Lo stagno e la mediazione

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Photo by Joanna Kosinska on Unsplash

Obbligata dalle circostanze, lo scorso fine settimana mi sono rimboccata le maniche e, con il Ventolin a portata di mano per combattere gli acari, mi sono tuffata nei fascicoli delle mediazioni post D.Lgs. 28 di cui mi sono occupata e che, al grido “non si sa mai”, ho conservato sfidando incurante la capienza e la resistenza del mobile in cui erano riposti. È successo così che, per far posto al presente e al futuro prossimo, sono passati davanti ai miei occhi anni e anni di conflitti gestiti e spesso risolti.
Sono due le cose che mi hanno colpita mentre accatastavo carta e cartelline da smaltire e la mia anima green sanguinava: la prima è che gli scanner nel 2011 e 2012 (mica i fax su carta chimica degli anni ’80!) erano piuttosto patetici.
La seconda, molto più seria e che mi ha investito con una certa violenza, è la sensazione di semi immobilità in cui mi sembra che la mediazione stia stagnando; e il pensiero che sia in pericolo non mi abbandona.
Lo so, è un’affermazione forte che merita di essere spiegata. Se avete un po’ di pazienza, ci provo.
C’era una volta un dibattito che non c’è più. Vedeva sostenitori di diversi modelli confrontarsi e portare avanti modalità di intervento a volte strutturalmente differenti. Qualche scuola di pensiero era più rigida, qualche altra più aperta alla contaminazione. Gli utenti, che a quei tempi erano davvero pochini, potevano scegliere ciò che faceva al caso loro.
Poi è arrivato il decreto legislativo 28 e il dibattito si è spostato sull’ingerenza del diritto in un territorio che il diritto l’aveva sempre scansato. Così si sono creati due fronti: chi questa ingerenza la voleva arginare per conservare l’impianto scientifico della mediazione e chi salutava con favore il vento nuovo che aveva iniziato a soffiare.
Ora che la mediazione è a regime, i due fronti si sono sfaldati e la contrapposizione che è rimasta è tra chi offre all’utenza una buona mediazione e chi offre un servizio scadente. I gruppi tematici sui social languiscono e ripropongono argomenti triti e ritriti. Di stimoli, all’orizzonte, nemmeno l’ombra.

