tra i principali partecipanti alla mostra (organizzatori, artisti e scienziati), ha fatto sorgere anche una seconda domanda. Pietro Greco (Drioli A e Ramani D, 2008) scrive che l’arte è uno strumento efficace per stabilire un dialogo; lo riferisce al pubblico, ma nel caso della mostra “Lupi in città!” appare la volontà di stabilire un dialogo precedente al contatto con il pubblico. Il periodo della prima residenza artistica, infatti, rappresenta un momento in cui si organizzatori, ricercatori e artisti si ritrovano a lavorare insieme, a confrontarsi gli uni con gli altri. Se questo periodo può essere considerato di dialogo, un dialogo alla base della stessa costruzione della mostra, allora appare interessante indagarlo nell’ottica della comunicazione scientifica. Che tipo di dialogo si può instaurare tra i vari partecipanti della mostra? E, secondo questi partecipanti, qual è il suo fine ultimo? Che conseguenze ha, se ne ha, sulla comunicazione della scienza? Indagare il concetto e lo scopo del dialogo nelle prospettive dei diversi gruppi di attori è quindi diventato il secondo obiettivo di questa tesi.
    Proprio perché il momento del dialogo è rappresentato dal periodo della prima residenza, questa è stata presa come punto focale. Le interviste utilizzate per rispondere al primo obiettivo di questa tesi, arricchite di domande che indagano il dialogo secondo le prospettive dei diversi attori, sono quindi state proposte in due momenti, ossia il pre- e il post- residenza. In questo modo è stato possibile valutare se le opinioni iniziali degli intervistati corrispondono a ciò che è avvenuto nel periodo passato insieme o se invece sono cambiate, e come.
    La scelta di condurre le interviste sia prima che dopo la residenza ha permesso anche di valutare se il momento di dialogo ha effetti sulle opinioni riguardanti il primo obiettivo di questa tesi. Confrontandosi tra loro, lavorando insieme, i partecipanti possono infatti modificare le loro percezioni del rapporto tra arte e scienza, degli scopi dell’unione tra le due per trattare il tema del lupo, nonché individuare nuove ragioni di partecipazione a tale progetto.
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  4. http://iltirreno.gelocal.it/grosseto/cronaca/2018/09/06/news/rischia-la-multa-per-i-dissuasori-sonori-1.17223750?ref=search
    Il Tirreno, 6.9.2018, Cronaca di Grosseto, pag. VII – Flora Bonelli
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    RICHIA LA MULTA PER I DISSUASORI SONORI
    I vicini protestano per il rumore, interviene la polizia municipale: la disperazione dell’allevatore Beppe Catocci
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    «Adesso nemmeno il cannoncino dissuasore posso più usare. E come posso fare ora?»: Beppe Catocci, proprietario dell’azienda La Mota nel territorio rosellano che da tempo soffre gli attacchi dei predatori che gli stanno decimando il gregge, non sa più a che santo votarsi.
    Martedì scorso le guardie municipali del Comune di Grosseto sono andate a fargli visita al podere e gli hanno detto chiaro e tondo che quel cannoncino con cui Catocci tenta di tenere alla larga gli ibridi o lupi che siano, no, proprio non lo può far funzionare giorno e notte. Solo qualche ora al giorno e con cautela.«Le guardie mi hanno detto che il rumore del cannoncino dà noia ai vicini che non possono sentire sparare ogni 15 o 20 minuti. La notte in particolare pare che dia molto fastidio – racconta – Ma io allora come faccio per tenere lontano i “lupi”? Ho questo mezzo dissuasore, una radio ad alto volume e degli abbaglianti. I cani non li posso più tenere perché in passato mi hanno dato gravissimi grattacapi e non li prenderò mai più. Mi devono dire a questo punto come fare. Le multe, mi hanno avvertito le guardie municipali, sono salatissime. E arrivano a 10mila euro. E chi me li dà questi soldi? La municipale per stavolta si è limitata ad avvertirmi ma la prossima volta, mi hanno detto, che sarò sanzionato. Dunque l’unico mezzo che mi rimaneva per arginare l’assedio dei predatori me l’hanno tolto di mano. E se continua così, di che campo io?».
    Catocci spiega anche di aver usato vari espedienti perché lo strumento dissuasore desse il meno noia possibile. «Ho girato il cannoncino dalla parte opposta rispetto alle abitazioni in modo che il colpo sia più soffocato – spiega – ma il cannoncino fa il suo dovere e certo un po’ di rumore lo fa. Io a questo punto sono veramente allo stremo e dire disperato è poco. Unica soluzione togliere i predatori dai pascoli». Catocci tiene le pecore quasi sotto casa, ma non serve. Chi gli stermina il gregge arriva fin sotto le sue finestre. «Mio figlio e io – dice – abbiamo individuato orme di animali adulti e cuccioli. Sono giorni e giorni che le mie pecore vengono azzannate, uccise e ferite. Si sta svegli notte e giorno e soprattutto la notte proviamo a tenere alta la guardia con mezzi artigianali: radio, lampeggiatori, cannone, appunto. Non ci salviamo lo stesso, ma forse a qualcosa serve».
    Catocci è una vita che lavora con le pecore e mai si era trovato in queste condizioni. «Il fatto è – dice – che gli attacchi fino a poco tempo fa avvenivano di notte e basta. Ora in pieno giorno. Le ultime due volte di un paio di giorni or sono, sono accaduti il primo alle 11 e il secondo alle 12 di mattina. È bastata mezz’ora di assenza da parte nostra ed ecco il guaio era belle fatto. Questo ci sconvolge anche i tempi che dobbiamo utilizzare per gli altri lavori di campagna. Per questo le aziende vanno male e spesso sono costrette a chiudere. E adesso nemmeno più ci possiamo difendere. Vogliono tenere in giro lupi e ibridi e ci impongono mezzi di difesa. Invece di risolvere il problema alla radice, i nostri governanti fanno il contrario. Difendono i canidi e puniscono noi. Dire che è un’indecenza è dir poco. E quello che mi preoccupa multo è il futuro dell’azienda che non so se riuscirà a reggere botta priva di difese. Ecco come siamo ridotti».

  5. Il Tirreno, 13.9.2018, pag. 10
    Samuele Bartolini – Firenze
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    I PASTORI PROTESTANO: IN 3 ANNI SUBITI 1384 ATTACCHI
    Sit in degli allevatori davanti al consiglio regionale toscano : ”Ci sbranano le pecore”. Danni milionari, ma indennizzi al palo. Remaschi (assessore regionale all’agricoltura) promette:”Risarciremo”.
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    Volti scuri, pieni di rabbia, fazzoletti gailloblu al collo. Sotto il palazzo del consiglio regionale c’è un presidio con una cinquantina di allevatori. Denunciano i continui attacchi di lupi e cani inselvatichiti alle greggi di pecore e capre, ma anche i ritardi della Regione Toscana nell’erogazione degli indennizzi. …… .
    I numeri. Anno 2017: 268 aziende su 1.100 fanno domande di indennizzo per gli animali uccisi; danno pari a 460 mila euro; i danni calcolati per le pecore e le capre che non fanno più latte sono molto più ingenti. “… e gli indennizzi del 2015 e 2016 sono arrivati dopo due anni”, dice il direttore regionale di Coldiretti, Antonio De Concilio.
    Nel triennio 2014-2016 ci sono stati 1.384 attacchi di predatori agli animali allevati in Toscana. I lupi erano 600 nel 2015, ma ora sono aumentati. Le zone più colpite: le provincie di Grosseto, Siena e la Lunigiana.
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  6. http://www.ilsole24ore.com/art/food/2018-09-10/cosi-proteggono-razze-dall-estinzione-e-lupo–101055.shtml?uuid=AEpvZziF&fromSearch
    Il Sole 24 Ore – .lifestyle, 9.9.2018, pag. 12 – D.M.
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    COSI’ PROTEGGONO LE RAZZE DALL’ESTINZIONE (E DAL LUPO)
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    Che cos’hanno in comune le Alpi dolomitiche, quelle valdostane e gli Appennini? Sicuramen-te la pastorizia. Ed ecco che la pecora Lamon, la Rosset e la Cornigliese, tre razze autoctone, si uniscono in gemellaggio. E con loro i rispettivi territori di provenienza: le montagne del Lamon nel bellunese, della Valgrisenche in Valle d’Aosta e di Corniglio nel parmense.
    Un’idea di Anna Kauber, regista, scrittrice e paesaggista, che sta dedicando le sue ricerche al mondo rurale e pastorale, con tutte le sue criticità. In primis il rischio di estinzione di alcuni ovini, legati a piccole comunità locali, ai loro saperi e a micro filiere produttive.
    Con il sostegno del Parco nazionale dell’Appennino Tosco Emiliano, Riserva di Biosfera Unesco, i comuni coinvolti (Lamon, Valgrisenche e Corniglio) hanno firmato un protocollo d’intesa per la valorizzazione delle tre razze ovine nel corso della rassegna annuale dedicata alla Pecora Lamon. La festa è il 29 e 30 settembre a Corniglio.
    L’accordo prevede di creare una piattaforma comune di lavoro, ponendo particolare attenzio-ne allo sviluppo delle filiere del latte, della carne e della lana, al ripristino dei pascoli, al man-tenimento dell’equilibrio agro-silvo-pastorale e alla bellezza del paesaggio. Comprese le valu-tazioni dell’impatto del lupo sui territori e le possibili strategie di convivenza.
    «Lungo la dorsale montuosa dagli Appennini fino all’Aspromonte – spiega Anna Kauber – l’ attività dei pastori è un formidabile contributo al mantenimento e perfino al ripopolamento dei luoghi svantaggiati della montagna. Eppure in Italia da decenni assistiamo alla loro pro-gressiva scomparsa e conseguentemente all’estinzione di numerose razze autoctone».

