L’illusione della neutralità

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Photo by Max Baskakov on Unsplash

di Carola Colombo

Uno degli argomenti di discussione di questo periodo è la scelta di riaprire gli stadi al pubblico: viviamo un momento unico per incertezza e timore dei contagi e la domanda sull’opportunità di una tale scelta rimbalza tra social, tavolini da bar distanziati e titoli dei giornali. È ovvio che la richiesta è arrivata dalle società sportive calcistiche, ma perché è così importante per le squadre giocare alla presenza di tifosi? È intuibile una relazione tra la prestazione sportiva e il tifo, e le neuroscienze la stanno tuttora studiando sia dal punto di vista del tifoso, sia da quello dei giocatori. Per quanto non si possano ancora enunciare dei principi definiti, sappiamo che per una squadra avere la presenza e il sostegno della propria tifoseria è un vantaggio e che per la stessa squadra avere contro la tifoseria degli avversari può costituire uno sprone in più per cercare la vittoria. Viceversa, le prestazioni tendono al ribasso quando si ha contro la propria tifoseria o i propri tifosi assumono comportamenti antisociali nei confronti della squadra avversaria.
Immagino vi starete domandando per quale motivo sto parlando di calcio, cioè un argomento che trovo se è possibile meno appassionante della pesca alla mosca e di cui so ben poco. Beh, intanto rassegnatevi perché non è l’unico argomento che non mastico ad essere trattato in questo articolo. E poi l’incipit mi pareva attuale e azzeccato per parlare di un concetto tanto inafferrabile quanto abusato – a mio parere – nell’ambito della mediazione: la neutralità del mediatore.
Certo assimilare il mediatore ad un tifoso è un azzardo ma vi chiedo la pazienza di seguirmi in territori apparentemente lontani dal nostro mondo per cercare di spiegare perché, secondo me, in mediazione non si può parlare di neutralità. Vi chiedo anche di non far leggere mai, mai, mai questo contributo a persone laureate e laureande in materie scientifiche perché ora, con un certo imbarazzo, vi parlerò di fisica quantistica.
Probabilmente avrete sentito parlare del “Gatto di Schroedinger”.
85 anni fa, il premio Nobel per la fisica Erwin Schroedinger cercò di spiegare la fisica quantistica proponendo un esperimento in cui un gatto viene messo in una scatola con una fialetta sigillata di veleno che si romperà in un momento casuale; dato che nessuno sa né se né quando il veleno verrà rilasciato, fino a che la scatola non sarà aperta il gatto potrà essere considerato sia vivo e sia morto. Oltre alle implicazioni più profonde e complesse legate al “Paradosso del gatto di Schroedinger”, ciò su cui vorrei porre l’accento è l’esistenza di un rapporto specialissimo tra “osservatore” – colui che apre la scatola – e l’”osservato” – il gatto. Si definisce proprio “effetto osservatore” l’agente in grado di influenzare il comportamento dell’oggetto quantistico che sta osservando. Che è come dire che a livello quantistico, la realtà non esiste finché non viene misurata; e una volta misurata, lo stato si cristallizza e non si può tornare indietro.
Con un po’ di fantasia, al posto del gatto mettiamoci un conflitto e la scatola con la fialetta sigillata di veleno è il frame entro cui si muovono le parti coinvolte. Finché l’osservatore, cioè il mediatore, non entra nel frame, il conflitto può assumere tutti gli stati possibili; ma nel momento in cui la mediazione inizia – cioè si apre la scatola – il conflitto potrà avere un solo decorso possibile, cioè quello determinato dalla presenza e dall’intervento di quello specifico mediatore/osservatore.
Trovate anche tutto questo azzardato, fantasioso e strumentale da parte mia per sostenere che un mediatore durante un procedimento, per quanto si impegni, non potrà mai (ma proprio mai) essere neutrale?
Ok, gioco il jolly.
Risale a circa 50 anni fa la nascita della “Scuola di Milano”, conosciuta nel mondo come “Milan approach” e formata dagli psicoanalisti Mara Selvini Palazzoli, Luigi Boscolo, Gianfranco Cecchin e Giuliana Prata, che ha fatto nascere un apprezzato e innovativo metodo di terapia sistemica per la famiglia. Se dopo alcuni anni Selvini Palazzoli e Prata hanno continuato le loro ricerche sulle relazioni familiari patogene, Cecchin e Boscolo hanno invece indirizzato i loro studi verso un nuovo modo di fare terapia, spostando il focus dalle dinamiche delle famiglie a quelle del terapeuta che le osserva. Secondo i due ricercatori l’osservatore partecipante non è obiettivo perché coinvolto e interno e contribuisce con la famiglia alla costruzione di realtà nuove anziché all’identificazione di quella nascosta nel “sistema famiglia”.
Si chiama “Teoria della cibernetica di secondo ordine”: l’osservatore non è esterno al processo della conoscenza, ma anzi partecipa attivamente a costruire il sistema osservato e in ogni momento egli si rapporta col sistema con una comprensione che modifica la relazione con il sistema.
Torniamo alla nostra mediazione. Due parti in conflitto creano tra di loro un “sistema diadico”; portano il loro conflitto ad un mediatore che inevitabilmente entra nel sistema e lo trasforma in “triadico”, dando circolarità alla comunicazione e consentendo una forma di organizzazione. Come nel modello terapeutico di Cecchin e Boscolo, il mediatore non decide ma crea il contesto affinché la narrazione del conflitto si arricchisca di nuovi punti di vista e mostri da sé possibilità relazionali risolutive.
Mi piace citare a questo proposito Amos Gitai, uno dei registi israeliani più prolifici e premiati: a proposito della sua tendenza a realizzare trilogie ha dichiarato: «Da architetto so che per costruire un tavolo hai bisogno di almeno tre gambe».
La tentazione di parlarvi anche della fusione nucleare è grande ma mi fermo qui. Questa volta ho volato alto, magari per qualcuno anche troppo: tifoseria da stadio, fisica quantistica e cibernetica di secondo livello. Ma se penso che ancora ci scervelliamo per capire tra oppositore e opposto chi deve attivare una mediazione, vi giuro che vorrei nascondermi insieme ai neutrini nel tunnel tra il Cern e il Gran Sasso…

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