La Mediazione Trasformativa: intervista a Joseph Folger

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folger_jdi Eugenio Vignali

Nel 1994 usciva negli Stati Uniti The Promise of Mediation: Responding to Conflict Through Empowerment and Recognition di Robert A. Baruch Bush e Joseph P. Folger, un testo sulla mediazione che provocava un forte impatto sulla comunità dei professionisti della risoluzione alternativa dei conflitti.
I due studiosi e mediatori statunitensi proponevano infatti di abbandonare il “classico” approccio alla mediazione di tipo “problem solving”, per lavorare invece sulla capacità e possibilità dei due contendenti di trovare da soli una soluzione alla propria controversia aumentando l’empowerment di ciascuno e il riconoscimento reciproco, così da trasformare gradualmente la qualità della loro interazione da oppositiva e conflittuale a costruttiva e collaborativa.
Abbiamo chiesto direttamente a Joseph Folger, docente di Sviluppo organizzativo alla Temple University di Philadelphia, mediatore e autore di numerose pubblicazioni sulla mediazione e sul conflitto, di chiarirci i punti fondamentali dell’approccio trasformativo alla mediazione.
Joseph, qual è il significato di “risoluzione del conflitto” nella visione trasformativa?
-Secondo l’approccio trasformativo, un conflitto evolve positivamente quando c’è un miglioramento nella qualità nella interazione conflittuale fra le parti. Tale cambiamento positivo è prodotto attraverso i progressi che le parti attuano nella direzione di un maggior empowerment individuale e di un maggior riconoscimento reciproco. Nel compiere questi progressi la natura della loro interazione migliora secondo una visione trasformativa e tale risultato è indipendente e va oltre qualunque risultato specifico che possa essere ottenuto o concordato rispetto all’oggetto della controversia. L’attività principale del mediatore consiste dunque nel facilitare questi cambiamenti ogni volta che se ne manifesta l’opportunità nel corso dell’incontro con le parti.
Puoi dare una breve definizione dei concetti di empowerment e riconoscimento secondo la visione trasformativa?
-L’empowerment è il cambiamento da una condizione personale di debolezza, indecisione e risposte non meditate ad una caratterizzata da risposte più consapevoli, intenzionali e valutative basate su di una maggiore comprensione del problema, una maggiore ponderatezza e una maggiore attenzione.
Il riconoscimento esprime invece l’intenzione di uscire da una prospettiva chiusa e autoreferenziale per includere il punto di vista, la prospettiva e l’interpretazione dei fatti dell’altro.
Quasi tre decenni di pratica della Mediazione Trasformativa hanno confermato che agire sull’empowerment e sul riconoscimento può effettivamente portare le parti al superamento delle cause del loro conflitto ed alla elaborazione di una sua risoluzione?
-Certamente, quando le parti compiono progressi significativi nel proprio empowerment e nel riconoscimento dell’altro, procedono con più facilità e sicurezza verso le decisioni che vogliono prendere e che sono basate su una migliore comprensione di se stessi e dell’altro.
La tua esperienza conferma che l’approccio trasformativo può essere usato efficacemente in qualunque occasione di mediazione?
-L’approccio trasformativo alla mediazione può essere utilizzato in qualunque tipo di conflitto, poiché esso riguarda sostanzialmente l’interazione fra le parti, sia direttamente fra persone o mediato in qualche modo. Tuttavia se i soggetti coinvolti definiscono il proprio successo rispetto all’esito del conflitto in modo diverso da quanto prevede il modello trasformativo, come avviene in certi contesti istituzionali, può risultare difficile restare fedeli a tale pratica. Ciò non significa comunque che essa sia impossibile in quelle particolari occasioni, ma solamente che i risultati ottenibili non sono considerati di valore in quelle circostanze. Si dovrà dunque valutare obiettivamente ciò che è possibile ottenere attraverso la Mediazione Trasformativa per utilizzarla con successo nel contesto in cui deve essere applicata.
In Italia la mediazione è considerata soprattutto come una via alternativa (e in taluni casi obbligata) per ottenere il risarcimento di un danno o l’affermazione di un diritto. Nella maggior parte dei casi non vi sembra dunque essere l’obiettivo nelle parti di ricostruire la propria relazione, superando le cause del conflitto, né tanto meno quello di uscire da tale situazione conflittuale rafforzati nella propria autodeterminazione e capacità di affrontare e risolvere le controversie della vita. Quali argomentazioni può dunque usare un mediatore per giustificare l’apparente spostamento degli obiettivi della sua azione dato dall’approccio trasformativo?

