Padova: un master per la mediazione

905

La mediazione civile e commerciale, oltre ad essere uno strumento di risoluzione delle controversie, costituisce “la cornice” entro la quale si ritrovano altre realtà, tra cui quelle accademiche, che provvedono, a diverso titolo, all’affinamento dello strumento mediazione. I master sulla mediazione ne costituiscono una parte fondamentale, in quanto si rivolgono ai professionisti “del domani”. Sentiamo in merito il Dott. Michele Romanelli, tutor all’interno del Master Universitario dell’Università degli Studi di Padova che sottoponiamo ad una breve intervista.

1) Che cosa ne pensa della prima competizione di mediazione avvenuta a Milano in data 27/02/2013 e in cui ha partecipato in qualità di trainer degli studenti dell’Università di Padova?

L’iniziativa organizzata dalla Camera Arbitrale di Milano, in collaborazione con l’Università degli Studi di Milano, ha rappresentato – per noi come squadra del Master in Mediazione dell’Università di Padova – un’opportunità di incontro e confronto. La presenza di diverse realtà Accademiche italiane (9 Università), infatti, che – in vari livelli della formazione, universitaria e post universitaria – si occupano di mediazione e che hanno potuto mettere in campo gli strumenti, acquisiti e padroneggiati nel corso dei rispettivi iter formativi, è stata per noi, ma presumo anche per gli atri, un’ occasione di crescita professionale.

In definitiva, quindi, ritengo che si sia trattato di un evento assolutamente da replicare ed arricchire, a partire proprio dal contributo che ciascuna delle Università partecipanti alla prima edizione potrà offrire nell’organizzazione della seconda edizione.

2) Può spiegarci in che cosa consiste la sua attività di tutor?

In qualità di tutor all’interno del Master in Mediazione dell’Università degli Studi di Padova, mi occupo di “accompagnamento” dei corsisti all’interno del percorso formativo che viene proposto. Si tratta di un’attività che persegue obiettivi connessi all’acquisizione del profilo di competenze del ruolo di mediatore e che, nello specifico, riguarda: l’organizzazione della didattica (gestione del contatto con i docenti e gestione del calendario didattico), l’organizzazione degli stage (gestione del contatto con gli enti e della stipula delle convenzioni e dei progetti formativi), l’affiancamento dei corsisti nella scelta del percorso di stage e nel corso di svolgimento dello stesso, nonché nella preparazione dell’elaborato finale.

3) In qualità di mediatore, ha avuto a che fare con casi che hanno reso evidente le potenzialità del procedimento di mediazione secondo la formula win to win? Può descrivercene uno che le è rimasto impresso nella memoria?

Faccio riferimento ad un caso di divisione di un’azienda tra due soci che oltre a fondarla lavoravano al suo interno da molti anni. Si è trattato di un caso in cui l’intervento di mediazione è stato avviato dopo che le divergenze tra i due soci rispetto alla gestione dell’azienda, li aveva portati a non interagire più e a prendere ciascuno delle decisioni che non contemplavano l’altro, generando una serie di danni per lo stato di salute dell’azienda. In sede di mediazione, dopo aver vagliato l’iter giuridico che avrebbe comportato il procedere per via legale (ciascuno dei due soci accusava l’altro rispetto a questioni relative alla gestione economica dell’azienda), si è proceduti con il coinvolgimento dei 2 commercialisti (ognuno dei soci faceva riferimento a un commercialista diverso) e promuovendo il ruolo di imprenditori. Questo ha consentito alle parti di trovare una soluzione rispetto alla controversia e oltre a giungere ad un accordo, il percorso di mediazione ha consentito loro di modificare la relazione: se prima l’uno parlava dell’altro in termini di contrapposizione, alla fine della mediazione ciascuno dei due soci includeva l’altro nei termini di chi, tanto quanto lui, aveva concorso alla realizzazione e contribuzione dell’accordo.

4) Ritiene adeguato alle aspettative dell’orientamento europeo lo spazio dedicato alla mediazione nelle università italiane?

Come tutor all’interno di un percorso di formazione post lauream posso dire che le persone che si iscrivono al nostro Master (e che necessariamente provengono dal percorso universitario in cui hanno svolto il ciclo completo) e che hanno intercettato la mediazione all’interno di alcuni corsi universitari, non sono nella condizione di esprimere un profilo di competenze che consente loro di poter esercitare il ruolo di mediatore in modo rigoroso. Questo in quanto, anche in Italia, la mediazione molto spesso viene rappresentata come strumento che vive sotto l’egida del diritto o della psicologia (che storicamente hanno applicato tale strumento). Pertanto, la necessità è quella di pensare sempre di più a dei percorsi di formazione in cui si entri nel merito di questioni di ordine scientifico e metodologico che riguardano la mediazione. Se la questione diventa una questione di scienza allora ci dotiamo di uno strumento che ci mette nella condizione di impostare formazioni rigorose, disporre di un metodo e rilevare gli errori che commettiamo oltre che valutare l’efficacia dell’intervento di mediazione stesso. Conseguentemente, questo fa sì che oltre a rispondere all’orientamento europeo, l’Accademia (in questo caso italiana) può offrire delle indicazioni (di ordine scientifico per l’appunto) al legislatore stesso.

5) Come ritiene che si possa ampliare tale interesse per l’universo accademico italiano?

La risposta a questa domanda si collega a quella precedente. Nello specifico si tratta di mostrare al senso comune la portata generativa e trasformativa che la mediazione può avere attraverso l’attestazione dell’efficacia degli interventi. E ancora una volta se concepiamo lo strumento operativo della mediazione come emanazione del senso scientifico, allora siamo in grado di non incappare in errori e ambiguità terminologiche come accade oggi. La valutazione dell’efficacia, infatti, in ambito di mediazione, non costituisce una prassi consolidata e applicata con rigore, anzi, molto spesso, viene erroneamente confusa e sovrapposta o con la valutazione d’esito o con la soddisfazione del cliente. Questo accade in quanto, l’assenza di fondamento da parte degli interventi che si mettono in campo in questi ambiti, incontra un aspetto critico che concerne la definizione di obiettivi misurabili e valutabili in termini di risultato. Nella misura in cui, invece, siamo nella condizione di poterlo fare, allora necessariamente siamo in grado di attestare l’utilità della mediazione ed aumentare l’interesse per l’universo accademico italiano. Al contempo certamente utili sono le iniziative di promozione dello strumento operativo della mediazione.