Mediazione transnazionale: incontriamo Antonia Marsaglia

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La mediazione è uno strumento particolarmente adatto alla gestione delle controversie tra parti di diversa nazionalità.

La diversità di lingua, tradizione, cultura è spesso ragione di incomprensione ma può, in pari misura, essere punto di partenza per la costruzione di un nuovo dialogo, una nuova reciproca comprensione.

Antonia Marsaglia è stata tra i primi mediatori in Italia ad essere convinta di questa particolare sfumatura, diversi anni prima che qualcuno pensasse di scrivere una Direttiva Europea in proposito.

Nel corso della tua esperienza di mediatore, in quante occasioni hai avuto modo di gestire parti di diversa nazionalità e con che risultati?
E’ ormai abbastanza comune trovarsi in mediazione con parti di culture di origine diverse o di diversa nazionalità. Nella mia esperienza per avere buoni risultati non bisogna dimenticare che “gli stranieri ” molto spesso hanno acquisito la nostra cultura e non vogliono nè hanno bisogno di un trattamento multiculturale . Quando questo non è il caso e non conosco bene le priorità e il modo di ragionare del mio interlocutore non cerco di fare finta di capire come ragiona, ma gli chiedo di spiegarmi come elabora le sua scelte. Spesso dimostrare un sincero interesse ha più effetto che non mettere in pratica qualche generica nozione.

In cosa si contraddistingue la mediazione transnazionale?
Non si può considerare genericamente la mediazione transnazionale in quanto tale. La mediazione tratta persone, mediare con due manager di multinazionali di diversa nazionalità non pone gli stessi problemi di mediare tra due imprenditori medi di diversa nazionalità alla loro prima esperienza di joint venture internazionale. Per ciascun caso bisogna imparare ad individuare cosa blocca la comunicazione e cosa può favorirla.

Quanto incidono le diversità culturali nella gestione di una mediazione?
Le diversità culturali posssono incidere parecchio. Secondo me i due errori più comuni che il mediatore è portato a fare sono:
– cercare i punti di incontro minimizzando le differenze invece di evidenziare le differenze e cercare una reciproca accettazione;
– porsi come un esperto di una qualche cultura e applicare delle generalizzazioni del tipo “i latini sono passionali “, ” i giapponesi seguono le regole”.
La cosa ottimale è sapere guardare l’individuo ed avere la capacità di vederlo nel suo contesto sociale per capire come opera il suo processo decisionale, le sue priorità e come le sue decisioni verranno valutate “a casa”. Operando in questo modo le differenze culturali sono elementi della comunicazione e della negoziazione e si può trarre beneficio dalla propria conoscenza di una certa cultura mantenendo l’individuo sempre in prima fila.

Per la gestione di una controversia transnazionale ritieni sia meglio un mediatore di una nazionalità terza rispetto alle parti o preferiresti un soggetto che sia, ad esempio, bi-culturale?
Non c’è un risposta assoluta al quesito perchè il metodo con cui si affronta questo tipo di mediazione può essere più importante di un pacchetto di conoscenza. Non è la nazionalità del mediatore che conta ma la sua capacità di individuare quali differenze le parti devono capire e accettare per potere comunicare correttamente, quale è per ciascuna la strada verso la soluzione del problema,c ome creare un ponte tra due culture.

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