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C’era una volta anche la giurisprudenza, il prodotto di pochissimi magistrati molto attenti, appassionati e in prima linea che, con le loro ordinanze e le loro sentenze, hanno tracciato solchi importanti per la mediazione. A distanza di pochi anni, quel fervore, che ben pochi giudici ha contagiato, è andato scemando nella ripetitività e nella ricerca di interpretazioni spesso ardite e discutibili.
C’era una volta la politica, gli interessi di categoria e le battaglie lobbystiche. Erano i tempi in cui i mediatori avvertivano, a intervalli regolari, il pericolo che franasse tutto sotto i loro piedi senza nemmeno il preavviso. Anche questa paura si è assottigliata e regala brividi di incertezza solo di tanto in tanto. Capita che qualche proclama agiti temporaneamente la superficie immobile di un lago stagnante, privo di ricambio idrico e senza più fonti. Un moto di indignazione che fa capolino e poi tutto torna in uno statico silenzio.
In sostanza, c’era una volta il mondo della mediazione, più povero e meno popolato di ora ma più appassionato, che ha tenuto in vita una creatura impedendo che il suo cuore smettesse di battere e che i suoi muscoli si atrofizzassero. Certo il cuore batte ancora ma la vitalità dov’è finita? Che cosa l’ha ridotta in questo stato?
Ci ho ragionato un po’ e sono arrivata a pensare che, secondo me, i responsabili di questo stallo non sono la giurisprudenza che langue, gli avvocati che troppo lentamente riducono le distanze, le diffidenze e i pregiudizi, la politica con i suoi annunci spesso dettati da ignoranza e inconsapevolezza: non penso che il vero pericolo per la mediazione si annidi lì.
Credo, invece, che ciò che si è verificato e che ora dobbiamo temere siano l’assenza di un reale sviluppo scientifico della mediazione, il prevalere della pigrizia di orde di professionisti prestati alla mediazione che pensano che tutto sia già stato detto e scritto, l’inesistenza di laboratori in cui sperimentare e approfondire, in cui fare ricerca.
I moti vitali della mediazione a cui assistiamo in questo periodo sono di natura “orizzontale”, cioè la ricerca di nuove aree di applicazione di questa ADR, come lo sono l’ambiente e l’arte ad esempio, mentre ciò che io non vedo (vi prego, dimostratemi che ho torto!) è uno sviluppo “verticale” della materia, l’approfondimento e il germogliare di sfide di natura scientifica che riaprano il dibattito e, perché no, anche il confronto acceso tra scuole di pensiero.
Ecco, questa è l’immobilità che percepisco: sento la mancanza di qualcosa di nuovo da dire, di una proposta evoluta. Ve lo ricordate quando la mediazione trasformativa e quella negoziale problem solving si contrapponevano? Cos’è rimasto di quella discussione, dov’è finita la voglia di studiare e far evolvere i differenti approcci?
Oggi siamo il Paese più interessante per quanto riguarda la mediazione civile, siamo il laboratorio potenzialmente più ricco. Se non lo sfrutteremo, cosa ne sarà della mediazione tra 10 anni?
Bene, ora che ho esercitato per una decina di minuti il mio “diritto di mugugno”, provo a proporre qualche spunto che spero possa accendere un dibattito tra gli appassionati di mediazione.
Il tema è: come uscire da questa stagnazione?
Innanzi tutto, penso che non si debba aspettare che qualcosa arrivi dall’estero per farlo nostro.
Credo anche fermamente che la sopravvivenza della mediazione non possa essere demandata alla politica e alle iniziative lobbystiche, ma, come ho già sottolineato, che dipenda dalla linfa che solo la dimensione scientifica può generare.
A questo proposito, lancio due sollecitazioni:
– Ricerca e sviluppo di modelli di matrice culturale
– Ricerca e sviluppo di modelli sistemici calibrati sui diversi approcci del mediatore.
Provo ad argomentare.
Il primo ha a che fare con l’aspetto culturale che emerge in mediazione e che viene “curato” principalmente laddove una o più parti sono di nazionalità non italiana o di diversa fede religiosa. Penso che questo campo possa essere ampliato e approfondito anche in una dimensione più domestica. Un paio di anni fa, scrissi un caso per un’edizione della CIM organizzata da Geo-CAM; si trattava di una controversia condominiale che vedeva al tavolo di mediazione l’amministratore di condominio e un anziano condomino un po’ ficcanaso che non pagava le spese condominiali da qualche mese. Le squadre, formate dalle sezioni Geo-CAM sparse per tutta Italia, si sfidarono costruendo i personaggi (soprattutto il condomino anziano) secondo la propria cultura. Emerse agli occhi di un’acuta osservatrice che cercò di seguire più simulazioni contemporaneamente, quanto diverse e caratteristiche fossero le storie alla luce dell’interpretazione “regionale” data da ciascuna squadra. Lo stesso conflitto, declinato secondo l’identità territoriale, mostrò dimensioni e problematiche peculiari che necessitavano di interventi diversi.
Sempre rimanendo in questo ambito, anche le diversità di “genere” (delle parti, degli avvocati, dei mediatori) producono alchimie che potrebbero rivelarsi interessanti in una ricerca.
Quanto al secondo punto, l’argomento che si affaccia a intervalli regolari nei miei pensieri è piuttosto complesso e trova la sua ispirazione in ciò che ho letto a proposito di modelli di terapia sistemica della famiglia e, in particolare della scuola del “Milan approach” di Luigi Boscolo e Gianfranco Cecchin. Ho intenzione di parlarne in maniera più circostanziata in un prossimo contributo ad hoc; tuttavia, proprio per lasciare degli spunti che aprano il dibattito, anticipo che mi immagino un modello di mediazione che metta in discussione la “neutralità” del mediatore e accetti che egli diventi un elemento più attivo del “sistema” formato dalle parti, accompagnatori e avvocati.
Nemmeno con un mediatore poco interventista si può parlare di perfetta neutralità della sua figura, poiché introduce nella chimica della comunicazione un elemento esterno che rimescola almeno in parte le carte. Quindi perché non sperimentare qualcosa di più invasivo (che non significa “valutativo”) che scavalchi il recinto della mera comunicazione e si avventuri in quello dell’organizzazione?
Riconosco che si tratta di una sintesi estrema e ingenerosa (mi dilungherò in altra sede) e che farà sobbalzare qualcuno. D’altra parte, sono convinta che non si debba avere paura ogni tanto di uscire dalla comfort zone e osare, soprattutto se ciò può tradursi in una salutare iniezione di adrenalina per una compagna di viaggio importante come lo è la mediazione per tanti di noi.
Come dicevo, si tratta solo di un paio di spunti in un oceano di possibili esplorazioni e sperimentazioni. Un oceano che mi sembra sempre più ignorato perché ci stiamo accontentando ricavare acqua da una fontanella vicino a casa che potrebbe asciugarsi da un momento all’altro.
La buona notizia è che tra meno un paio di settimane inizierà la settima edizione della CIM: studenti provenienti da tutta Italia che si confronteranno in simulazioni intriganti e ventuno università. Quale punto di partenza migliore?

