Pacificare le liti con la qualità di presenza del mediatore

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di Eugenio Vignali*

Prendo spunto dall’ottimo articolo di Daniel Bowling and David Hoffman “Bringing peace into the room: the personal qualities of the mediator and their impact on the mediation” (originariamente pubblicato sul Negotiation Journal, vol 16 n. 1, January 2000 e poi ampliato fino a divenire un libro dall’omonimo titolo pubblicato nel 2003 per i tipi di Wiley, John & Sons) per traslare alcuni concetti della mediazione familiare nella mediazione civile.

Ciò ha particolarmente senso in considerazione delle nuove incombenze che la recente normativa istitutiva della cosiddetta medio-conciliazione ha posto in capo a professionisti normalmente abituati a gestire contenziosi fra aziende e fra aziende e consumatori, ma che si troveranno ora a fronteggiare anche liti caratterizzate da un elevato livello di personalizzazione ed emotività come, ad esempio, quelle in ambito condominiale (da marzo 2012), quelle fra eredi per la divisione dell’asse ereditario, o rispetto a patti di famiglia, ma anche quelle derivanti dal risarcimento del danno da responsabilità medica (si pensi ai danni estetici), o da diffamazione a mezzo stampa, ecc.

Il Libro Verde relativo ai modi alternativi di risoluzione delle controversie (ADR) in materia civile e commerciale emanato dalla Commissione Europea nel 2002 mette particolarmente in risalto il ruolo delle ADR, di cui la mediazione fa parte, come strumento al servizio della pace sociale, poiché nello spirito weberiano di “pace sociale di mercato”, deve infatti restare sempre sullo sfondo di ogni procedura di mediazione l’obiettivo di salvare il rapporto fra le parti.

Il mediatore dunque non ha soltanto la funzione di aiutare le parti a raggiungere transazioni economiche di reciproca soddisfazione, ma è anche portatore della mission di creare uno spazio nel quale persone momentaneamente distanti l’una dall’altra e chiuse in se stesse e nella propria posizione possano invece riuscire a incontrarsi e relazionarsi in modo più costruttivo, rispettoso e soddisfacente, dando una prospettiva al loro rapporto.

La difficoltà a relazionarsi sarà tanto più marcata quando il rapporto fra le parti ha subito una grave lesione, con perdita della fiducia e della stima reciproche, formazione di rancore, rabbia, desiderio di vendetta, il tutto alimentato, solitamente, da profonde ferite emotive collegate al senso di ingiustizia, di umiliazione, di tradimento, ecc.

Il mediatore per essere veramente efficace nel suo ruolo in tali circostanze deve sviluppare la capacità di “lasciar essere” con atteggiamento di accettazione e rispetto, con mente aperta e libera da preconcetti riguardo a ciò che dovrebbe o non dovrebbe essere e accadere, impegnandosi al meglio delle proprie capacità a sostenere l’evolversi spontaneo del processo di riavvicinamento, di riconoscimento reciproco e di libera determinazione delle parti.

In tutto ciò la qualità della sua presenza gioca un ruolo molto importante, poiché, come dimostrato da tempo dalla psicologia comportamentale ed oggi confermato anche dalla moderna fisica quantistica con la teoria del campo unificato, la sola presenza di un osservatore (nel nostro caso il mediatore) ha l’effetto di influenzare il fenomeno osservato (la relazione fra le parti).

Il mediatore non è dunque esterno al conflitto, ma vi partecipa, non è super-partes ma, di fatto, inter-partes, e interviene inevitabilmente nel processo diadico fra i litiganti con la sua presenza ancor prima che attraverso le sue azioni.

Considerando dunque le caratteristiche personali del mediatore, si può affermare che con la sua figura egli debba ispirare fiducia; permettere apertura e confidenza; emanare positività rispetto all’esito del procedimento e alle capacità delle parti di riuscire nell’intento; dimostrare rispetto privo di pregiudizi; esprimere empatia; mostrare di essere totalmente nel momento presente con focus e attenzione; dimostrare la capacità di allinearsi con i valori di ciascuno dei presenti; esprimere autenticità senza accondiscendenza; comportarsi in modo appropriato alle circostanze e alle persone presenti.

Per quanto riguarda poi la concreta possibilità di pacificare due litiganti (e non parliamo solo di porre fine al conflitto ma di ri-conciliare le parti) è necessario che il mediatore  sia egli stesso in pace, poiché nella costellazione di relazioni che si instaura nella stanza, la presenza di una persona centrata nella propria pace interiore produrrà un effetto di risonanza su tutti gli altri soggetti presenti, ispirando un analogo atteggiamento e contribuendo a smorzare eccessi di aggressività e litigiosità.

