La mediazione come percorso culturale: intervista a Filippo Danovi

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La cultura della mediazione si realizza e diffonde attraverso varie iniziative ossia pubblicazioni, eventi culturali e, non da ultimo,  insegnamenti nelle varie aule accademiche. Incontriamo oggi Filippo Danovi,  Professore Ordinario presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca di Diritto processuale civile, nonché Professore dell’arbitrato interno e internazionale, per una breve intervista.

1) Lei è prima di tutto un avvocato e studioso del processo civile, e ha quindi una formazione classica, improntata alle dinamiche avversariali e contenziose: quale pensa possa essere il valore aggiunto della mediazione rispetto al giudizio?

Questa domanda mette in risalto proprio il nucleo centrale dell’istituto della mediazione. Processo e mediazione sono due realtà che originano da un medesimo presupposto, la controversia, ma incidono su di esso in modo profondamente differente. Il processo interviene sulla controversia enfatizzandone la componente avversariale e negativa; con la sentenza il giudice decide, cioè “tronca”, sceglie, seleziona le ragioni e i torti. Il processo celebra il vincitore, ma da esso esce anche la parte soccombente. La mediazione coltiva una diversa prospettiva e gestisce il conflitto vedendo in esso lo stimolo per un cambiamento in positivo. La mediazione fa emergere le reali esigenze delle parti, i bisogni e gli interessi sottostanti. Se riesce non si hanno vinti, ma solo vincitori.

2)  A parer suo il mediatore deve avere una competenza giuridica per operare?

Questo è un nodo cruciale ed esistono al riguardo due scuole di pensiero opposte. Per parte mia ritengo che, ferma restando la necessaria terzietà del mediatore rispetto alla lite in tutte le sue componenti, anche oggettive, la capacità di decifrare la controversia (e con essa le posizioni e gli atteggiamenti delle parti) alla luce dei criteri di legge costituisca un valore aggiunto, perché permette di gestire il procedimento tenendo conto di eventuali prese di posizioni infondate o pretestuose.

3) La Corte costituzionale nell’ottobre scorso ha segnato una battuta d’arresto per la mediazione obbligatoria. Perchè secondo lei siamo arrivati a quel punto e quanto ha inciso sul campo applicativo la pronuncia?

In Italia la cultura della mediazione è indietro anni-luce rispetto ad altri paesi, in primis gli Stati Uniti. Per poter applicare la mediazione a un numero soddisfacente di controversie e sopperire così alla crisi della giustizia ordinaria, il d. lgs. n. 28/2010 è sceso in campo, per così dire, “a gamba tesa”, imponendo la mediazione in una serie troppo vasta ed eterogenea di controversie civili. Questo è sbagliato in partenza, perché la mediazione per sua natura dovrebbe essere frutto di una libera scelta. Molti hanno sottolineato le incongruenze del testo di legge. La classe forense, in particolare, vi ha visto un attacco alla garanzia dell’azione e al diritto di difesa. La Corte costituzionale ha registrato queste obiezioni e – investita della questione – ha scelto la strada formalmente più lineare, quella dell’eccesso di delega, per abbattere la mediazione obbligatoria: una decisione certo non lungimirante, che ha annullato a distanza di tempo inaccettabile – quasi diciannove mesi – le aspettative di chi (organismi e mediatori) aveva investito sul nuovo sistema. È evidente che l’impatto è stato notevole, nel senso di ridurre di quasi l’80% le richieste di mediazione.

4) Quali interventi o correttivi vedrebbe oggi necessari dal punto di vista legislativo?

Il legislatore deve comunque insistere sulla mediazione cercando strade alternative e sviluppando una cultura in questo senso, e non soltanto perché il processo è inguaribilmente malato. Il Testo Unico va ripensato, lavorando sui principi della obbligatorietà del previo tentativo di mediazione (che in sé non va demonizzata, se gestita ragionevolmente e per una migliore efficienza del sistema, come la Consulta ha più volte ricordato), sul profilo della difesa tecnica, sulle interessenze con il giudizio ordinario, sul tema dei costi della mediazione.