11 COMMENTI

  1. …purtroppo l’analisi dello stato della mediazione è perfettamente vero quanto impietoso.
    Personalmente, diversamente dall’autrice, reputo che solo un intervento legislativo (del genere di quello della PDL Cataldi ) possa fornire una nuova spinta di propulsione alla mediazione…

  2. Grazie, dott. Moriconi di essere intervenuto nel dibattito. La mediazione civile deve molto alla legge, è innegabile. I numeri e quindi la legittimazione arrivano da lì. Tuttavia, il potere della norma si ferma – deve fermarsi! – davanti alla porta della stanza della mediazione, nulla può (e spero che sarà sempre così) sulla modalità con cui il procedimento viene condotto, non può agire profondamente sulla qualità della prestazione. Questo è compito degli operatori e di chi si vorrà occupare dell’evoluzione della materia.
    Vedo la formazione a rischio. Mi spiego: l’esperienza di questi anni ha spazzato via quella parte di leggenda che ha da sempre avvolto la mediazione rendendola “ideale”, sostituendola con un sano pragmatismo sorretto dall’esperienza. La logica conseguenza è che i formatori più adatti a stare in aula ad insegnare siano proprio coloro che svolgono attività di mediazione, perché testimoni di una realtà e non solo di una “visione”. Tuttavia, il disincanto che ci ha investiti in questi anni rischia di asciugare eccessivamente il passaggio della conoscenza; se è vero, come lo è, che si apprende il mestiere attraverso l’osservazione e la pratica, indulgere su questo fronte e relegare l’impianto teorico in un angolo (maledette 50 ore!), a mio parere produrrà sempre più professionisti che, una volta superato il primo incontro, si arrabatteranno cercando più nella loro esperienza che nella conoscenza un modo per portare le parti alla conclusione della procedura.
    Ciò che, secondo me, non può più aspettare è il rinnovamento della teoria che oggi può apparire un po’ datata, demodé. Quindi nuovi modelli teorizzati e poi testati con la ricerca: lo sviluppo scientifico che amplia lo spettro della conoscenza e che riprogramma la formazione. Possibilmente col supporto normativo e un numero di ore di formazione che sia tre volte tanto.

  3. Ciao Carola, bello anche questo articolo, come sempre mi trovo in totale sintonia, ma che nostalgia dei “bei tempi” che hai così magnificamente descritto!
    Provo a dare un breve feedback alle tue sollecitazioni, anche perché quando si parla di cultura e di genere mi sento “automaticamente chiamata in causa” (oltre che per altri motivi 😉
    Più che in uno stagno io mi sento ormai nelle sabbie mobili, totalmente asfissiata dalla mole di formalismi, burocrazia e procedure che come mediatori dobbiamo quotidianamente “smaltire” prima di arrivare a poter porci qualche domanda sul metodo, su come applicarlo e sui massimi sistemi (SE mai ci si arriva…). E molto spesso arrivo a sera fisicamente stremata, senza forza e/o senza tempo e di conseguenza anche con poca voglia di pormi qualsiasi tipo di domanda. Nei paesi “normali” non si dovrebbe soffocare di formalismi e burocrazia, meno che mai in mediazione, che dovrebbe, anzi, “semplificare” la vita. Nei paesi “normali” il lavoro/la ricerca dovrebbero essere attività riconosciute (sotto tutti i punti di vista), per favorire anche la motivazione e lo sviluppo di idee (e quant’altro…) a beneficio di tutti.
    Finito il mio “diritto di mugugno”, aggiungo solo un banale ulteriore spunto: saremmo comunque già un bel passo in più in avanti se si fosse fatta subito tanta formazione in neg-med agli avvocati: ben venga la settima CIM, ce ne vorrebbero altre mille e più…

  4. Ciao, Carola.
    Sempre bravissima!
    Le considerazioni più approfondite, le rimando al prossimo incontro. Un abbraccio. Mirella