-Innanzitutto, l’attenzione alla qualità dell’interazione fra le parti non significa che gli argomenti concreti quali i danni non siano affrontati nella discussione. Le parti hanno comunque chiaro il motivo per cui affrontano una mediazione e sono loro a decidere quali argomenti affrontare e quali evitare e se il loro obiettivo è occuparsi del risarcimento di un danno, così sarà. La differenza è che nella pratica trasformativa il mediatore non insiste nel riportare la discussione sul danno stesso se le parti iniziano ad affrontare altri argomenti e aspetti che ritengono importanti per loro stessi e il loro conflitto. La ricerca effettuata sui programmi di risoluzione dei conflitti del US Postal Service (conflitti affrontati attraverso la Mediazione Trasformativa N.d.t.) ha indicato che in circa due terzi dei casi le parti hanno risolto le loro questioni anche se le controversie avrebbero potuto proseguire oltre la fase della mediazione, ma ciò non accadde. Dunque, questa ricerca indica che le parti effettivamente affrontano in primo luogo quegli aspetti che le portano a raggiungere un accordo di mediazione. L’attenzione del mediatore nell’approccio trasformativo non è allora rivolta specificamente a cercare una soluzione, ma rimane focalizzata nell’individuare opportunità per l’empowerment ed il riconoscimento e saranno poi le parti stesse che decidono sino a dove vogliono arrivare nell’affrontare le questioni concrete.
Rivolgendosi a mediatori che usano il più diffuso approccio alla mediazione di tipo “problem solving”, quali argomenti possono essere utilizzati per motivarli ad abbracciare la visione trasformativa?
-È importante che le decisioni che le parti raggiungono siano prese esclusivamente da loro e non influenzate o indirizzate dal mediatore. Senza una chiara differenzazione nella sua pratica, la mediazione può perdere il suo valore unico e le persone possono non cogliere nessuna diversità fra tale attività e le altre forme di intervento di terze parti. Inoltre, non c’è nessun’altra occasione di intervento sul conflitto come la Mediazione Trasformativa che consenta alle parti di migliorare la loro interazione affrontando nel contempo il conflitto stesso. Se la mediazione perde di vista questo obiettivo, niente altro potrà sostituirla nei suoi risultati e l’opportunità per le parti di crescere individualmente attraverso l’empowerment e il riconoscimento andrà perduta.
In ultimo, come si sta diffondendo la mediazione trasformativa al di fuori degli Stati Uniti?
-La Mediazione Trasformativa si sta effettivamente diffondendo a livello internazionale, dall’America all’Europa all’Asia. Ci sono colleghi in molti paesi che applicano l’approccio trasformativo nella loro pratica in molti contesti diversi.
Grazie Joseph e speriamo di averti presto anche in Italia!

NOTE:
The Promise of Mediation è pubblicato in Italia con il titolo: La promessa della mediazione. L’approccio trasformativo alla gestione dei conflitti, a cura di G. Scotto. Ed. Vallecchi, 2009.
Il sito dell’Institute for the Study of Conflict Transformation di Joseph Folger e Robert Baruch Bush: www.transformativemediation.org
Il sito di Eugenio Vignali nel quale è possibile trovare materiale sulla Mediazione Trasformativa in italiano: www.mediazione.si.it

3 COMMENTI

  1. Certamente l’entità del danno modifica, nella mediazione in generale e, credo, in modo particolare nell’approccio trasformativo, le modalità del processo di conciliazione.
    Sono convinto che, anche se non ho dati in merito, buona parte dei processi di mediazione abbia ad oggetto temi quantitativamente non esagerati. Premessa questa condizione e ammesso che sia vera, l’empowerment e il riconoscimento sarebbero più agevoli da “far fiorire” e potrebbero facilitare una soluzione che veda l’accordo amichevole e duraturo nel tempo delle parti in conflitto. Trovo quindi che la tecnica sia di assoluto interesse e che vada meditata e studiata.

  2. Mi sembra che l’approccio valorizzi le persone nella struttura relazionale naturale e sia espressione del fondamentale principio di sussidiarietà per cui la sostituzione alle persone quando non necessaria è solo salutare alla responsabilità.
    Resta aperta la questione: perchè siamo relazionali? A chi rispondiamo?
    Grazie. Anna Maria

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