  7. https://pressroom.unitn.it/comunicato-stampa/lezione-col-prof-sulla-degli-dei
    Università di Trento, 5.9.2018
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    A LEZIONE COL PROF SULLA VIA DEGLI DEI
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    In dodici da domenica in cammino per cinque giorni tra Bologna a Firenze: è il corso “Sostenibilità in cammino” proposto dal professor Nicola Lugaresi della Facoltà di Giurisprudenza. Studenti e do-cente cammineranno fianco a fianco, raccogliendo dal territorio gli spunti di discussione su sostenibi-lità e sviluppo. Didattica innovativa: l’esperienza dell’Università di Trento fa scuola a Glasgow al congresso dell’Academy of ENVIRONMENTAL LAW
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    In tredici per cinque giorni in cammino sui 130 chilometri della Via degli Dei, attraversando monti e colline, boschi e prati, paesi e campi negli Appennini. Non è una vacanza di fine esta-te ma un vero e proprio corso universitario quello che si terrà da domenica prossima tra Bolo-gna e Firenze. Il corso sulla sostenibilità della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Trento avrà anche quest’anno una formula originale: le lezioni in cammino Si parlerà di diritto dell’ambiente, sviluppo sostenibile prendendo spunto dagli elementi del paesaggio in un territorio ricco di sollecitazioni.
    Il gruppo di studenti – 8 ragazze e 4 ragazzi iscritti a Giurisprudenza – saranno condotti in questa avventura formativa sul campo dal professor Nicola Lugaresi. Il programma prevede una media di 25 chilometri al giorno con dislivelli significativi: una sfida per corpo e cervello da raccogliere tutti insieme. «Il corso si costruisce tutti insieme attraverso la partecipazione attiva nel creare spirito di gruppo e la disponibilità a dare il proprio contributo. Annullando le tradizionali barriere tra docente e studenti o la formalità tra stessi compagni di corso» spiega Lugaresi. «Per partecipare a questa esperienza chiedo ai ragazzi di essere motivati, curiosi, un po’ sognatori. Desiderosi di uscire dalla propria zona di conforto. Andremo alla scoperta di un percorso meno noto rispetto ad altri cammini, ma con una storia e con un’anima affascinante».
    Temi del corso saranno la sostenibilità e la tutela ambientale, le risorse idriche, i rifiuti e la raccolta differenziata, le attività estrattive, le aree protette, le energie alternative, il turismo sostenibile. Ad esempio, gli studenti discuteranno insieme al docente degli aspetti giuridici che riguardano la realizzazione – o la mancata realizzazione – delle infrastrutture incontrate sul percorso. Quale impatto hanno sull’economia della zona, sul paesaggio e sull’identità di un luogo. Niente libri di testo tradizionali, solo buone letture da condividere. A cominciare dal testo di riferimento, “Il sentiero degli Dei” di Wu Ming2 (ed. Tascabili Ediciclo). Le pagi-ne del volume hanno scandito il corso fin dalla sua prima edizione anche grazie alla presenza fisica dell’autore, arrivato apposta ad un fine-tappa per cenare insieme agli studenti e discutere con loro.
    Il corso intende anche rivisitare il rapporto tra studenti e docenti, i concetti di autorità e lea-dership, condividendo esperienze, emozioni e fatica. Come si legge nel manifesto del corso: «Al termine dell’insegnamento gli studenti – anche se stanchi –dovrebbero essere in grado di comprendere il concetto di sostenibilità, approfondendo le loro conoscenze su tale argomento; contestualizzare le problematiche in un ambito quotidiano e reale, individuando il ruolo e i limiti, del diritto; sviluppare la propria capacità critica e la propria curiosità per i fenomeni sociali che il diritto cerca di regolare; sviluppare le proprie capacità di lavorare in gruppo».
    Il corso è stato già proposto nell’autunno dello scorso anno a un gruppo di studenti di Giuri-sprudenza ed è stato accolto con grande interesse e impegno. Alcuni dei partecipanti alla pri-ma edizione – gli studenti Emanuele Sartori, Gaia Lentini e Laura Barbasetti di Prun – hanno avuto modo di testimoniare il valore formativo di questa esperienza didattica davanti all’Academy of Environmental Law (IUCN) che si è riunita a luglio a Glasgow per il suo congresso annuale. Gli studenti hanno presentato il corso (nell’intervento “The Way of the Gods: a different walking”) durante il seminario dedicato proprio ai metodi innovativi di insegnamento del diritto ambientale e alla promozione dello sviluppo sostenibile. Un’occasione per testare la propria capacità di sintesi e oratoria che si completerà nelle prossime settimane con la stesura di una pubblicazione sotto la supervisione del docente.
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    Maggiori informazioni sul percorso che gli studenti affronteranno con il professor Lugaresi sono disponibili sul sito della Via degli Dei: http://www.viadeglidei.it/
    Il sito del professor Lugaresi dedicato al cammino: https://nlcammino.wordpress.com/

  8. http://www.cinquantamila.it/storyTellerArticolo.php?storyId=5b8e1411af894
    Corriere della Sera, 4 settembre 2018, pag. 22 – Nicola Catenaro
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    IL DILEMMA DELL’ORSA PEPPINA
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    A osservarla da lontano, si prova tanta tenerezza. Peppina è una mamma e, come tale, ha una sola preoccupazione: sfamare i cuccioli che saltellano da qualche mese dietro di lei in cerca di cibo. Peppina rappresenta anche un evento speciale e unico: è il primo caso di orso marsicano con tre piccoli al seguito mai registrato al di fuori dei tradizionali confini, segnati dal Parco d’Abruzzo, dove la maggior parte dei suoi simili vive.
    Sono la fame e l’istinto di sopravvivenza a spingerla giù dalla montagna, fino a Pettorano sul Gizio, paese a quindici minuti di auto da Sulmona. Dell’uomo sembra non avere quasi più paura: sta diventando, come si dice in gergo, «confidente». Ma scacciarla, per chi le vuole be-ne, è l’unica strada per salvarla dal rischio che venga investita, avvelenata o uccisa dall’uomo. Quattro anni fa, proprio in questo paesino di 1.400 anime in provincia dell’Aquila, uno dei re-sidenti si trovò faccia a faccia con un grosso esemplare davanti alla propria abitazione e lo uc-cise a fucilate.
    «Stiamo facendo di tutto per allontanare Peppina dai centri abitati – spiega Antonio Di Cro-ce, direttore della Riserva Monte Genzana e referente ministeriale per l’attuazione del Patom, il piano di azione per la tutela dell’orso bruno marsicano —. Operatori e volontari stanno in-tensificando da giorni gli sforzi per dotare gratuitamente tutti i residenti di Pettorano e zone limitrofe di recinzioni elettrificate a protezione dei piccoli allevamenti. Li stiamo consegnan-do porta a porta». All’interno della Riserva sono nati tanti altri progetti per l’orso come la ‘bear smart community’, che vuole sensibilizzare istituzioni e comunità, e una task force per prevenire i danni procurati da questi animali che impegna anche la Regione Abruzzo, i Cara-binieri Forestali, il Parco nazionale della Majella e le associazioni «Salviamo l’orso» e «Dalla parte dell’orso».
    Eppure Peppina continua a far paura ad alcuni. Pochi giorni fa è tornata a far visita a Pettora-no distruggendo un pollaio. L’ultimo di una serie di raid. Domenico Ventresca, portavoce dei cittadini, è arrabbiato e chiede contromisure a tutela dei residenti: «Occorre riportare Peppi-na nel Parco, siamo disposti ad autotassarci per rifornire lei e i cuccioli di cibo lontano da qui». «Non esistono casi documentati di attacchi di orsi marsicani all’uomo – replica Di Cro-ce —, non siamo in America e questi non sono grizzly. Tuttavia non è prevedibile che reazio-ne possa avere Peppina se avverte una minaccia per se stessa o per i propri cuccioli, ad esempio se qualcuno si avvicinasse per una foto. Per questo è fondamentale dissuadere lei e gli altri orsi dall’avvicinarsi alle abitazioni». L’ordinanza che il sindaco Pasquale Franciosa ha firmato il 22 agosto scorso va in questa direzione: vieta di dar da mangiare agli orsi e per-sino di ritrarli da vicino.
    Oggi si presume che quasi settanta orsi marsicani vivano in Abruzzo, Lazio e Molise. «Negli ultimi due anni ne sono nati 22 – afferma il presidente del Parco, Antonio Carrara, impegnato in prima linea nelle azioni a tutela della specie —, sono numeri che dimostrano una buona vi-talità e, se l’impegno di tutti resta elevato, si potrà fare molto per salvare la specie dal ri-schio estinzione».

  9. http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2018/09/25/usa-giudice-blocca-caccia-a-grizzly_dbaeec8e-ed1b-43bb-8ece-31be3e1bcafa.html
    Ansa, 25.9.2018
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    USA : GIUDICE BLOCCA CACCIA A GRIZZLY
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    BILLINGS (MONTANA) – Un giudice federale ha bloccato la caccia ai grizzly prevista sulle Montagne Rocciose per la prima volta dal 1991 (ad eccezione dell’Alaska) ripristinando di fatto la protezione per gli orsi bruni americani. E’ la terza volta che il giudice Dana Christensen dispone il rinvio.
    Wyoming e Idaho erano sul punto di permettere ai cacciatori di uccidere fino a 23 orsi nel corso della stagione.
    Il giudice federale, nelle motivazioni, ha sottolineato che la decisione non riguarda “l’etica della caccia” ma la “necessità” di proteggere la specie animale, ricordando che in passato erano 50.000 gli orsi nella regione.

