Decalogo semiserio per i coach della CIM

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foto: Paolo Tonato / Camera Work

Tarda a spegnersi l’eco della 7° edizione della CIM: 48 ore di immersione nella mediazione senza soluzione di continuità con la consapevolezza che ogni anno si vola più in alto, dall’organizzazione senza una sbavatura agli studenti partecipanti sempre più preparati. Tanti premi e un podio tutto milanese che spero costituirà la giusta leva per arrivare da tutta Italia all’ottava edizione agguerriti e competenti per mettere in difficoltà i padroni di casa.
Perché questo succeda, mi permetto di dare qualche suggerimento: non agli studenti, ovviamente, che sono stati tutti bravissimi e che, se parteciperanno anche nelle prossime edizioni, lo faranno in altri ruoli. Mi rivolgo ai Coach, a quei pazzi scriteriati che dedicano ore, giorni, settimane non retribuite ad allenare i ragazzi, sperando nel premio più prestigioso: trasmettere una passione.
Ecco cari Coach, questo è un decalogo che mi auguro vi possa aiutare ad eliminare alcuni “bugs” che si presentano con una certa frequenza davanti ai mediatori e ai valutatori (cioè gli altri pazzi scriteriati della storia) durante la competizione. Mi si perdonino le iperboli, d’altra parte sto parlando di rifiniture, non certo di sostanza.
1. CHE GENERE DI MEDIATORE
Mi trucco, indosso i tacchi, sono relatrice nel workshop “Mediare al femminile” e per due giorni mi sento chiamare: “signor mediatore”! Vi avviso, se l’anno prossimo vedrete seduta accanto a me Laura Boldrini, sapete già il motivo…
2. SGAMBETTI AL MEDIATORE (E ALLA MEDIATRICE)
Avere tra i punti di valutazione l’”utilizzo del mediatore” genera strani fenomeni durante la competizione, uno tra tutti è il tentativo di coinvolgere il mediatore nella negoziazione delle parti, ben oltre il mandato previsto nel regolamento. «Lei cosa ne dice, signor mediatore?» (a ridaje…); «Ci suggerisca lei una soluzione»; «Abbiamo questo problema, vorremmo che ce lo risolvesse lei»; sono solo alcuni dei tentativi di “agguato” messi in atto con me in questa edizione. Come si possa pensare che mettere in difficoltà il mediatore faccia acquisire un punteggio più alto rimane un mistero. È, o dovrebbe essere, un confronto impari che solitamente si esaurisce con un gesto del braccio più o meno infastidito della vittima, come se scacciasse una mosca.
3. IL TU E IL LEI
Senza scomodare la lectio magistralis di Umberto Eco intitolata: “Tu, Lei, la memoria e l’insulto”, cercare una coerenza anche nell’utilizzo dei pronomi personali ha solo effetti positivi. Davanti a me si sono verificati gli incroci più inverosimili: avvocati che tra loro si davano del lei e che davano invece del tu alla controparte del proprio cliente. Parti che le tracce indicavano come persone molto vicine per un periodo significativo della loro vita, che in mediazione si davano del lei, e teatrini in cui uno diceva: “ma non ci davamo del tu?” “Sì” e poi ognuno usava un pronome a caso. Mancava solo che si desse del tu al mediatore, magari durante un tentativo di farlo cadere in un agguato…
4. GLI AVVOCATI INQUISITORI

