Village’s mediation: il capo villaggio come peacemaker e mediatore

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depaolis di Francesca De Paolis*

L’origine storica antichissima della mediazione con la finalità di conciliazione e, dunque, la sua nascita prima ancora del giudizio, è un concetto analizzato e appurato ampiamente nella letteratura di settore.

E’ stato sempre riscontrato, difatti, l’uso – nella cultura orientale- di affidare al capo del villaggio il compito di risolvere, con la conciliazione, le liti insorte tra le persone appartenenti a quel villaggio, tra di loro o in scontri con villaggi limitrofi.

Sentirlo, però, raccontare durante una conferenza nel 2016 da un capo di villaggio di una remota isola indonesiana, ha tutto un suo fascino!

Conformemente alle tradizioni tribali locali, il capo villaggio nella cultura isolana indonesiana assurge a tutt’oggi a vari ruoli. Oltre a quello di leader degli usi e costumi e di leader religioso, ha l’importante funzione di peacemaker. Ed è nell’espletamento di questo ruolo che – in presenza di liti tra indigeni- è tenuto a convocarli in una sessione finalizzata alla risoluzione della lite stessa.

La riunione avviene in un luogo nel centro del villaggio, che in lingua indonesiana viene definito Balai Sangkep (1) , letteralmente “luogo delle delibere”. Volendolo tradurre in termini moderni potrebbe benissimo essere un nostro “centro di risoluzione delle dispute”.

I casi più frequenti che si trova a risolvere Pak Made (2) nel suo villaggio di Sintung (villaggio formatosi nel 1892 nel centro dell’isola di Lombok e costituito da un agglomerato di 11 frazioni di villaggi) riguardano le liti derivanti da quelli che potremmo definire patti pre-matrimoniali e quelle circa la gestione e limitazione dei suoli e delle piantagioni. Pak Made convoca le parti e, una volta ascoltate anche in sessioni separate (ah! il sano utilizzo dei caucuses!), le porta verso una conciliazione basata su buon senso, equità e diritto consuetudinario (customary law).

Certamente il ruolo di mediatore del capo villaggio è tenuto in grande considerazione e considerato naturale nella funzione stessa di capo villaggio. Difatti, i vantaggi che sono stati illustrati ruotano principalmente sul fatto che l’Head Village è stato scelto ed eletto dagli abitanti del villaggio stesso, conferendogli dunque autorità di rappresentanza e decisionale. Inoltre è la persona che conosce meglio la realtà indigena e può applicare la saggezza locale nella risoluzione delle liti.

Parrebbe, però, legittimo domandarsi sino a che punto il sistema di giustizia tradizionale esistente e il meccanismo tribale di risoluzione alternativa delle controversie possano effettivamente essere in linea con i canoni di giustizia moderni e globali, soprattutto quando vigono normative locali – quali la Sharia Law- di forte limitazione dei diritti delle donne e dei gruppi minoritari.

E’ in quest’ottica, infatti, che nell’attuale processo di revisione della normativa sulla mediazione in Indonesia, nella ricerca di dare riconoscimento formale al ruolo del capo villaggio come conciliatore (3) e conseguentemente valore legale all’accordo di mediazione da lui proposto (in una sorta di movimento d recupero di tradizioni di mediazione tra indigeni), si sta ponendo molta attenzione a costruire un sistema ibrido che possa proteggere da discriminazioni donne, emarginati e gruppi minoritari.

Staremo a vedere le evoluzioni.

*Avvocato ed esperto in ADR, Jakarta (Indonesia)

(1) Termine in “Sasak”, dialetto locale dell’Isola di Lombok

(2) Nome del capo villaggio ospite della Settima Conferenza organizzata dall’ Asia Pacific Mediation Forum, tenutasi a Lombok, Indonesia il 10-12 Febbraio ultimo.

(3) Ruolo che comunque parzialmente era stato già riconosciuto con la legge indonesiana N. 22 del 1999 sul riordino delle amministrazioni locali.

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