Formare alla mediazione

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di Carlo Riccardi*

Qualche tempo fa, durante una tavola rotonda sulla formazione, è stato sostenuto, per giustificare l’alto numero di mediatori usciti dai corsi base, che formare era stata una necessità. Nel mio turno di parola avevo sostenuto che, più che di una necessità, si era trattato di un affare.
Non è necessario ripercorrere gli ultimi anni della formazione alla mediazione per riempire di significato questa affermazione; sappiamo come sono andate le cose.
In estrema sintesi.
Da una parte si sono spese parole che auspicavano una formazione di qualità, conditio sine qua non per una mediazione di qualità, dall’altra abbiamo assistito alla discesa in campo di enti e formatori non sempre in grado di garantire un livello qualitativo accettabile. Il sistema non ha creato le condizioni di fatto per un movimento formativo omogeneo né per garantire formatori di qualità. Il punto è decisivo dato che la connessione tra (neo)mediatori e formatori è talmente evidente che la qualità di questi ultimi è ciò che indice profondamente sulla bontà dei primi. Diciamo che a parità di caratteristiche e abilità innate del partecipante, un formatore di qualità “fa il resto”.
Ho sempre considerato la parola formatore come qualcosa d’importante; identifica qualcuno che, sulla base di esperienze e conoscenze, è in grado di aggiungere in senso migliorativo delle conoscenze trasmettendole ad altre persone. Ho sempre pensato che formare sia una grande responsabilità e anche per fare questo è necessario domandarsi il senso del formare.
Essere formatori alla mediazione significa anzitutto possedere i requisiti fissati dal Ministero. Il punto da cui partire è necessariamente quello formale, considerando cioè i criteri stabiliti dal Ministero della giustizia. Scopro immediatamente le mie carte: aver pubblicato tre contributi scientifici e aver condotto tre mediazioni (e aver svolto docenze in tema di ADR) significa abbastanza poco, soprattutto se non vogliamo dimenticarci che, solo per citare qualche esempio, c’è stato il momento in cui per avere le tre pubblicazioni necessarie per diventare formatori teorici, alcune case editrici vendevano la possibilità di pubblicare contributi, e c’è stato un momento in cui tutti, anche coloro che fino al giorno prima ignoravano l’esistenza dell’istituto, si sentivano legittimati a scriverne, “inventando” una mediazione in chiave giuridico processualistica, tralasciando invece tutti gli elementi realmente distintivi della mediazione stessa e pubblicando opere molto simili tra loro che, bene o male, si sostanziavano nel commento alle norme. C’è stato un momento in cui molti si sono dovuti procurare le tre mediazioni necessarie a diventare formatore pratico; bastavano (e bastano) 3 mediazioni per poter insegnare le tecniche di mediazione. C’è stato il momento in cui molti formatori si ergevano paladini di una formazione più lunga delle 50 ore previste per il corso base ma si guardavano bene dal proporre corsi più lunghi (cosa peraltro possibile dato che le 50 ore erano considerati un limite minimo certamente superabile): non si trattava di una scelta didattica ma di mercato. L’attenzione era rivolta a non uscire sconfitti dalla concorrenza più che ad immaginare cosa davvero potesse essere utile per formare un buon mediatore. C’è stata anche la voce del “popolo” dei formati, che spesso ci ha lamentato la mancanza di esercitazioni pratiche, la superficialità nella spiegazione di alcune parti caratterizzanti la mediazione (es. gestione della conflittualità, esplorazione, negoziazione) con un surplus di parte giuridica. Ciò non sorprende; c’è stato un momento, infatti, in cui la formazione alla mediazione, i programmi dei corsi, sono stati infarciti di processualisti e conoscitori del diritto; per chi ha studiato la mediazione in profondità nascevano dubbi sulla natura dell’istituto che sembrava essere diventato un processo in miniatura.
Tutto legittimo, ma anche decente? Io credo di no.
Ritengo che ci sia un livello che potremmo chiamare sostanziale e cioè la possibilità, al di fuori dei criteri ministeriali, di poter aprire un confronto serio ed attuale sul significato della formazione e della formazione alla mediazione in particolare. Forse ciò diventa possibile adesso che il mercato della formazione selvaggia è terminato. Magari è già tardi, ma credo che il confronto sia utile per fondare una formazione qualitativa e non quantitativa. La questione riguarda tutti e non si sta parlando di qualcosa che ci è estraneo.
Per fare un altro esempio dell’attualità di questi discorsi: sarà adeguata (leggi decente) la formazione di 15 ore che consentirà alla classe forense di svolgere le mediazioni? Qualche organismo accetterà di andare fuori mercato non cedendo alla lusinga di un’altra ondata formativa senza significato? O le 15 ore diventeranno, magicamente, un tetto accettabile (o meglio decente) guardando alla necessità di “sopravvivere”. Di fronte alla sopravvivenza ogni discorso diventa difficile; ma è giusto sopravvivere professionalmente fornendo qualcosa di non decente?
Di che cosa dobbiamo provare a discutere? Di quella che definirei, parafrasando un’espressione del filosofo israeliano Avishai Margalit, una formazione decente.
La formazione decente, secondo me, richiede di stabilire:
i.   standard di formazione adeguati alle reali esigenze e non a logiche di potere;
ii.  standard qualitativi elevati per definirsi formatori attraverso un sistema di accreditamento articolato e controllato;
iii. un sistema di regole relative all’“etica” della formazione e del formatore;
iv.  un sistema di controlli sull’offerta delle attività formative serio ed effettivo.
Non mi sento una pia educanda che si sorprende per nulla; mi chiedo solo come poter parlare oggi di una formazione alla mediazione che abbia un significato. Bisogna capire se nelle condizioni attuali cosa gli enti di formazione possano legittimamente offrire per ritornare a dare dignità all’attività formativa. Quali sono i bisogni di formazione dei mediatori oggi.
Ovviamente non è giusto generalizzare ma questo non vuole essere (solo) un atto d’accusa ma, anche, l’origine di uno sguardo futuro capace di creare un sistema formativo decente. Ne va della sopravvivenza di un sistema di formazione che vorrà essere in grado di trasformare il semplice profitto in un valore.

*Responsabile formazione CAM

1 COMMENTO

  1. Complimenti, un’analisi spietata ma aderente alla realtà. Sarebbe interessante un raffronto con i requisiti formativi dei mediatori negli altri paesi dove tale istituto (pur in forme diverse) è già presente da decenni.
    Sarebbe bello anche che quando è introdotta un’innovazione nel nostro Paese si facesse riferimento alle best practices internazionali, superando l’idea di una “specificità” che ci impedirebbe di guardare oltre confine.
    Forse l’evoluzione della professione di mediatore come singolo professionista offerente servizi di ADR ex L. 4/2013 genererebbe un’ulteriore spinta verso la qualità della formazione, che a quel punto rientrerebbe maggiormente fra i parametri di competitività degli operatori e fra i criteri di scelta dei clienti.

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