La pace interiore del mediatore si concretizza nella sua empatia; nel rispetto e nell’attenzione alla persona; nel suo vederla oltre ciò che manifesta distinguendo i fatti dalla loro interpretazione e dalla persona stessa; nella completa assenza di giudizio; nell’atteggiamento aperto all’ascolto; nella consapevolezza di non sapere che cosa è meglio o più giusto per le parti rispettando dunque la loro auto-determinazione nelle scelte che compieranno.

Da tale stato il mediatore saprà evitare l’attivazione di memorie del proprio vissuto personale, a fronte di particolari comportamenti dei litiganti e della loro espressione di emozioni anche intense, evitando pericolosi giochi di proiezione e di contro-transfer che farebbero venir meno (a livello inconscio) la sua imparzialità e la sua neutralità rispetto all’esito del procedimento.

Dunque il mediatore dovrà essere in grado di muoversi anche in una visione meno orientata al mero problem-solving economico-giuridico e più vicina invece ai principi del counseling e del coaching, ovvero quelli di una relazione di aiuto rispetto a una momentanea crisi di tipo relazionale, attraverso lo sviluppo delle risorse interiori e personali dell’individuo, per consentirgli il raggiungimento di un obiettivo, in questo caso l’accordo con la controparte e la ricostruzione del loro rapporto.

Evolvendosi verso un approccio “trasformativo” il futuro della mediazione sarà dunque sempre più quello di considerare che ogni conflitto è comunque una occasione  di crescita individuale delle parti coinvolte, le quali possono ritrovarsi al termine di tale processo, più consapevoli e rafforzate interiormente e, per questo, capaci di affrontare e gestire in modo diverso le proprie relazioni, di qualunque tipo, poiché dietro ad ogni fenomeno sociale ed economico, ci sono sempre le persone, con il loro vissuto, i loro bisogni, i loro desideri e le loro aspirazioni. In questo reciproco riconoscimento sta la chiave per aprire la porta della ri-conciliazione e dunque della armonia fra gli individui e della pace sociale e il mediatore può concretamente essere colui che porge tale chiave a chi si trova in quel momento seduto allo stesso tavolo.

*Laureato in economia aziendale, consulente di direzione, dal 1999  ha integrato le competenze  economico-giuridiche con quelle di coaching e counseling  relazionale che trovano ora occasione di sintesi nella sua attività di mediatore professionista

4 COMMENTI

  1. Il prezioso articolo di cui sopra contiene tutte le caratteristiche del mediatore perfetto.
    Condivido il pensiero secondo il quale il mediatore durante l’udienza di conciliazione deve in primis lasciare, sempre nei limiti della correttezza, dell’educazione e di tempistiche ragionevoli, parlare tra loro le parti e favorire il più possibile la tranquillità del contesto mettendo tutti a proprio agio.
    Mi sono accorta che spesso i soggetti coinvolti, specialmente i consumatori, hanno prima di tutto bisogno di sfogarsi e sopratutto di relazionarsi con la “controparte” con cui, come capita in materia di telefonia, riescono davvero a parlare per la prima volta proprio in sede di conciliazione. Il ruolo del conciliatore, specie in questi casi, è molto difficile in quanto, senza prendere le parti di nessuno dei due soggetti, deve cercare di bilanciare le situazioni che si sono venute a creare mostrando comprensione per chi parla, ma senza mai perdere la sua autorevolezza e neutralità.
    Ritengo che sia invece controproducente che il mediatore parli ai soggetti coinvolti separatamente e che poi faccia una relazione riassuntiva alla presenza di entrambi (e non mi sto riferendo a quelle che sono le spesso utili sezioni separate ma allo svolgimento dell’udienza vera e propria). Spesso accade infatti che nel tentativo di ridurre i tempi o con l’intenzione di evitare potenziali scontri, il mediatore, pur restando super partes, sia l’unica persona ad esporre i fatti e a proporre una soluzione potenzialmente soddisfacente per entrambi i soggetti coinvolti.
    A mio parere questo non deve accadere.
    Mi è capitato più volte di non parlare mai con la mia controparte ma sempre e solo con il mediatore così come di avere mediatori presenti e che hanno svolto in modo perfetto il loro ruolo di coordinatori “intra partes” e contemporaneamente “super partes”: mi sono accorta che oltretutto a parità di risultato positivo la soddisfazione delle parti è nel primo caso molto minore.

  2. Gostei do texto porque apresenta aspecto importante acerca da figura do mediador.Para que possa estar atento ao interesse dos mediandos ele precisa estar centrado, não se deixando envolver pelas tensões. Por isso se pode admitir a mediação como um processo transformativo que envolve também o mediador . Genacéia da Silva Alberton – Brasil

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