  10. https://www.repubblica.it/ambiente/2018/10/12/news/_troppi_cervi_allo_stelvio_caccia_aperta_gli_animalisti_protestano_contro_l_abbattimento-208807408/?ref=RHPPBT-VA-I0-C4-P27-S1.4-T1
    la Repubblica, 12.10.2018
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    TROPPI CERVI ALLO STELVIO
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    Dopo lupi ed orsi, è il turno dei cervi. Nel Parco dello Stelvio scatta l’abbattimento programmato perché la “popolazione di cervi è eccessivamente numerosa e deve essere regolata”. Lo ha stabilito la Provincia di Bolzano, annunciando che “il periodo di prelievo dei cervi nel parco 2018/19 prenderà il via lunedì prossimo 15 ottobre e si concluderà il 16 dicembre”. Media Venosta-Martello e Gomagoi-Tubre sono le unità di gestione interessate dal provvedimento, stabilito in base alle indicazioni dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra), che lo approva ogni anno. L’obiettivo, spiega ancora la nota, “è ridurre la densità della popolazione dei cervi, per ricomporre gli equilibri ecologici e prevenire l’impatto sull’attività agricola e sulla rinnovazione del bosco”.
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    Ma la decisione di aprire la caccia vede un fronte del ‘no’ da parte delle associazioni ambientaliste, Lega anti vivisezione (Lav) in prima fila, che in un comunicato ha criticato duramente la decisione della Provincia di Bolzano: “Questa azione si configura come una delle tante regalie nei confronti dei cacciatori altoatesini, ai quali le varie Amministrazioni provinciali li hanno da sempre abituati – scrive la ong -. L’uccisione dei cervi, oltre ad essere un atto inutile e di violenza inaudita, avrà come effetto secondario quello di costringere i lupi a rivolgersi verso altre prede, che potrebbero proprio essere gli animali domestici che pascolano in alpeggio”.
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    La misura degli abbattimenti selettivi dei lupi è stata recentemente richiesta dalle Province autonome di Trento e Bolzano nonché dalla Regione Toscana a governo e Unione europea per poter gestire in autonomia la presenza di quelli considerati pericolosi o dannosi per allevatori e agricoltori.

  11. http://www.ansa.it/canale_ambiente/notizie/animali/2018/10/16/provincia-di-bolzanoabbattimento-lupi-possibile-in-paesi-ue_77dbca68-34df-4a30-b308-4595d59c1c2e.html
    Ansa, 16.10.2018
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    PROVINCIA DI BOLZANO, ABBATTIMENTO LUPI POSSIBILE IN PAESI UE
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    Kompatscher, presidente della Provincia autonoma di Bolzano: la legge è legittima, la difenderemo alla Consulta
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    “Altri paesi hanno sfruttato i margini di manovra previsti dalle direttive europee, elaborando delle proprie normative che, a determinate condizioni, consentono il prelievo di lupi e orsi. L’Italia, però, non ha seguito questa linea, e per questo motivo abbiamo deciso di muoverci all’interno della cornice giuridica rappresentata dalla nostra autonomia, per applicare le direttive europee e tutelare l’agricoltura di montagna. Siamo convinti che questa sia la strada giusta da seguire, e difenderemo la legge provinciale di fronte alla Corte Costituzionale”. Lo ha detto il presidente della Provincia autonoma di Bolzano, Arno Kompatscher.
    Dopo l’approvazione, nel corso dell’estate, della legge provinciale di Bolzano sulle misure di prevenzione e di intervento concernenti i grandi carnivori, a settembre il Consiglio dei ministri aveva sollevato la questione di legittimità costituzionale. La giunta provinciale ha deciso di resistere in giudizio di fronte alla corte costituzionale, con l’obiettivo di difendere non solo la legittimità della legge, ma soprattutto le competenze autonome della Provincia di Bolzano.
    La legge provinciale, composta da un solo articolo, prevede che il presidente della Provincia adotti le misure di applicazione della Direttiva Habitat di prevenzione e intervento per la gestione della presenza dell’orso e del lupo nel territorio provinciale nel rispetto delle finalità, delle condizioni e dei limiti previsti dalla direttiva europea sul tema. Ogni misura adottata deve avvenire previo parere dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) e comunque nel rispetto delle norme statali di riferimento. La legge si muove in prima battuta per tutelare l’agricoltura di montagna, materia nella quale la Provincia di Bolzano ha competenza primaria.

  12. https://roma.repubblica.it/cronaca/2018/10/23/news/caccia_associazioni_tar_lazio_accoglie_ricorso_stop_in_parco_abruzzo-209770363/
    la Repubblica, Cronaca di Roma, 23.10.2018

    TAR DEL LAZIO ACCOGLIE RICORSO ASSOCIAZIONI, STOP ALLA CACCIA ALL’ORSO NEL PARCO NAZIONALE D’ABRUZZO
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    Impugnato anche il calendario venatorio della Regione Lazio: in due mesi approvati tre provvedimenti che sono una marcia indietro sulle politiche ambientali
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    Il presidente del Tar Lazio ha accolto (con decreto n. 11727 Del 23/10/208) il ricorso delle associazioni Enpa, Lac, Lav e Wwf italia con cui si chiedeva la sospensione dell’atto, approvato a fine settembre dal presidente della Regione Lazio, che autorizzava in maniera del tutto illegittima e insensata “il prelievo venatorio nel versante laziale del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise e nelle zone speciali di conservazione con presenza di orso marsicano”. L’avvocato Valentina Stefutti, che ha curato il ricorso, aveva evidenziato al giudice amministrativo come la Regione Lazio non avesse nemmeno richiesto l’obbligatorio parere a Ispra (massimo organo di consulenza tecnico-scientifica dello Stato in queste materie) che si era comunque già espressa in maniera negativa, raccomandando di “assicurare il divieto di caccia nell’area di protezione esterna del Parco Nazionale d’Abruzzo (…) vista l’urgente necessità di tutelare il nucleo di esemplari di orso marsicano presente nella regione Lazio”.
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    La caccia nelle aree di protezione esterna dei parchi (ricordiamo che nelle aree protette è del tutto vietata qualsiasi forma di uccisione di animali selvatici che non siano i cosiddetti “abbattimenti selettivi”) è una forma di caccia, se possibile, ancora più deleteria di quella svolta in altre aree perché reca gravissimo disturbo agli animali che vivono nei parchi. In questo caso parliamo di una specie super protetta e rara come l’orso marsicano.
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    Da oggi quindi nelle aree classificate come “contigue” al Parco d’Abruzzo nella parte laziale è vietata qualsiasi forma di caccia. Le associazioni Enpa, Lac, Lav e Wwf Italia vigileranno con le proprie guardie volontarie affinché le doppiette stiano alla larga dal parco e dagli orsi. Le associazioni hanno anche impugnato il calendario venatorio della Regione Lazio, ricorso che verrà discusso a breve, e auspicano che anche questo abbia esito positivo. In due mesi la Regione Lazio ha inanellato 3 provvedimenti che è difficile non definire una marcia indietro delle sue politiche ambientali.
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    Il primo è stato pubblicato sul Bur il 6 agosto e riguardava la presentazione delle candidature per i membri del consiglio direttivo di 12 aree protette del Lazio; la scadenza era fissata il 10 settembre e come prevedibile (e previsto) molte associazioni ambientaliste non sono nemmeno venute a conoscenza del bando. Perché tanta fretta – si domandano – e perché la scelta del periodo estivo? In passato il bando era preceduto da una diffusa interlocuzione che assicurava una qualificata partecipazione, ora si è adottato un metodo che sembra derivato dai concorsi universitari degli anni Settanta; formalmente corretto, sostanzialmente errato, se si vuole stimolare la partecipazione.
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    Il secondo provvedimento, la proposta di legge 55/2018, contiene nella sua versione originaria (non è disponibile il testo esito del dibattito consiliare) un attacco frontale alla credibilità e natura dei piani di assetto delle aree protette, strumento essenziale ed insostituibile di tutela. L’art. 3, infatti, modificando la legge regionale 29/1997, prevede che l’approvazione dei piani di assetto venga operata dalla giunta regionale, escludendo il consiglio e con la sola acquisizione – obbligatoria ma non vincolante – della commissione consiliare competente. Atteso che il piano di assetto dell’area protetta, ai sensi della l. 394/91, ha valore di piano urbanistico e sostituisce i piani territoriali o urbanistici di qualsiasi livello – tutti piani approvati dai consigli degli enti promotori – la norma risulta palesemente illegittima. Sembrerebbe che in consiglio tale norma sia stata modificata, ma solo per introdurre l’approvazione dei piani di assetto con il silenzio assenso, e sempre da parte della giunta: se così fosse cambierebbe poco.
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    Il terzo atto è, se possibile, ancora più grave, continuano le associazioni. La giunta regionale ha approvato infatti un calendario venatorio pieno di illegittimità, ignorando i pareri dell’Ispra, l’istituto scientifico di riferimento per la fauna e la biodiversità del nostro Paese. L’Ispra aveva espresso un parere fortemente negativo sulle misure che si volevano adottare in materia di specie cacciabili, carnieri, apertura della caccia prima del primo ottobre, prolungamento della stagione venatoria nella fase di migrazione verso i luoghi di nidificazione, orari di caccia. Una bocciatura su tutta la linea di cui la giunta non ha voluto tenere alcun conto, violando sia la direttiva europea “uccelli” che la legge 157/92.