  5. E poi per continuare voglio aggiungere che non ho mai sentito ne visto una trasmissione televisiva seria che parli della mediazione, anche oggi quando vado in mediazione molte persone mi dicono di non sapere cosa sia la mediazione.
    Tutti in silenzio, nessuna pubblicità sulla mediazione, il processo civile è ingolfato, nessunmo però dice che esiste la mediazione, che si può usufruire di questo istituto.
    Mi giungono anche delle lamentele per quanto riguarda il recupero della indennità come credito d’imposta perchè molti consulenti del lavoro non sanno neanche che esiste e coloro che la devono avere se la vedono rifiutata.
    Esistono o non esistono procedimenti civili con molto arretrato? E allora se esistono perchè non pubblicizzare e rendere noto ancora di più questo Istituto? Perchè non si riesce a fare una trasmissione televisiva seria sui pro e i contro di questo Istiututo, i cittadini hanno diritto di scegliere come procedere.
    Mi è capitato in una sessione negoziale che le parti dopo aver raggiunto un accordo mi dicessero? Davvero è finita? La mia risposta è stata Si !! Ulteriore esclamazione è stata: è sicuro che stiamo in Italia? E’ possibile che in mezz’ora abbiamo risolto una controversia, è sicuro? A voi le considerazioni.

  6. ciao Carola, rieccomi.
    Un minimo di riposo del weekend ha favorito il recupero della memoria storica e ieri mi sono improvvisamente ricordata di un articolo dal titolo “Riflessioni di una mediatrice alla ricerca di un modello” che scrissi nel 2014 e che fu allora pubblicato nel Vol. VII di Giustizia Sostenibile.
    Riporto a seguire una piccola parte delle conclusioni, sperando che possano ancora generare la curiosità di leggere l’intero articolo per riaprire finalmente un dibattito sul tema dei modelli, cui tu giustamente hai fatto riferimento:
    “(…) mi auguro che almeno la nuova formulazione dell’art. 8.1 del Dlgs 28/2010 sul primo incontro venga rivista per consentire al mediatore di tornare ad operare con più flessibilità ed elasticità, perché la scelta su come condurre gli incontri e quali modalità di gestione applicare dovrebbe essere frutto di valutazioni basate su una vera e non improvvisata teoria e pratica della mediazione, che ha elaborato ed elabora modelli efficaci proprio grazie alla professionalità, all’esperienza ed ai risultati ottenuti sul campo (…).
    Buon lavoro.

  7. Alessandra, in attesa di una revisione del comma 1, dell’articolo 8., certo, sperando che arrivi. Il tuo articolo, come sempre, anticipava con acuta preveggenza la questione che io sollevo ora. Mi auguro che qualcuno raccolga il grido

  8. Cara Carola, le tue osservazioni sono come al solito puntuali. Vorrei contribuire al dibattito.
    Una premessa. Il movimento ADR / mediazione in Italia e in Europa ha compiuto circa 25 anni dai primi progetti e dibattiti iniziati a metà degli anni novanta. Cosa abbiamo imparato dai tanti insuccessi e dai pochi successi in termini di mediazioni svolte (e non svolte) in Italia e in Europa in giurisdizioni di “civil law”? Non vi è un solo paese dove (purtroppo, e sottolineo purtroppo) il modello di ricorso puramente volontario basato su informazione, promozione, formazione e qualità dei mediatori ha generato un numero sufficente di procedure di mediazioni rispetto al numero di procedure giudiziali in tribunale. Quel modello per tantissime ragioni si è dimostrato, numeri alla mano, totalmente inefficace. Errare è umano, perserverare…
    Nel 2010 e poi nel 2013 l’Italia ha imboccato la strada che si è rivelata nei numeri vincente in un numero molto limitato di controversie. L’esperienza degli ultimi 5 anni è preziosa (non solo per l’Italia) per perfezionare il modello del “primo incontro” ed estenderlo a tutto il contenzioso civile. Credo che sulle modifiche da apportare per perfezionare il Dlgs 28 e il DM 180 siamo tutti d’accordo.
    Veniamo alla tua domanda. Da cosa dipende la stagnazione in Italia?
    La storia della mediazione europea ha dimostrato quindi che il ricorso alla mediazione dipende da un approccio “top-down” di public policy e non “bottom-up”. Nel 2010 e nel 2013 vi è stata una forte consapevolezza ai vertici del Ministero della Giustizia (dove di fatto si concentrano le politiche sulla giustizia civile) dei vantaggi del ricorso alla mediazione. Purtroppo da ormai diversi anni non vi sono più persone ai vertici del Ministero della Giustizia competenti nelle nostre materie che possano valutare i risultati dell’analisi “costi-benefici” (!) di questi ultimi 5 anni senza pregiudizi ideologici e politici.
    Ecco (purtroppo) spiegata la stagnazione che si incentra soprattutto nell’assenza del dibattito con i “policy makers” sulla giustizia civile. Nonostante tutto, non credo che questa stagnazione durerà per molto. Già si vede qualche timida onda che sta increspando lo stagno. Rimango molto fiducioso sull’adozione dei correttivi necessari al Dlgs 28 e DM 180 e su una decisa estensione delle materie oggetto del “primo incontro” (rivisitato).
    Un caro saluto,
    Leonardo