5) Quali misure potrebbero essere adottate affinché il nostro sistema possa considerarsi in linea con le direttive che provengono dall’Unione europea?

L’unione Europea dimostra un indubbio favor per la mediazione. L’art. 3 della Direttiva n. 52/2008 parla di un ricorso alla mediazione che può essere “suggerito, ordinato, prescritto”. È un invito a operare per un miglioramento della legge, insistendo sui profili che ho sopra evidenziato.

6) Lei tiene un corso anche in Università dedicato alla Mediazione civile e commerciale. Che interesse mostrano i giovani in queste tematiche?

I giovani sono attratti dalla mediazione. Sono profondamente delusi dai mali d’Italia, dall’arroganza dei politici, dalla incapacità di dialogo. Hanno quel pragmatismo e buon senso che di fronte a un ostacolo li induce a superarlo e non ad abbatterlo. Nelle simulazioni che propongo all’interno del mio corso universitario riscontro sempre una insospettata capacità creativa, fondamentale per la mediazione. I giovani hanno speranza e la speranza è il futuro della mediazione e della giustizia.

2 COMMENTI

  1. Buongiorno

    sono Responsabile della C.M.P. sede di Este (PD) e mi trovo d’ accordo con le Osservazioni del Proff. Filippo Danovi e credo nella 0pportunità della Mediazione come strumento Alternativo alla Giustizia. La Mediazione fa emergere le reali esigenze delle parti, i bisogni e gli interessi sottostanti.
    Si raggiunge così la soddisfazione di tutti ottenendo solo vincitori.

    Annalisa Gazzara

  2. Tra i tanti interessanti spunti che il Prof. Danovi ha efficacemente evidenziato si potrebbe partire dall’ultimo. Sorprendono infatti la grinta e la preparazione che studenti e giovani professionisti dimostrano – vedi ad esempio la recente Competizione Italiana di Mediazione svoltasi a Milano presso l’Università Statale – nella gestione del contenzioso civile. Tuttavia i rapporti internazionali relegano periodicamente ed inesorabilmente l’Italia in posizioni non da paese avanzato per quanto riguarda il funzionamento della giustizia, soprattutto a causa dei tempi necessari per ottenere le sentenze nei vari gradi di giudizio. D’altra parte non è infrequente ascoltare come le sentenze italiane mediamente siano, sì lente, ma di pregevole qualità e come la produttività dei singoli magistrati non sia poi sempre da censurare. Al di là del connesso effetto deflattivo che la mediazione può avere sul carico pendente dei procedimenti, è ormai evidente come ci si trovi davanti all’ennesima necessità di modernizzazione del paese. E’ solo grazie ad una nuova sensibilità e ad una nuova cultura – moderne, raffinate, di qualità – che si potrà finalmente comprendere che un’enorme mole di controversie in realtà non tende ad una sentenza ma ad un accordo. Tale convinzione, ormai consolidata da più parti, deve essere ancora metabolizzata da una certa schiera di professionisti ed operatori che oggettivamente percepiscono la modernizzazione come una minaccia, a maggior ragione in tempi di pesante recessione e di declino socio-economico. La speranza volge quindi lo sguardo verso approcci culturali più evoluti, capaci di rispondere veramente alla domanda di giustizia che proviene dalla società civile. Se le parti esprimono una richiesta per una sentenza, è giusto che lo Stato o un collegio arbitrale dia una sentenza. Se le parti manifestano prese di posizioni infondate o pretestuose, è giusto che giuristi formati alla mediazione sappiano risolvere la lite evidenziando condotte scorrette e in mala fede. Se invece le parti chiedono un aiuto per far emergere gli interessi ed i bisogni, senza ricadere necessariamente nella inopportuna decisione di un terzo, allora è giusto che mediatori professionali, con competenze specifiche, siano gli artefici di una risposta, moderna ed evoluta, per la risoluzione del conflitto.

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