foto: Paolo Tonato / Camera Work

Questa tendenza l’ho colta per la prima volta nell’edizione appena conclusa e ripetuta più volte. Solitamente è l’avvocato della parte aderente il quale, quando prende la parola per ultimo, anziché esporre la posizione del suo cliente dal punto di vista giuridico, si lancia in domande inquisitorie nei confronti della controparte sotto lo sguardo confuso del collega. Una “cross examination” in piena regola, ottima in un “legal drama” americano ma inopportuna in una CIM. Prima di tutto perché si deve negoziare e non mettere all’angolo l’antagonista. E poi perché dal punto di vista deontologico, un avvocato non dovrebbe interagire direttamente con la controparte, scavalcando il collega.
5. L’ARTE DEL RINVIO
«Questo punto lo possiamo affrontare in seguito…» è una frase che ho sentito fino allo sfinimento. NOOOOOO! La negoziazione è “qui e ora” e i valutatori valutano ciò che avviene davanti ai loro occhi. Ogni punto non affrontato impoverisce la performance e, considerato che non è l’accordo che viene premiato ma è il cammino percorso insieme, occupatevi dell’uovo oggi e lasciate perdere la gallina di domani. Noi non ci caschiamo…
6. LA LAVAGNA
Lo so bene che nei corsi per mediatori, quando si parla di setting, la lavagna a fogli mobili pare essere un oggetto indispensabile per la buona riuscita della mediazione. E vogliamo parlare dei danni che, su questo punto, ha fatto il video della CAM con il buon avv. Cicogna nei panni del mediatore che sintetizza le cifre su un bel foglio immacolato alle sue spalle?
Allora, cari Coach, se spingete i vostri ragazzi ad utilizzare la lavagna a fogli mobili, prima insegnate loro come si fa: non è per niente facile e potrebbe rivelarsi un boomerang.
E poi, qui lo dico e qui lo nego, anziché fare il saltafosso al mediatore come nel punto precedente, perché non sfruttarlo per queste cose?
7. IL MELODRAMMA
Sì, avete ragione: in mediazione trovano spazio anche le emozioni.
Certamente, in alcuni casi l’aspetto emotivo aveva molta importanza.
Ovvio, immedesimarsi nelle parti dà uno spessore diverso alla performance della squadra e ogni anno troviamo ragazzi molto talentuosi nella prova attoriale.
Tuttavia ci sono emozioni e emozioni. In mediazione le più frequenti sono la rabbia, la paura e la stanchezza. A volte anche la tristezza ma molto meno spesso di quanto si immagini.
Quindi consiglio caldamente un registro emotivo più basso ed evitare certi sguardi che neanche Violetta mentre Alfredo canta “Questa donna pagata io l’ho”…
8. PASSO DOPO PASSO
Il fatto che il mondo sia popolato da molte persone capaci di mutare idea continuamente e ingiustificatamente, non è una motivazione sufficiente per mettere in scena alla CIM cambi di rotta repentini. Mi spiego: tra “Sei uno stronzo incapace e sleale” e “Proseguiamo a lavorare insieme” vorremmo vedere i segni di un’evoluzione della relazione che legittimano la previsione di un futuro comune. Se le due locuzioni vengono pronunciate nell’arco di un quarto d’ora, tutta la messa in scena suona falsa come una moneta da 3 euro.
9. LE SCUSE
…il cui utilizzo può essere ancora più difficoltoso della lavagna.
Due considerazioni. La prima è che le scuse in mediazione sono un po’ sopravvalutate, come se fossero una bacchetta magica, un passepartout per arrivare alla controparte e spazzare via il passato.
La seconda è che chiedere scusa è un’attività piuttosto faticosa e difficile, come il cinema (ricordate Fonzie di Happy days?) ci ha sempre dimostrato e la musica pop ha sempre decantato.
E allora, memori anche dei punti 7 e 8, meglio evitare gesti plateali di scuse e rivolgerle a tempo debito, sempre che la storia preveda una presa di consapevolezza di un torto fatto.
10. METTERSI NEI PANNI DELL’ALTRO
«Io mi sono messo nei tuoi panni. Ora mettiti tu nei miei!». «L’ho fatto, ma mi devi comunque 1 milione di euro».
Per evitare la banalizzazione e che scada tutto in una festa “en travesti” in cui ciascuno non sa più dove ha messo i propri di abiti, proviamo a declinare in modo più puntuale un passaggio importante come la comprensione reciproca.
Anziché “Io mi sono messo nei tuoi panni”, può essere più efficace riformulare ciò che si è capito immedesimandosi nella controparte. E, anziché “Ora mettiti tu nei miei”, può essere più efficace dire “Ora provo a spiegarti quali sono stati gli effetti su di me di ciò che è successo”.
È un esempio, giusto per far capire a chi valuta che dietro le parole c’è della sostanza.
*°*°*°*
Cari pazzi e scriteriati Coach, è ovviamente il mio punto di vista quello che ho rappresentato; sapete meglio di me per l’esperienza che ogni anno fate attraverso i vostri ragazzi, che ogni valutatore osserva e giudica da una prospettiva molto personale; verosimilmente qualche collega potrebbe non condividere le mie osservazioni. Quindi pensateci bene prima di seguire i suggerimenti che contiene.
E pensate bene anche se seguire il prossimo consiglio, nonostante io mi senta di darlo con grande convinzione. Chiamiamolo “undicesimo punto”: I NUMERI.
I numeri, i dati, le cifre non mordono ma devono essere compresi e maneggiati con cautela e un briciolo di competenza. Perché oltre le scuse, l’empatia e la dichiarazione di disponibilità a negoziare, gli accordi che chiudono le mediazioni civili sono prevalentemente di tipo economico.
Poco poetica, è vero, ma è la realtà, bellezza…
Arrivederci all’ottava CIM!

 

4 COMMENTI

  1. i Consigli sono sempre utili, solo lo stolto li percepisce come critiche.
    Grazie per queste 10 pillole di saggezza, ne farò buon uso

  2. Grande Carola, come sempre.
    Ci ho messo un po’ di giorni a leggerti, as usual “asfissiata” dalle patrie incombenze burocratiche.
    Se mi consenti aggiungerei volentieri una citazione che secondo me “ci sta” sul punto 11 (i numeri), citazione che prendo in prestito da una parte di recente osservata/ascoltata nel corso di un tirocinio: “la matematica non ha punti di vista”. Era la risposta ai calcoli fatti dall’altra parte, diciamo un po’ “approssimativamente”?
    Preciso poi però che un amico matematico ultimamente mi accennava che anche questo “assunto” pare sia stato messo in dubbio dai matematici stessi: ??? 😉

  3. Alessandra, l’algebra è molto più vicina alla filosofia di quanto non si possa pensare. Ma anche l’aritmetica può volare oltre gli steccati delle regole, se consideriamo che un numero in mediazione porta in sè più di un significato. Si scrive 100 ma può essere letto come sconfitta, riscatto, successo, tregua, aiuto, sicurezza, riconoscimento e mille altre cose. I numeri della mediazione hanno un loro linguaggio che va imparato e non ignorato 😊 grazie

  4. Claro, “La matematica è un linguaggio” indeed (qui cito un mio amico prof di economia politica a Roma Tre), tanto più in mediazione 😉

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