  13. http://www.ilgiunco.net/2018/10/25/gestione-del-lupo-remaschi-in-toscana-e-una-cosa-seria-e-complessa/
    Il Giunco, 25.10.2018 – Redazione
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    GESTIONE DEL LUPO, REMASCHI (assessore regionale all’agricoltura) : “ IN TOSCANA E’ UNA COSA SERIA ”
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    FIRENZE – “Stupisce la reazione di Mirella Pastorelli del Comitato Pastori d’Italia in relazione alla notizia dello stanziamento da parte della Regione Toscana delle risorse necessarie all’integrale copertura delle richieste di indennizzo da parte degli allevatori colpiti dai predatori” così l’assessore regionale all’agricoltura Marco Remaschi.
    La Regione infatti, a seguito delle richieste delle organizzazioni professionali agricole, sta lavorando su tre azioni principali: la prima azione consiste nella chiusura di tutte le pratiche di richiesta danni relative al 2017 con la integrale copertura delle domande ammesse, e non al 75% come erroneamente asserisce la Pastorelli, peraltro in regime di esenzione dal de minimis, riconoscimento ottenuto dalla Commissione europea a seguito di una serrata trattativa.
    La seconda azione consiste nell’avvio della procedura per ottenere da Bruxelles l’autorizzazione a rimborsare con le medesime modalità (superamento del de minimis) anche i danni indiretti subiti, come la perdita di produzione di latte o le mancate nascite di agnelli, che spesso sono un grave problema per gli allevatori colpiti e per i quali però, ad oggi, ogni rimborso sarebbe illegittimo.
    La terza azione che la Regione sta portando avanti è la richiesta al Governo, anche mediante l’intervento della Conferenza stato regioni, di strumenti di intervento ulteriori, già adottati da altri Stati europei per una gestione attiva del fenomeno predatorio, e il riconoscimento delle risorse necessarie sia per gli indennizzi che per le opere di prevenzione che ad oggi pesano sulla sola collettività toscana, pur essendo il lupo specie protetta da direttive internazionali.
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    “Ancora una volta rilevo” ha continuato l’assessore Remaschi “come uno dei più grandi ostacoli alla risoluzione dei contrasti tra allevatori e lupo sia la confusione che alcuni soggetti, più o meno rappresentativi del mondo allevatoriale, mettono in campo ad ogni occasione, con proposte inesistenti o quantomeno fantasiose, basti ricordare la richiesta di ‘deportazione’ di tutti i lupi verso altri territori e con polemiche sterili volte unicamente a conquistare una pagina di giornale. La questione della gestione del lupo, almeno in Toscana, è una cosa seria e come tale complessa, non esiste una soluzione banale che possa risolvere magicamente il problema, ma è necessario operare su più fronti, a testa bassa e tutti insieme con l’unico obiettivo di portare a casa risultati per le aziende.”
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    “Invece di ironizzare sui risultati ottenuti, certamente non ancora soddisfacenti, – ha concluso l’assessore Remaschi- il Comitato Pastori d’Italia utilizzi la propria vis polemica per ricordare agli esimi rappresentati del Governo, e in particolare al ministro Centinaio, gli impegni che si erano presi pochi mesi fa a Monteriggioni con gli allevatori toscani, perché ad oggi dal Governo arrivano solo le dichiarazioni del ministro Costa, il quale parrebbe rinviare qualsiasi azione, compreso il prelievo selettivo, in attesa di ulteriori monitoraggi per capire meglio la situazione. Per noi la situazione è chiara: i monitoraggi ormai ultradecennali rilevano la presenza di un elevato numero di predatori – 109 gruppi riproduttivi per circa 600 animali sul territorio regionale – rende di fatto impossibile l’allevamento di molte zone della Toscana, la Regione ha fatto e continuerà a fare la propria parte, ma di questo si deve far carico anche lo stato con risorse e strumenti operativi adeguati per una corretta gestione di un fenomeno che già ora è insostenibile e che rischia, se non governato, di divenire irreversibile”.

  14. http://www.ladige.it/territori/vallagarina-altipiani/2018/07/27/lessinia-radiocollare-lupi-recinti-virtuali
    l’Adige, 27.7.2018
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    LESSINIA (prealpi), RADIOCOLLARE PER I LUPI E RECINTI VIRTUALI
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    Radiocollare in arrivo per i lupi nelle aree comprese tra Lessinia, Monte Carega a Altopiano di Asiago. È quanto ha annunciato ieri l’assessore regionale all’agricoltura della Region Veneto Giuseppe Pan, al tavolo regionale per la gestione del lupo e dei grandi carnivori, convocato a Venezia. La cattura di alcuni esemplari e la loro geolocalizzazione mediante radiocollare permanente (con sgancio da remoto) è la nuova proposta presentata per prima in Italia dalla Regione Veneto e già approvato in via preliminare dal ministero dell’Ambiente e dall’Ispra, per una gestione «proattiva» dell’animale carnivoro che da qualche anno ha ripopolato l’area montana del Veneto. In base al protocollo annunciato ieri in Laguna potranno essere catturati e anestetizzati fino a 10 esemplari (l’Istituto Superiore per la protezione e la ricerca ambientale ha specificato tecniche, modalità e presidi ai fini di garantire l’incolumità) tra la metà dell’estate e sino alla fine dell’inverno, al fine di dotarli di collari Gps-Vhf per monitorarne con precisione abitudini di vita, spostamenti e attività.
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    «Si tratta della prima esperienza in Europa dell’utilizzo della telemetria per la mitigazione del conflitto tra uomo e lupo. – spiega l’assessore all’agricoltura Giuseppe Pan – I sistemi di cattura e di immobilizzazione farmacologica sono già stati sperimentati con successo in Toscana e nel parco della Maiella. Ora, grazie al supporto scientifico del dipartimento di medicina veterinaria dell’Università di Sassari e alla collaborazione tra polizia provinciale, personale della Regione, personale del Parco, agenti della sezione forestale dei carabinieri, sarà possibile gestire un progetto di stretto monitoraggio degli spostamenti, di conoscenza dettagliata della consistenza e delle attività dei branchi, ma soprattutto di allerta agli allevatori: quando il lupo si avvicinerà alle aree di allevamento e di pascolo scatteranno “barriere virtuali” e segnali di allerta in modo da avvisare l’allevatore e da scoraggiare il predatore con luci stroboscopiche e avvisi acustici».
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    L’utilizzo congiunto di videotrappole, sistemi di rilevazione telemetrica e di analisi genetiche – sottolinea ancora l’assessore Pan – saranno determinanti per consentire di intervenire prontamente e adeguare gli interventi di prevenzione anche in base agli spostamenti degli animali. «L’obiettivo è superare una gestione meramente passiva dei danni inferti con le predazioni e sposare invece un nuovo approccio, proattivo, di gestione del conflitto e quindi della convivenza tra zootecnìa e presenza del lupo».
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    Negli ultimi tre anni la Regione Veneto – che condivide la questione lupi con il Trentino – è intervenuta a tutela degli allevatori con ogni mezzo consentito, nel rispetto del regime di protezione: monitoraggio dei branchi, indennizzo dei capi predati, fornitura di 200 recinti elettrificati, consegna di 10 pastori maremmani abruzzesi come cani da guardianìa, formazione e supporto agli allevatori per gestire correttamente mandrie e greggi. «Ora, la sperimentazione della telemetria satellitare aggiunge un ulteriore e innovativo strumento di prevenzione», rimarca Pan. Il progetto servirà anche per lo studio scientifico e la mappatura genetica dei branchi favorendo una migliore conoscenza della specie in un territorio che, nel secolo scorso, ha perso confidenza con la presenza del lupo e si trova impreparato a difendere il proprio patrimonio zootecnico. La mappatura genetica servirà anche ad individuare eventuali esemplari ibridi (la cui presenza per ora non è stata rilevata in Veneto), e a favorirne la cattura. Per la realizzazione del progetto si preventiva una spesa di circa 150 mila euro nell’arco del biennio.
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    Ci vorrà ancora qualche giorno, invece, per conoscere i dettagli sulla carcassa recuperata sull’altipiano di Folgaria. Il lupo morto è stato rinvenuto in val delle Lanze. Ora si tratta di capire com’è morto quell’animale, se per cause naturali o per mano dell’uomo.
    «Con ogni probabilità il lupo fa parte del branco già censito che ha creato il proprio habitat lungo la dorsale Vallarsa, Terragnolo e Folgaria» spiega Mariano Bertoldi, guardia forestale degli altipiani ed uno dei massimi esperti faunistici del Trentino. «Capire come è morto questo esemplare di lupo pare molto difficile: la sua sagoma è troppo decomposta ed è stata attaccata dai corvi, addirittura il pelo portato in giro dal vento. Analizzando le ossa si può risalire al dna e la ricerca genetica ci porterà a conoscere se quel canide era già censito a Folgaria oppure no. Le analisi specifiche saranno eseguite nei laboratori a San Michele e dall’esito delle stesso potremmo azzardare alcune ipotesi».
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    http://www.altoadige.it/cronaca/bolzano/lupo-primo-radiocollare-per-tenerlo-sotto-controllo-1.1792677
    l’Alto Adige, 28.10.2018 – Davide Pasquali
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    LUPO, PRIMO RADIOLCOLLARE PER TENERLO SOTTO CONTROLLO
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    BOLZANO. Per la prima volta in regione, i tecnici provinciali sono riusciti nell’impresa di radiocollarare una lupa e la stanno monitorando da un mese, con risultati interessantissimi: preda esclusivamente fauna selvatica. Quest’anno inoltre, per la prima volta, la Provincia ha avviato una seria attività di prevenzione, su numeri piccoli ma i risultati sono ottimi: 14 masi protetti usando adeguatamente le sovvenzioni pubbliche, nemmeno un capo predato. Sono i due dati più eclatanti emersi ieri in quello che si potrebbe a tutti gli effetti definire come il primo convegno serio, scientifico e soprattutto laico tenutosi in Alto Adige sui grandi predatori. Organizzato da Cai, Sat e Avs, ha visto la partecipazione di ben 180 persone. Tecnici, esperti locali e (inter)nazionali. E un’umanità molto varia, fra cui una nutrita rappresentanza dei contadini sudtirolesi, capeggiati dal presidente del Bauernbund Leo Tiefenthaler. Niente tifoserie da periodo preelettorale, solo dati, rilievi di tecnici, esperienze di chi è a favore e chi è contro, ma ascoltandosi gli uni gli altri. Sembra poco, ma non era mai accaduto. E tutti pare abbiano capito una cosa: anche il più entusiasta pro lupo riconosce che ci sono danni e casi problematici, anche il più incallito oppositore si rende conto che prevenire in modo adeguato può funzionare e soprattutto che non fare niente, non prevenire, non informare, sperando che il lupo non arrivi è un strategia scorretta, per il semplice motivo che non ha funzionato. E che anche il prelievo, per risolvere, non basta. Si è traguardato l’unico possibile futuro: strategie condivise. Che coinvolgano in primis gli attori della zootecnia. Pochi però i politici al convegno (il neoconsigliere dei Verdi Hans Peter Staffler, l’assessore comunale Marialaura Lorenzini).
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    Ma veniamo alle notizie. Ecco la prima. Numerose le relazioni, ieri alla Fiera. Nella sua il direttore dell’ufficio caccia e pesca della Provincia, Luigi Spagnolli, ha spiegato come un mese fa sia riuscito il colpaccio: si è messo un radiocollare a una femmina del branco di lupi che gravita fra val di Non e val d’Ultimo. In Trentino finora non ci si era riusciti. Si stanno raccogliendo dati interessantissimi. La lupa, infatti, fa parte di un branco “bravo”, che non preda minimamente negli allevamenti, si ciba soltanto di animali selvatici. E non fa danni.
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    Seconda: seppur con grave ritardo, per la prima volta quest’anno si è partiti con la prevenzione. Si è fatto un bando, cui hanno partecipato 20 agricoltori sudtirolesi. Pochi, ma è già un inizio. Si sono messe in opera delle protezioni. Prima di concedere il contributo, la forestale ha spiegato come fare, poi è andata a controllare. Sono stati seguiti 14 casi. Le predazioni ammontano a zero.

