Generalizzare è umano. E sbagliato.

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folladi Nicola Giudice

Tra le tante disgrazie che affliggono il genere umano, ne esiste una, subdola, che appare particolarmente difficile da debellare: la propensione a generalizzare. È un morbo, insidioso e talvolta letale, che striscia silenzioso tra i nostri pensieri, si annida tra le righe dei giornali, nelle email, in mezzo alle conversazioni e non manca neppure nei discorsi in pubblico, quelli (che dovrebbero essere i) più meditati. Ci colpisce, all’improvviso, senza un avviso particolare, e prima ancora di accorgercene, cadiamo vittime.
Vorrei portare qualche esempio a sostegno di quanto affermo.
I notiziari riportano quotidianamente di atti compiuti da terroristi islamici. Affermare che questi terroristi siano musulmani è profondamente diverso da dire che tutti i musulmani sono terroristi. Ma è davvero questa la conclusione a cui approdiamo nelle nostre riflessioni? L’effetto (voluto) del terrore è quello di far scattare la generalizzazione: se tutti i terroristi sono musulmani, allora tutti i musulmani diventano (o comunque sono, potenzialmente) terroristi. Mi pare una conclusione tanto aberrante quanto tristemente sempre più diffusa: lo si coglie sempre più di frequente nei social network, nei discorsi in tv, sulle pagine dei giornali come nelle dichiarazioni di certi politici. Distinguere, ragionare, affrontare la complessità delle situazioni costa fatica, impegno, attenzione. Generalizzare semplifica la vita, fa arrivare ad una conclusione evidente, chiara e soddisfacente. E pazienza se alla fine questa conclusione non è confortata né dalla logica né dai fatti. Il generalizzare è in molti casi frutto di una distorsione percettiva dovuta ad una colposa carenza di informazioni di base: i più semplici la definiscono ignoranza.
Il dipendente pubblico? Un fannullone. L’insegnante? Fannullone che per di più lavora poco! Il morbo della generalizzazione è devastante e travolge tutto e tutti, senza pietà: commercialisti, impiegati di banca, politici, stranieri, italiani, europeisti, tifosi, cattolici… ciascuno di noi sembra portare attaccata addosso un’etichetta piena di pregiudizi in base ai quali ogni nostra opinione, ogni nostro comportamento viene giudicato a priori, per solo fatto di far parte di una specifica categoria.
Il virus di generalizzare è comprensibile, umano, diffuso più dell’influenza a febbraio, attecchisce fin dalla tenera età e ci accompagna per tutta la vita.
E tocca, per questo ne parlo in questo blog, due categorie a me care: gli avvocati e i mediatori.
E’ dal 2010 che quasi ogni giorno ascolto considerazioni del tipo: “i mediatori non servono a nulla” “gli avvocati fanno soltanto i propri interessi” e altre amenità. Affermazioni che, come nei casi precedenti, hanno in sé qualcosa di vero: alcuni mediatori non sono formati e preparati e, di conseguenza, il loro lavoro non serve a nulla quando non è addirittura dannoso; alcuni avvocati pensano che la mediazione sottragga loro il lavoro, anziché aumentarlo come nei fatti spesso avviene. Ma, e qui sta il punto, alcuni (e mi piace pensare, la minore parte) non tutti. Errata è quindi il classificare pregiudizialmente tutti i mediatori e tutti gli avvocati sotto un’unica etichetta assolutamente ingiusta.
È un atteggiamento grave per quegli avvocati che hanno un atteggiamento pregiudizialmente ostile: così comportandosi creano la più classica delle profezie auto avverantesi: siccome mi aspetto il peggio dalla mediazione, riceverò il peggio.
E se questo atteggiamento è grave per chiunque, lo è particolarmente per alcuni mediatori che dovrebbero dimostrare una maggiore apertura mentale e sensibilità nei confronti del prossimo. Se parto dal presupposto di avere davanti un soggetto ostile alla mediazione, finirò per mantenere un comportamento altrettanto ostile e ben poco … da mediatore, andando quindi a confermare le peggiori aspettative.
Per superare questi pregiudizi ed evitare di cadere nella trappola della generalizzazione, esiste una terapia a basso costo, che dovrebbe suonare familiare a molti mediatori: provare ad osservare la realtà con gli occhi dell’altro.
Inviterei quindi i mediatori a considerare il punto di vista dell’avvocato che si vede chiamato in mediazione, per un caso che non ritiene adatto, con un cliente particolarmente “difficile”, in un ambiente che non conosce e davanti ad un mediatore mai visto prima. Come vi comportereste? Che cosa vi aspettereste dal mediatore?
Agli avvocati suggerirei, invece, di informarsi maggiormente sulla mediazione, sull’organismo di mediazione che nello specifico organizza la mediazione, sul singolo mediatore che sarà presente all’incontro e di partecipare all’incontro cercando di mettere da parte pericolosi pregiudizi e concedere al mediatore stesso e alla mediazione quel minimo di fiducia che dovremmo sempre riservare al nostro prossimo.
In ultimo: generalizzare sarà anche umano, ma cerchiamo di farlo il meno possibile.

2 COMMENTI

  1. A Roma c’è un detto : “La gatta presciolosa fa i gattini ciechi”. Nel 2010, quando ormai non si sapeva più cosa inventarsi per fronteggiare l’arretrato del contenzioso civile, si ricorse alla mediazione obbligatoria, con una formazione (!!!) di 50 ore.
    Pensare di cominciare un mestiere nuovo seguendo un corso di 50 ore (in sostanza 4 fine settimana), con un esame che ha visto il successo del 99,9999999 … % dei candidati, era da persone troppo ottimiste. Faccio il confronto con la durata del corso iniziale dei volontari soccorritori della Croce Rossa: 100 ore. Ripeto: corso INIZIALE per VOLONTARI.
    Si aggiunga la crisi economica deflagrata nel 2008, i redditi calanti di molti professionisti, i dati irrealistici riportati dalla stampa sulla “valanga” di mediazioni in arrivo, le peculiarità dell’avvocatura vecchie quanto meno di un secolo (leggi Piero Calamandrei, “Troppi avvocati”, editore La Vuole 1921 – MILLENOVECENTOVENTUNO), l’abitudine italica di “tirare quattro paghe per il lesso (Carducci, “Davanti San Guido”), e le conseguenze sono quelle che tutti conosciamo.
    In mediazione non ho quasi mai trovato avvocati “ostili”, ma in genere disponibili al dialogo ad anche al confronto. Il problema sono gli “steccati”, le “riserve indiane” in cui ci si richiude, la paura del nuovo.
    Cosa fare ?
    Puntare sui giovani tramite iniziative come la CIM.
    Suggerire ai non più giovani di farsi “contaminare”: quanto meno la formazione, e gli aggiornamenti, vengano fatti non solo tra tecnici del diritto. E se 50 ore di formazione si sono rivelate insufficienti, figurarsi 15 !

  2. Intervento e commento di sostanza, oltre che garbatamente ironici: si leggono volentieri.
    Confesso che l’improvvida valutazione del CNF con cui si è ritenuto che 15 ore di formazione per noi avvocati mediatori fossero idonee, la ritengo oltre che colpevolmente inappropriata, soprattutto incoerente con la nuova legge professionale che indirizza la professione forense verso una specializzazione sempre più accentuata.

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