La mediazione alla luce del Fedro di Platone

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    di Maria Claudia Perego

    Nella mia ricerca tra i miti, grazie al consiglio di un amico mediatore, sono “inciampata” in un testo che mi ha riportata sui banchi del liceo, infatti oggi vi parlerò di un mito che, pur appartenendo alla cultura greca, è in realtà una metafora utilizzata dal grande filosofo Platone per meglio illustrare la sua visione del ciclo di reincarnazione dell’anima: quindi affronteremo un mito filosofico.
    Nel Fedro Platone ci parla di un carro guidato da un auriga e trainato da due cavalli, uno bianco e uno nero: il cavallo bianco tende verso il mondo delle idee, l’Iperuranio; il cavallo nero tende, invece, verso il mondo della materia e dell’incarnazione. Il carro rappresenta l’anima dell’uomo: tanto più l’auriga, che non può scegliere quale direzione dare al carro, riesce a trattenere il cavallo nero, tanto più l’anima si nutre nel mondo delle idee. Questo significa che, più tardi, quando il cavallo nero prevale e l’anima si incarna, la saggezza e la consapevolezza dell’essere umano, in cui la stessa prende corpo, sono maggiori laddove l’esposizione al mondo delle idee è stata più prolungata.


    Ora, se con questo mito Platone ci spiega il rapporto tra l’uomo, il mondo delle idee e il ciclo di reincarnazione dell’anima, quali suggerimenti potrebbero emergere dalla sua traslazione nel campo della mediazione? Quali implicazioni potrebbero derivarne? La mia risposta è molti e molte, ma oggi ci soffermeremo soltanto su un aspetto in particolare, quello che più mi ha colpito.
    Mi affascina l’idea di utilizzare il mito platonico per approfondire alcune dinamiche tipiche della mediazione, con particolare attenzione all’Iperuranio.
    Iniziamo assegnando i ruoli all’interno del mito.
    Il mediatore non può che essere l’auriga: egli gestisce le dinamiche in corso, contiene e supporta la direzione che però viene scelta dalle parti, e solo da loro, cerca di bilanciare la forza tra i contendenti, mantiene sempre lo stesso rapporto e la stessa distanza tra le parti coinvolte nel conflitto.
    Il conflitto è il carro: esso viene trainato in una direzione o nell’altra a seconda del prevalere delle dinamiche, del gioco tra le parti, e, quindi, della guida del mediatore.
    I cavalli, sia bianco che nero, possono avere letture differenti a seconda dell’aspetto che si vuole approfondire; nel taglio che voglio dare a questa rilettura del mito i cavalli incarnano due dinamiche ben specifiche.
    Il cavallo bianco, che tende verso il mondo delle idee, potrebbe quindi essere interpretato come la fase esplorativa della mediazione, quella della scoperta e dell’emersione di nuovi scenari, della divergenza; il mediatore sostiene le parti in questa fase, affinché l’esplorazione possa essere svolta nella sua completezza. Il mediatore, come l’auriga, è consapevole che tanto più questa fase è accurata e approfondita, maggiore sarà la risultanza positiva a favore di un esito costruttivo della mediazione.

    Il cavallo nero è la manifestazione del desiderio di chiudere la disputa, di dare concretezza ai passi fatti, di risolvere e porre fine alla vicenda. La forza del cavallo nero è data anche dall’urgenza di risolvere una situazione che provoca disagio e sofferenza, pertanto la sua impetuosità deve essere accompagnata.
    Se è vero che in mediazione ci vuole pazienza, è anche vero che il mediatore sente quando la fase esplorativa è matura o deve chiudersi; allo stesso modo l’auriga cede al richiamo del cavallo nero e permette all’anima di reincarnarsi.
    L’esigenza di dare una forma, di dirigersi verso il mondo sensibile si fa sentire. Ecco allora che inizia la fase in cui si volge verso la materializzazione di un accordo, dove gli elementi acquisiti nel mondo delle idee volgono verso una convergenza: l’auriga dà spazio al cavallo nero, senza però lasciare le briglie sciolte, perché la fretta può essere pericolosa.
    Nel mito platonico l’anima si incarna in uno stadio più evoluto tanto più ha potuto godere del mondo delle idee: potremmo dire che lo stesso avviene in mediazione. Infatti se le parti hanno potuto approfondire la fase esplorativa, di emersione, di moltiplicazione delle idee durante il processo di mediazione, l’accordo che si concretizza sarà risolutivo della relazione conflittuale tra di loro, poiché non è altro che la materializzazione di tutto il lavoro fatto in precedenza.
    Questo contributo vuole essere uno spunto di partenza per una riflessione verso una visione più ampia della mediazione, consapevole che molto è già stato scritto e dobbiamo solo rileggerlo con attenzione.

    1 COMMENTO

    1. Mi è piaciuto molto l’utilizzo di un riferimento culturale classico nell’applicazione della tecnica della mediazione. Una bella suggestione.

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