  15. https://www.repubblica.it/esteri/2018/11/04/news/svezia_sono_pericolosi_e_a_rischio_di_sconfinamento_il_parco_di_kolmarden_uccide_i_lupi-210744614/?ref=RHPPBT-BH-I0-C4-P13-S1.4-T1
    la Repubblica, 4.11.2018 – Andrea Tarquini
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    SVEZIA, SONO PERICOLOSI ED A RISCHIO DI SCONFINAMENTO: IL PARCO DI KOLMARDEN UCCIDE I LUPI
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    Esplode la polemica in Svezia: il parco nazionale di Kolmarden, uno tra i piú famosi del regno, ha deciso di eliminare i suoi lupi e non sostituirli, in quanto li ritiene pericolosi e capaci di sconfinare minacciando esseri umani e centri abitati. Gli animalisti insorgono.
    La decisione della direzione del parco nazionale di Kolmarden è stata presa a malincuore, dicono i suoi portavoce, ed è stata eseguita la settimana scorsa, ma appariva inevitabile dopo anni di riflessione su una tragedia. Sei anni fa uno dei lupi infatti aveva aggredito e ucciso un guardiano del parco. Filip Johansson, direttore del parco, ha detto che quel lontano incidente non è la causa diretta della decisione di “eutanasizzare” i lupi di Kolmarden, ma che comunque la tragedia è stata uno degli elementi presi in considerazione nella lunga riflessione che ha condotto alla drastica scelta finale.
    Le organizzazioni animaliste protestano perché con l’eutanasia dei lupi di Kolmarden si colpisce una specie animale rara e a rischio estinzione.

  16. https://www.repubblica.it/economia/2018/11/10/news/la_ue_alza_al_100_i_rimborsi_per_gli_assalti_dei_lupi_al_bestiame-211204197/?ref=RHPPBT-VE-I0-C6-P21-S4.2-T1
    la Repubblica, 10.11.2018 – Ettore Livini
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    LA UE ALZA AL 100% I RIMBORSI PER GLI ASSALTI DEI LUPI AL BESTIAME
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    Bruxelles coprirà in modo totale anche le difese preventive come recinti elettrici e cani da guardia e i costi indiretti come i veterinari per curare i capi feriti e il lavoro per riunire le greggi dopo un attacco.
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    La Ue ha deciso di alzare dall’80% al 100% i rimborsi per i danni prodotti ai greggi dai lupi. Garantendo la copertura economica totale sia per le misure di difesa preventiva (recinti elettrici, cani da guardia) che per i cosiddetti costi indiretti come le spese veterinarie per gli animali feriti e quelle del personale necessario per radunare mandrie e greggi dispersi dopo eventuali attacchi. La decisione – spiega Bruxelles – è stata presa “per difendere gli allevatori in aree dove sono presenti carnivori protetti”, anche perché una protezione davvero efficace delle specie in via d’estinzione “passa anche dalla RISOLUZIONE DEI CONFLITTI che queste ultime possono creare”.
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    L’aumento degli stanziamenti da parte della Ue è un modo per provare a disinnescare le proteste degli allevatori, che lamentano un’impennata dei capi uccisi dai lupi e che spesso decidono di farsi giustizia da soli. La Francia – che quest’anno ha autorizzato la caccia a 40 lupi per calmierare attorno ai 300 esemplari la loro presenza – ha registrato nel 2016 (ultimo dato disponibile) la morte di 10mila pecore, con 3,6 milioni di rimborsi ai loro proprietari.
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    Il numero degli esemplari presenti in Italia non è mai stato veramente censito anche se negli ultimi anni l’areale dei lupi si è decisamente allargato. Il Wwf parla di 1.580 lupi, presenti in buona parte sugli Appennini con un picco di concentrazione in Toscana. Da tempo è allo studio un “Piano per la gestione e la conservazione del lupo” nella Conferenza Stato-regioni ma il nodo degli abbattimenti ha per ora impedito ogni intesa. Secondo il Wwf del resto, ogni anno muoiono per mano dell’uomo nel nostro paese 300 lupi, di cui la metà uccisi da bracconieri, lacci o trappole. Molte regioni, sotto il pressing degli allevatori, spingono per la caccia selettiva che riduca le predazioni. Le associazioni ambientaliste (forte a questo punto dei fondi della Ue) sostengono che le misure preventive come i recinti elettrici e l’adozione dei grandi cani “da guardiania” (quelli di grande taglia perfettamente in grado – previo addestramento – di proteggere i greggi e respingere l’assalto di un branco di lupi) sono più che sufficienti per gestire la situazione.

  17. https://www.repubblica.it/ambiente/2018/11/15/news/_i_gorilla_di_montagna_crescono_si_stanno_ripopolando_-211727035/?ref=RHPPBT-VA-I0-C4-P26-S1.4-T1
    la Repubblica, 15.11.2018 – Giacomo Talignani
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    I GORILLA DI MONTAGNA AUMENTANO, CRESCE ANCHE IL NUMERO DELLE BALENE GRIGE
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    Sono passati 33 anni dal 26 dicembre 1985, giorno in cui la zoologa americana Dian Fossey fu uccisa sul monte Virunga per mano, si pensa, dei bracconieri. Da allora, nella quotidiana lotta alla conservazione, altri 175 ranger e difensori della natura sono stati uccisi. Tutti loro avevano un unico scopo: proteggere i fragili gorilla di montagna e il loro ambiente. Per questo a loro oggi è dedicata la buona notizia appena diffusa dall’Iucn (Unione mondiale per la conservazione della natura): i gorilla di montagna si stanno ripopolando. Là, fra le foreste nebulose e impenetrabili di Congo, Uganda, Ruanda, fra i pendii del monte Virguna e la selva di Bwindi, la famiglia dei silverback si allarga. La lista rossa Iucn, appena aggiornata, ha infatti migliorato la classificazione dello stato dei Gorilla beringei passati da “gravemente in pericolo” a “in pericolo”. … .
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    Era dal 1994 che lo “status” di minaccia dei gorilla di montagna non veniva cambiato. Dieci anni fa la loro popolazione stimata, tra i tre stati africani dove vivono, era di circa 680 individui. Oggi i dati raccolti con metodi scientifici ci dicono che siamo a oltre 1000 individui, la cifra più alta registrata finora per la sottospecie dei gorilla orientali. L’altra sottospecie invece, quella dei Gorilla beringei, resta “in pericolo critico”. Se si è arrivati a questo confortante risultato, dice lo Iucn, è grazie all’azione di “conservazione intensiva, comprese le pattuglie anti-bracconaggio e gli interventi veterinari” portati avanti da chi opera in aree protette, che coprono quasi 800 chilometri quadrati: terreni costantemente minacciati da bracconieri, minatori, cacciatori di carbone e legna e in parte dagli stessi residenti che intendono espandere i propri confini. … “Gli sforzi coordinati attraverso un piano d’azione regionale e la piena attuazione delle linee Iucn per il turismo e la prevenzione delle malattie, che raccomandano di limitare il numero di turisti e di evitare qualsiasi contatto ravvicinato con gli esseri umani, sono fondamentali per garantire un futuro al gorilla di montagna” precisa ancora.
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    … Sforzi che, ricorda il nuovo aggiornamento della Red List, hanno portato miglioramenti anche in mare: il passaggio della balenottera comune (Balaenoptera physalus) da “in pericolo” a “vulnerabile”. La popolazione mondiale di balenottere comuni è infatti quasi raddoppiata dagli anni Settanta ad oggi grazie alle politiche di conservazione, “un aumento che fa seguito ai divieti internazionali di caccia commerciale alla balena nel Nord Pacifico e nell’emisfero sud, in vigore dal 1976, così come a delle riduzioni importanti delle catture nell Nord Atlantico dal 1990” spiegano dall’Iucn.
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    Migliorano anche gli status della balena grigia (Eschrichtius robustus) e altri animali ma preoccupano invece i dati legati alla sovrapesca che fa avanzare il declino dei pesci. Sempre più minacciate sono ad esempio le cernie di Nassau, i pesci di acqua dolce del Malawi, ma anche piante, come l’albero di Vène (Pterocarpus erinaceus) giudicato ora “in pericolo”.