  9. Caro Leonardo, So che il tuo essere fiducioso è con cognizione di causa, quindi mi fido anch’io.
    Le norme sono le fondamenta e i muri senza i quali non abbiamo futuro
    Quello che, secondo il mio giudizio, non può essere sottovalutato o tralasciato è l’arredamento interno. Non possiamo accontentarci di dormire per terra, al riparo dalle intemperie.
    So quanto ti sei sempre adoperato in questi anni e riconosco i successi che hai ottenuto a beneficio di tutti. Se su quella barricata e in prima linea continui a esserci tu e altri colleghi è qualcosa di cui dobbiamo essere grati.
    Io vorrei poter operare nelle retrovie, con gli interlocutori giusti perché, una volta aperta la porta, si veda di cosa siamo capaci
    Un abbraccio

  10. Mediazione, ritorno al futuro
    .
    “… dopo 30 anni di attività e circa 4.000 mediazioni gestite, ad oggi riscontro:
    “ 1 . Diminuzione dei tassi di successo …
    “ 2 . Sclerosi della procedura : la rigidità è all’ordine del giorno e manca l’innovazione. La sessione congiunta (quando c’è)
    è un rituale, seguita da offerte in genere ridicole e poco pertinenti, con qualche intervento del mediatore, a volte
    risolutivo, molto spesso inutile;
    “ 3 . Pressione sulle tariffe … sempre più aggressiva …
    “ 4 . Limitata partecipazione attiva delle parti : il più delle volte gli avvocati sconsigliano o non permettono ai loro clienti di parlare nella sessione congiunta di mediazione ed a volte nelle riservate; …..
    “ 6 . Comportamento degli avvocati, che pensavo fosse andato in disuso 20 anni fa …
    “ 7 . Inconsistenti capacità negoziali …..
    “ 8 . Fine del senso della dignità e del rispetto – forse è un segno dei tempi, basato sull’andamento della politica, ma pare che prevalga l’idea che in mediazione si ottengono migliori risultati grazie ad una totale mancanza di rispetto dell’
    avversario ….
    “ 9 . … e i mediatori, di fronte a tutto ciò, sorridono ed accettano tutto; e ciò riflette la situazione del mercato ….. “.
    Rick Weiler, mediatore in Ontario, in un post del 6.4.2018 http://mediationblog.kluwerarbitration.com/2018/04/06/whither-wither-mediation/
    .
    Quando ho letto questo righe, che descrivono una situazione così poco appagante della mediazione nell’Ontario, mi sono chiesto: Rick Weiler disegna una realtà quasi identica a quella italiana di oggi; noi mediatori italiani (quelli che ci credono) ci stiamo impegnando molto per farla decollare; fra 30 anni rischiamo di fare le stesse considerazioni ?
    Uno dei suggerimenti indicati da Rick Weiler per contrastare tale situazione è “EDUCATION”; per quanto superfluo, seria. Proprio quella che è mancata in Italia nel periodo 2010 / 2011
    ( “Civil mediation, how to kick-start it; the Italian experience. The relevance of training”
    https://www.academia.edu/35125411/ADR_Matteucci_2017.10.30_Civil_mediation_how_to_kick-start_it_the_Italian_experience._The_relevance_of_training )
    .
    Oggi / 30 anni fa crediamo / credevamo di fare qualcosa di valido, ed un signore ci dice che, a 30 anni di distanza, potrebbe non cambiare nulla (come è successo nell’Italia post unitaria – “Tutto deve cambiare perché nulla cambi”).
    Cioè, “Noi credevamo” (il film di Manlio Martone sui sogni di quelli che, poi, la propoaganda avebbe chiamato
    “eroi prerisorgimentali”) ed un per nulla allegro RITORNO AL FUTURO.

  11. Con questa Sentenza si è posta la fine ad anni di conquiste. Un brutto colpo per la mediazione a questo punto in mano completamente agli avvocati.
    La Cassazione censura l’orientamento della giurisprudenza di merito sulla c.d. mediazione effettiva.
    (sentenza n.8473 del 28.03.2019)
    L’obbligo della comparizione personale delle parti avanti al mediatore al fine di ritenere soddisfatta la condizione di procedibilità viene smentito dalla Suprema Corte.

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