  18. http://www.ilgiunco.net/2018/11/15/allevamenti-e-allarme-i-grandi-marchi-del-latte-disdicono-le-forniture-pastori-sul-piede-di-guerra/
    Il Giunco, 15.11.2018
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    ALLEVAMENTI TOSCANI , I GRANDI MARCHI DI LATTE DISDICONO LE FORNITURE
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    GROSSETO – «Sale la febbre nel comparto ovi-caprino toscano, già in sofferenza per il prezzo del latte in continuo calo e la situazione difficile per i continui attacchi dei predatori. Ultima tegola sul settore le disdette dei contratti di fornitura di latte che Alival e Granarolo stanno comunicando ai pastori in particolare di Grosseto, Siena e Pisa» a farlo sapere è Coldiretti in una nota.
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    «Che la situazione del comparto non sia facile ne è testimonianza la chiusura ad inizio estate dello storico caseificio Ciolo di Castel del Piano che ha chiuso i battenti dopo quasi 35 anni di attività. Coldiretti Toscana davanti ad una situazione che può annunciarsi drammatica non ha esitato a prendere carta e penna e scrivere al presidente della giunta regionale Enrico Rossi e all’assessore all’agricoltura Marco Remaschi. Riteniamo che se tale atteggiamento, che va ad aggiungersi ad una riduzione diffusa del prezzo, dovesse sostanziarsi il danno sui territori interessati sarebbe gravissimo sia in termini economici che occupazionali. Basta considerare che il comparto ovi-caprino toscano conta oltre 1500 aziende per un valore in termini di latte di circa 55milioni di euro ed interessa 5000 posti di lavoro»
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    «Il valore della filiera ovi-caprina nel complesso è stimato in 110milioni di euro – conclude Coldiretti –. Molti dei 550mila quintali di latte vengono utilizzati per ottenere il rinomato Pecorino Toscano DOP che è prodotto esclusivamente con latte intero delle pecore allevate nella zona di origine (Toscana oltre ad 11 Comuni del Lazio e 2 dell’Umbria). In Toscana, quarta regione per numero di pecore, i capi arrivano ad oltre 471 mila e sono prevalentemente allevati in maniera estensiva: pascolano all’aperto nella maggior parte dell’anno e vengono ricoverate in ovile solo nei mesi più freddi. 17 i caseifici associati al Consorzio di tutela del Pecorino Toscano Dop. La domanda che gli allevatori toscani si pongono è semplice ed immediata: qualcuno vuol far sparire il latte toscano per far sparire il Pecorino Toscano? Su questo Coldiretti e i pastori hanno idee molto chiare».

  19. https://www.repubblica.it/cronaca/2018/12/04/news/animalisti_linguaggio_modi_di_dire_in_bocca_al_lupo-213364897/?ref=RHRS-BH-I0-C6-P12-S1.6-T1
    la Repubblica, 4.12.2018 – Cristina Nadotti
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    ANIMALISTI E LINGUAGGIO: “IN BOCCA AL LUPO” DIVENTA OFFENSIVO
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    Lo vediamo nel linguaggio quotidiano anche in Italia, dove animalismo e politically correct non sono al centro del dibattito come in Gran Bretagna. All’augurio “In bocca al lupo” sempre più spesso c’è chi risponde “viva il lupo”, perché sperare nella morte di un animale non è più eticamente accettabile. Ma se da noi chi ancora usa i detti popolari non si sente troppo in colpa nel dire “tanto va la gatta al lardo, che ci lascia lo zampino”, oppure “ho preso due piccioni con una fava”, metafore che implicano comunque la brutta fine del felino e degli uccelli, in Gran Bretagna c’è chi ha studiato l’evoluzione del linguaggio determinata dalla crescita del veganesimo e dell’animalismo e chi ne ha fatto battaglie etiche.
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    La ricercatrice Shareena Hamzah, dell’università di Swansea, sostiene infatti che le frasi idiomatiche costruite sulla carne e prodotti animali stanno diventando obsolete perché “sono dissonanti con lo spirito della nostra epoca”. Hamzah si riferisce soprattutto a espressioni come “bring home the bacon” letteralmente “portare a casa la pancetta”, l’equivalente del nostro “portare a casa la pagnotta”, frase idiomatica nella quale si legge assai bene anche la differenza tra la dieta mediterranea e le abitudini alimentari dei paesi del Nord Europa.
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    Lo studio e la riflessione della ricercatrice, ospitate sulla rivista The Conversation, argomentano che “le metafore basate soprattutto sulla carne, per quanto molto comuni nell’inglese, non sono più usate acriticamente e la crescente consapevolezza dei temi etici e ambientali stanno cambiando il linguaggio quotidiano e della letteratura”. Altre espressioni sottolineate dalla ricercatrice come destinate a sparire sono “flogging a dead horse” cioè “frustare un cavallo morto” , un po’ come il nostro “menare il can per l’aia” per indicare che ci si ostina a fare qualcosa di inutile. E ancora “killing two birds with one stone”, “uccidere due uccelli con una pietra” il nostro “prendere due piccioni con una fava”, che sottolinea la differenza tra tecniche di caccia e prodotti agricoli a disposizione.
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    Quanto osservato sul piano linguistico dalla dottoressa Hamzah è in Gran Bretagna oggetto di azione e campagne di sensibilizzazione della Peta, l’associazione animalista “People for the Ethical Treatment of Animals“. L’organizzazione ha chiesto soprattutto agli insegnanti di far riflettere bambini e ragazzi sul pensiero sottinteso a certe espressioni e per promuovere l’uso di frasi idiomatiche che non si basino su immagini di violenza sugli animali. Così, suggerisce la Peta, proprio “bringing home the bacon” può diventare “bringing home the bagels”, sostituendo alla pancetta il pane come in italiano, e “putting all your eggs in one basket”, (“mettere tutte le uove in un solo cesto”, equivalente del nostro “puntare tutto su una carta sola”) potrebbe diventare il vegano “putting all of your berries in a bowl”, sostituendo alle proteine i frutti di bosco. “Queste frasi possono sembrare innocue – sostengono gli attivisti della Peta – ma in realtà mandano un messaggio sbagliato, perché rafforzano l’idea di un rapporto con gli animali basato su violenze e abusi. Insegnare agli studenti a usare un linguaggio non crudele serve a promuovere una relazione positiva tra tutti gli esseri viventi”.

  20. https://www.facebook.com/oasilipucasteldiguido/posts/972719789588748?__tn__=K-R
    Facebook, 7.12.2018 – Lipu, Oasi Castel di Guido (Roma)
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    PRESENZA DEL LUPO NELLA RISERVA NATURALE STATALE DEL LITORALE ROMANO, CASTEL DI GUIDO
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    Con alcune bellissime immagini della cucciolata di lupi nata la scorsa primavera nelle foreste del Litorale Romano, vi aggiorniamo sul monitoraggio del nucleo familiare presente sui nostri territori. … Anche quest’anno è stata accertata la riproduzione del branco, dopo la storica prima riproduzione nel 2017, che arrivava dopo un secolo di assenza della specie nella nostra area. In estate sono stati immortalati dalle nostre videotrappole sei cuccioli in diverse occasioni, anche duranti fasi di gioco e durante le interazioni con gli adulti. E’ importante ribadire che nel lupo, in media, solo il 50% dei cuccioli arriva al secondo anno di vita, a causa di un elevata mortalità nei primi mesi. E’ così che si regola la dimensioni dei branchi, di dimensioni ben più ridotte durante l’inverno e la primavera successiva alle nascite.
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    Un altro dato storico dunque, che conferma ormai la presenza stabile della specie nel Comune di Roma, dopo che non si registravano branchi riproduttivi di lupo dagli inizi del ‘900.
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    Nello stesso periodo, abbiamo proseguito anche il campionamento genetico non invasivo, tramite raccolta escrementi freschi, poi portati ad analisi presso l’IZS di Lazio e Toscana. Negli anni scorsi tale metodologia ci aveva permesso di ricostruire le dinamiche di ricolonizzazione della specie e di registrare la formazione di una coppia di lupi nel 2016, chiamati da noi Numa e Aurelia, i quali hanno poi dato vita alla prima cucciolata lo scorso anno. Dall’analisi del DNA di un campione biologico fresco di questa estate … i risultati hanno confermato la presenza sul territorio di un altro maschio adulto, che ha dunque sostituito Numa nel ruolo di riproduttore e compagno di Aurelia.
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    Il cambio di un dominante nel branco può voler dire che … Numa è probabilmente morto durante gli scorsi mesi, e il suo ruolo di riproduttore è stato occupato da un altro maschio solitario in dispersione. Le cause della scomparsa di Numa possono essere molteplici, naturali e non. Ogni anno in Italia circa 300 lupi (il 20% della popolazione) muoiono per cause umane (incidenti stradali o bracconaggio). E Numa, dopo il suo arrivo nell’estate del 2014, ha ceduto il passo al suo successore, nuovo maschio dominante del branco di lupi del Litorale Romano, chiamato da noi Tullo (come da tradizione, il terzo re di Roma).
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    Ora con l’arrivo dell’inverno i lupi hanno abbandonato le aree riproduttive, e i cuccioli hanno cominciato a spostarsi con gli adulti. Infatti a 7-8 mesi d’età i giovani dell’anno hanno raggiunto già dimensioni simili ai genitori, e possono dunque muoversi diversi km ogni notte. Un lupo è in grado di muoversi anche 10-15 km in poche ore, sia per le attività di caccia (ricordiamo che le nostre analisi sugli escrementi dimostrano, ancora oggi, che la dieta di questo branco è composta per quasi il 95% da cinghiale, e che dunque il suo impatto sulla zootecnia è quasi nullo), sia per le normali attività di perlustrazione del territorio (che per un branco di lupi può raggiungere dimensioni anche di 100 kmq).
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    Vi lasciamo ora alle belle immagini della cucciolata di lupi 2018, altro bel segnale di speranza per questa specie, la cui presenza testimonia ancor più il valore ecologico dei nostri ecosistemi, che tornano ad ospitare stabilmente il più importante predatore europeo !
    https://www.facebook.com/oasilipucasteldiguido/posts/972719789588748?__tn__=K-R

  21. http://www.ilgiunco.net/2018/12/19/lupo-ucciso-e-appeso-per-il-killer-dna-e-impronte-digitali-portano-ad-un-giovane-maremmano/
    Il Giunco, 19.12.2018
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    LUPO UCCISO E APPESO: DNA ED IMPRONTE DIGITALI PROTANO AD UN GIOVANE MAREMMANO
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    Grosseto – Il 5 dicembre scorso, la Procura della Repubblica ha notificato I’avviso di conclusione delle indagini in relazione al procedimento penale iscritto nei confronti di un uomo di Riotorto (LI) per i reati di uccisione di animale e di furto venatorio. Sono terminate, infatti, le lunghe, laboriose e sofisticate indagini svolte dal Gruppo Carabinieri forestale per individuare il presunto responsabile dell’uccisione del lupo ritrovato “crocifisso” al crocevia del Comune di Monterotondo Marittimo nella primavera del 2017. Al confine tra le campagne di Monterotondo Marittimo e Suvereto, nelle prime ore del mattino, fu rinvenuta la carcassa macabramente scuoiata di un lupo, attaccata ad un segnale stradale, con un cartello che riportava la scritta (vergata a mano) “No agli abbattimenti – Sì alla prevenzione”.
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    La raccapricciante scena, che si presentò quel giorno agli attoniti abitanti, costituiva solo l’ultimo episodio di una lunga serie di episodi analoghi accaduti in Maremma, che aveva avuto inizio nel 2013. Negli anni 2013-2014, infatti, erano state rinvenute, nell’entroterra della provincia. complessivamente tredici carcasse animali ritenute appartenere a “canidi”, e poi rivelatisi, in undici casi, essere invece esemplari di “lupo” geneticamente puro. Anche nei tre anni successivi, 2015-2017, sono state rinvenute due carcasse di lupo, tra cui quella in esame (dunque vi è stata una netta riduzione anche a seguito di una intensa attività di prevenzione e controllo svolta nel settore). Tra tutti i suddetti quindici episodi, a scuotere maggiormente la sensibilità della popolazione sono stati: quello avvenuto la mattina del 13 febbraio del 2014 a Scansano, quando, nei pressi del rondò vicino al campo sportivo, fu ritrovata la testa mozzata di un lupo, episodio che destò allarme e sdegno in tutta la Provincia e oltre; quello di poco successivo, del 27 luglio 2014, di uccisione di un lupo nel Comune di Semproniano, trovato abbandonato poi nella piazza principale in occasione di una festa del paese; e infine quello del 28 aprile del 2017, appunto, al crocevia di Monterotondo.
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    A seguito di quest’ultimo episodio, il Gruppo Carabinieri Forestale di Grosseto, su delega della Procura della Repubblica di Grosseto, e giovandosi delle indicazioni dei vertici del CUFAA (Comando Carabinieri per la Tutela Biodiversità e Parchi) ha avviato immediatamente un’azione investigativa ad ampio spettro, coinvolgendo tutti i propri reparti specializzati, il Nucleo Investigativo del Comando Provinciale dei Carabinieri di Grosseto con i Reparti territoriali, la Sezione Operativa Antibracconaggio di Roma e il Reparto Investigazioni Scientifiche dei Carabinieri di Roma. Le analisi sulla carcassa, immediatamente posta sotto sequestro, eseguite dal Centro Nazionale di Referenza per la Medicina veterinaria Forense dell’lstituto Zooprofilattico del Lazio e della Toscana, hanno consentito di accertare che si trattava di un esemplare di lupo, strangolato con un laccio all’altezza del collo. L’animale è morto per asfissia da soffocamento, ed è stato poi scuoialo con un coltello a lama corta.
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    A seguito di un’immediata ed attenta “repertazione”, sono emerse tracce di DNA e impronte digitali, utili a tracciare un profilo genetico del responsabile e ad effettuarne eventuale comparazione. Dopo oltre un anno dall’avvio delle investigazioni, nell’estate di questo anno si è giunti finalmente alla svolta delle indagini, allorché si è individuato un giovane, residente nelle campagne di Riotorto (LI), il cui DNA è risultato compatibile con quello repertato sulla scena del crimine dell’animale ucciso. Successivi accertamenti hanno poi permesso di attribuire all’indagato anche le impronte digitali lasciate sul cartello. Dalla perquisizione aziendale, infine, e da successive ispezioni sui pascoli utilizzati all’epoca dei fatti dal presunto responsabile, sono emersi ulteriori elementi di prova: tra questi l’individuazione di una cabina della rete gas metano ivi esistente, da cui risultava mancare il relativo tipico cartello indicatore di “attenzione pericolo”, mentre, nello spazio ove originariamente si trovava il cartello, si sono rinvenuti, ancora presenti, dei lembi residui dello stesso. Tali residui, sequestrati e posti all’esame del RIS, sono risultati coincidenti con il cartello trovato appeso contestualmente alla carcassa del lupo in esame.
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    Le indagini sono state condotte sotto le direttive e il coordinamento della Procura della Repubblica di Grosseto. I reati contestati sono stati quelli di “uccisione di animale” (art. 544-bis c.p.) e di “furto venatorio” (ai sensi degli artt. 624 e 625 c.p.). Quest’ultimo reato prevede l’ipotesi di colui che svolge attività venatoria di frodo, senza avere la necessaria licenza di caccia. È la prima volta in Italia che ad un caso di uccisione di lupo viene applicata la complessa tecnica investigativa, che si usa per gli omicidi: una serie di analisi ed accertamenti condotti con le più sofisticate metodologie scientifiche. Il fenomeno del bracconaggio e dell’uccisione di animali particolarmente protetti sta assumendo, nel Paese e particolarmente nel nostro territorio, livelli preoccupanti, tanto da rendere la Provincia di Grosseto oggetto di studio per la Comunità Scientifica, con una serie di progetti finanziati dall’Unione Europea. La risposta delle Unità Forestali dell’Arma dei Carabinieri è stata decisa e determinata, al fine di riportare la legalità in questo settore strategico per le politiche nazionali di conservazione della biodiversità.

  22. Il Tirreno, 21.12.2018 – Cronaca di Grosseto, pag. XVI
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    RICCARDO RAO RACCONTA “IL TEMPO DEI LUPI”
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    Il libro “Tempo dei lupi” di Riccardo Rao, insegnante di storia medievale all’Università di Bergamo, è il protagonista oggi alla biblioteca Gaetano Badii di Massa Marittima (Grosseto). … Nel libro trovano ampio spazio le vicende dei lupi maremmani raccontate attraverso i documenti dell’archivio storico comunale massetano. Un testo in cui Rao riscostruisce un percorso fra storia, letteratura, psicologia e biologia, spiegando come la superstizione popolare, la cultura degli uomini di chiesa ma anche le trasformazioni dell’ambiente abbiano creato il mito del lupo europeo.
    Nemico da perseguire, incarnazione del male, pericolo per raccolti e greggi: man mano che avanzava l’urbanizzazione e le foreste lasciavano spazio.
    Attraverso documenti storici e legende Rao arriverà fino ai macabri ritrovamenti di lupi impiccati nei boschi italiani

  23. http://iltirreno.gelocal.it/grosseto/cronaca/2019/01/03/news/un-predatore-per-amico-andrea-il-fotografo-del-lupo-1.17618039?ref=search
    Il Tirreno, Cronaca di Grosseto, 3.1.2019, pag. XII – Giulia Sili
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    UN PREDATORE PER AMICO, ANDREA IL FOTOGRAFO DEL LUPO
    Ha cominciato a lasciare i suoi vestiti nella macchia per farsi riconoscere; ora l’animale risponde al suo richiamo e si avvicina senza aver paura.
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    Follonica (Grosseto) – Da quando lo sguardo di Andrea Candidi, odontotecnico follonichese di 38 anni, si è incrociato con quello di un lupo, il suo obiettivo è diventato quello di provare nuovamente quella sensazione, cercando, fin dove possibile, di entrare in sintonia con quell’animale tanto selvatico e schivo. Oggi, a due anni da quell’incontro fortuito avvenuto all’interno della macchia, Andrea ha raccolto varie fotografie degli esemplari che popolano l’area delle Colline Metallifere e le zone limitrofe, ma soprattutto ha costruito un rapporto di fiducia e di rispetto con il piccolo branco che abita quei luoghi.
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    L’incontro è avvenuto all’interno del bosco un paio di anni fa. Andrea ha scoperto di avere una grande passione per la fotografia, così ha iniziato a girare per la campagna in cerca di animali da fotografare: “Immortalavo daini, volpi, cinghiali, caprioli. .. Ma mai mi sarei aspettato di incontrare un lupo. … Sono bestie meravigliose. Il lupo è conosciuto come il predatore per eccellenza, la paura fatta animale, ma io dico che non è così. Vorrei che ci fosse più conoscenza dell’argomento e meno pregiudizi”.
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    Il primo contatto è stato quello con un esemplare maschio, che a circa 40 metri di distanza da Andrea si era messo a caciare insieme ad una femmina: “Avevo il vento a favore e probabilmente non hanno sentito il mio odore, così mi sono messo a terra ed ho guardato meravigliato la loro caccia”. Da lì la volontà di costruire un rapporto fin dove possibile.
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    Andrea ha iniziato a documentarsi sulle abitudini dei lupi ed a lasciare nella macchia degli abiti indossati da lui, così da far abituare il lupo al suo odore, ed ha studiato feci ed impronte. ”Dovevo riuscire a fotografarlo, era questo l’obiettivo”. Da quel momento è passato un anno e mezzo. Mesi di appostamenti e di infinita pazienza. Ore e giorni interi in cui Andrea è rimasto all’interno della macchia in attesa di un nuovo contatto. “Arrivavo anche alle 4 del mattino per incontrarlo, lo aspettavo all’alba ed al tramonto. Ho buttato via anche giorni interi di freddo, ma tutto alla fine è stato ripagato”. Dopo un anno e mezzo Andrea ha capito che il lupo lo stava studiando: l’animale si era accorto della sua presenza e lo stava osservando alle spalle. Adeso i lupi si manifestano alla sua presenza e rispondono al suo richiamo.
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    Il tanto atteso scatto è finalmente arrivato ma la voglia di continuare a osservare i lupi è rimasta invariata e così Andrea ha continuato ad appostarsi per costruire il rapporto con l’animale, tanto che la fotografia adesso ha lasciato il posto ad altro: “Mi interessa il rapporto che si è creato con l’animale; non mi definisco un fotografo ma piuttosto un osservatore. Se vuoi capire un animale devi vivere come uno di loro e far parte delle loro abitudini. Solo così capisci ciò che molti non capiscono”.

  24. https://www.milanotoday.it/attualita/cinghiali.html
    Milano Today, 3.1.2019 – Massimiliano Melley

    MORTO IN AUTOSTRADA PER IL BRANCO DI CINGHIALI, I POLITICI “SUBITO IL CONTENIMENTO”
    Enpa: “Non strumentalizzare l’incidente, uccidere i cinghiali è antiscientifico e non risolve il problema”
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    Un branco di cinghiali attraversa l’autostrada e nel conseguente tamponamento a catena ci scappa il morto e diversi feriti. E’ successo sull’A1 tra Lodi e Casalpusterlengo alle 4 di mattina del 3 gennaio. E la parola “cinghiali” ha subito scatenato il putiferio. Agricoltori, cacciatori, politici locali e politici nazionali si sono espressi, e quasi a senso unico, chiedendo interventi decisi. Dalla parte opposta poche voci tra cui quella dell’Enpa (Ente Nazionale Protezione Animali), soggetto di diritto pubblico che ha chiesto con dignità ma risolutamente di rispettare le leggi e non lasciarsi andare a facili emozioni.
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    … Coldiretti Lombardia, senza mai citare espressioni come “contenimento” o “uccisione”, ha citato i 400 incidenti stradali che sarebbero stati provocati dai cinghiali nella sola regione dal 2013. … “la sicurezza nelle aree rurali e urbane è in pericolo”, dato il raddoppio degli esemplari in Italia in dieci anni, perché “gli animali selvatici distruggono i raccolti, sterminano gli animali, causano incidenti”. Di conseguenza “non è più solo una questione di risarcimenti danni ma un fatto di sicurezza delle persone che va affrontato con la dovuta decisione”.
    … Fabio Rolfi, assessore regionale all’agricoltura … scrive, in una nota, la parola esplicita: “contenimento”. Per Rolfi è necessario modificare la Legge 157/92, che assegna il compito agli agenti di polizia provinciale: bisogna che ci pensino anche ‘gli operatori volontari’, che, a scanso di equivoci, sono “cacciatori formati”.
    … Barbara Mazzali, consigliera regionale … è ancora più diretta. “Il problema dei cinghiali in esubero si combatte solo con un rapido piano di abbattimenti per diminuirne il numero in maniera consistente”. Tutto il resto “fa solo perdere tempo”.
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    Rispetto a queste posizioni che paiono quasi a senso unico, … la voce “fuori dal coro” che si fa sentire è quella di Enpa, che premette solidarietà e cordoglio per la vittima dell’incidente stradale sull’A1. Ma aggiunge l’invito a “non strumentalizzare la vicenda per chiedere insensate e antiscientifiche campagne di sterminio contro i cinghiali e gli altri selvatici”. Finora le strategie di contenimento hanno visto il fucile al primo posto. Eppure i dati indicano che i cinghiali aumentano. Non sarà che le strategie migliori sono altre? L’Enpa … nota anche la contraddizione in cui cadono agricoltori, cacciatori e politici, che contemporaneamente chiedono anche il contenimento con il fucile dei lupi, naturali predatori dei cinghiali; uno dei motivi dell’aumento dei cinghiali è anche lo sterminio dei suoi predatori naturali.
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    Non manca una considerazione sugli incidenti provocati da impatti o presenza di animali selvatici. Nel 2017 sarebbero stati 138 con 14 morti e 205 feriti, contro un numero complessivo di 174.933 incidenti, 3.378 morti e 246.750 feriti. Dati di Asaps, associazione amici e sostenitori polizia stradale .., . inoltre, nella stagione venatoria di cinque mesi 2017/2018, in Italia, i morti da incidenti di caccia sono stati 30 (10 civili e 20 cacciatori). Il doppio in molto meno tempo. … Con questi numeri, Enpa chiede piuttosto che venga diffuso su larga scala un sistema anticollisione con sensori e telecamere, denominato “Life Strade”, implementato a Terni e in altre province, che ha consentito di ridurre del 100% gli incidenti con animali selvatici tra il 2013 e il 2016.

  25. https://video.repubblica.it/natura/parco-nazionale-d-abruzzo-i-lupi-giocano-nella-neve-le-immagini-spettacolari/323814/324432?ref=RHPPBT-BS-I0-C4-P21-S1.4-T1
    la Repubblica, 5.1.2019
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    VIDEO – PARCO NAZIONALE D’ABRUZZO, I LUPI GIOCANO NELLA NEVE
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    Abbondanti nevicate hanno ricoperto negli ultimi giorni il Parco nazionale d’Abruzzo. Queste immagini arrivano dall’area faunistica di Civitella Alfedena, in provincia dell’Aquila: il branco si sposta sul sentiero imbiancato, poi alcuni esemplari giocano insieme. “Non si può non rimanere ammaliati da queste meravigliose creature”, scrive Pietro Santucci, autore del video, fotografo ed esperto di trekking.

  26. http://www.ilgiunco.net/2019/01/19/incidente-stradale-si-scontra-contro-un-cinghiale-e-lauto-prende-fuoco/
    Il Giunco, 19.2.2019 – Barbara Farnetani
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    SI SCONTRA CON UN CINGHIALE E L’AUTO PRENDE FUOCO; L’ORDINANZA DEL SINDACO, PER L’ABBATTIMENTO, E’ BLOCCATA DA UN RICORSO
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    GAVORRANO (Grosseto) – Uno scontro devastante, contro un cinghiale di oltre un quintale, un impatto che ha completamente distrutto l’auto, che ha anche preso fuoco. L’incidente è avvenuto tra Potassa e il Bivio di Ravi, nel comune di Gavorrano. L’uomo, 42 anni, stava tornando da Piombino, alle 22.30, quando si è trovato davanti l’animale.
    Quello dell’attraversamento dei cinghiali, in quella zona, è un problema già più volte segnalato e già in passato erano avvenuti incidenti. Tanto che il sindaco Andrea Biondi aveva anche emesso un’ordinanza al riguardo: «conosco la problematica, avendo fatto delle riunioni con la Polizia provinciale e la Direzione veterinaria della Asl per il problema dell’eccessivo numero di cinghiali sull’Aurelia. Proprio per questo, ad agosto 2018, emisi un’ordinanza per la cattura e l’abbattimento dei molti cinghiali da parte della Polizia Provinciale, con autorizzazione della Regione Toscana».
    L’ordinanza è stata però bloccata in via cautelativa da parte del TAR Toscana «su ricorso di un’associazione animalista (i cui avvocati e responsabili non credo sappiano neanche dove è il Comune di Gavorrano, e quale fosse la problematica) – prosegue Biondi -, pertanto l’intervento della polizia provinciale è stato solo parziale. Da agosto, la sentenza del Tar sarà emessa tra pochi giorni. Purtroppo abbiamo le mani legate».

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